Ad un passo da Putin, la sfida libica nel cuore del Mediterraneo
Guai a noi, europei e italiani, a dimenticarci della Libia. Quello che una volta chiamavamo “il nostro giardino di casa “è oggi un terreno di contesa silenziosa, dove si incrociano ambizioni globali, strategie energetiche e guerre per procura. Mentre l’attenzione internazionale è catturata dall’Ucraina o dal Medio Oriente, il fronte sud dell’Europa continua a ribollire, minacciando di trasformarsi — ancora una volta — in una crisi esplosiva a pochi chilometri dalle nostre coste.
Un Paese diviso, un potere che non conosce pace
Dalla caduta di Gheddafi nel 2011, la Libia vive in una condizione di frammentazione cronica. Due governi rivali, milizie armate, traffici di uomini e risorse, potenze straniere in competizione per il controllo del petrolio e dei porti: un caos che non è solo interno, ma riflette la battaglia geopolitica per l’influenza nel Mediterraneo.
A Tripoli, il premier Abdul Hamid Dbeibah fatica a tenere in piedi un Governo di unità nazionale sempre più privo di unità, e costretto a negoziare la sopravvivenza con gruppi armati locali. Nell’est, invece, Khalifa Haftar — ex ufficiale di Gheddafi, oggi signore della Cirenaica — costruisce un vero e proprio impero familiare: i suoi figli Saddam, Khaled e Belgassem controllano rispettivamente l’apparato militare, i servizi e le leve economiche del Paese. È un potere dinastico che non ha nulla da invidiare ai modelli mediorientali, e che si regge sul sostegno russo, egiziano ed emiratino.
Haftar, ormai ottantaduenne, prepara la successione e intanto rafforza la sua influenza grazie all’appoggio diretto di Mosca, che ha trasformato la Cirenaica in un avamposto strategico nel cuore dell’Africa settentrionale.
Mosca nel cuore del Maghreb: il fronte sud della guerra di Putin
Negli ultimi due anni, la presenza russa in Libia si è fatta più strutturata e capillare. Le forze del Cremlino, un tempo identificate con la compagnia Wagner, oggi operano sotto la nuova sigla “Africa Corps” e presidiano basi militari come Maaten al-Sarra e al-Jufra, dove sono stati segnalati nuovi sistemi radar (capaci anche di spiarci, come spiegato in questo articolo de L’Europeista) e droni d’attacco.
Dietro la retorica della “cooperazione militare” si nasconde una strategia precisa: aprire un fronte sud contro la NATO, proiettando potenza militare dal Sahel al Mediterraneo. La Libia diventa così parte integrante del mosaico che Putin sta componendo per sfidare l’Occidente, insieme al Niger, al Mali e alla Repubblica Centrafricana. Per Mosca, il controllo delle rotte energetiche e migratorie del Nord Africa significa acquisire leve di pressione diretta sull’Europa: chi domina Tripoli e Bengasi può condizionare flussi di gas, petrolio e persone verso l’Italia e l’Unione Europea.
Ecco perché parlare della Libia oggi significa parlare della sicurezza dell’Europa domani.
Tra Ankara e Mosca, il gioco pericoloso delle alleanze
La Turchia, dal canto suo, ha compreso da tempo che il destino della Libia è anche il destino della propria influenza nel Mediterraneo. Ankara è intervenuta militarmente nel 2019 per salvare Tripoli dall’assedio di Haftar, ottenendo in cambio il celebre memorandum marittimo che amplia le sue rivendicazioni energetiche nel Mare Nostrum. Ma oggi il gioco si è fatto più sottile: il capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalın e il ministro della Difesa Yaşar Güler si sono recati a Bengasi, incontrando proprio Haftar e i suoi figli. Un gesto che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile, ma che rivela l’ambizione di Ankara di dialogare con entrambe le sponde del Paese — e di garantirsi un ruolo centrale in ogni scenario postbellico.
L’Italia osserva con attenzione, ma anche con crescente preoccupazione: un asse Ankara-Haftar rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il governo di Dbeibah, fino a oggi sostenuto proprio dalla protezione turca.
Roma, osservatrice speciale tra diplomazia e interessi energetici
Per l’Italia, la Libia è molto più di una questione di sicurezza. È un pilastro della strategia energetica nazionale e il fulcro della politica migratoria europea. Il colosso Eni resta il principale attore straniero nel settore petrolifero libico, e l’obiettivo dichiarato è portare la produzione a due milioni di barili al giorno entro il 2028. Tuttavia, le divisioni politiche interne e la corruzione dilagante frenano ogni tentativo di sviluppo stabile.
Negli ultimi mesi Roma è tornata a muoversi con decisione: l’incontro a settembre tra Saddam Haftar e Ibrahim Dbeibah, nipote del premier, organizzato nella capitale italiana e mediato dagli Stati Uniti, è stato uno dei segnali più chiari del tentativo di riportare l’Italia al centro del dossier libico. Dietro la mediazione, il messaggio è chiaro: senza un’intesa tra Tripoli e Bengasi, la Libia resterà terreno di conquista per le potenze esterne — e per la Russia in primis.
La guerra dei migranti e la frontiera del cinismo europeo
Sul fronte umanitario, la situazione rimane drammatica. Le milizie legate ai due governi continuano a gestire i flussi migratori come un business, tra violenze, sequestri e traffici. Le recenti denunce di ONG come Mediterranea Saving Humans e SOS Mediterranée mostrano un quadro inquietante: la Guardia costiera libica, finanziata e addestrata dall’Europa, non solo respinge i migranti, ma talvolta apre il fuoco contro le navi umanitarie.
L’accordo tra Roma, Bruxelles e Tripoli, pensato per “contenere” le partenze, si traduce spesso in una delega brutale della frontiera europea a gruppi armati e corrotti. La rotta libica resta una delle più letali del mondo: quasi 20.000 morti in dieci anni, mentre i flussi continuano a oscillare al ritmo delle crisi politiche locali.
Il futuro europeo passa da Tripoli
Il rischio di un nuovo conflitto resta alto, ma la vera minaccia è un’altra: l’inerzia. Ogni giorno che l’Europa trascura la Libia, Mosca consolida le sue posizioni, Ankara amplia la propria influenza, e le potenze regionali giocano indisturbate sul vuoto di potere lasciato dall’Occidente. Per l’Italia, che della Libia è la prima vicina e la prima vittima potenziale di un nuovo collasso, questa distrazione sarebbe fatale.
La Libia non è un dossier del passato, né un capitolo chiuso del post-Gheddafi. È il fronte sud della guerra di Putin, il test della credibilità europea nel Mediterraneo, e il luogo dove si deciderà se l’Italia sarà ancora una potenza regionale o solo una spettatrice dei giochi altrui.









