Quattro su mille: il rapporto triste della meritocrazia

Samuele Dario Lunghi
08/09/2026
Appunti di Viaggio

Sono arrivato in Francia convinto di essere meritocratico. Poi mi hanno fatto leggere un libro, e ho scoperto di non sapere cosa stavo difendendo.


Da fine agosto vivo a Reims. Ci sono arrivato in treno per passare un semestre in Erasmus a Sciences Po, che qui ha uno dei suoi campus, e la cosa che finora mi ha spostato di più è successa prima ancora che cominciassero i corsi.

Gli studenti in exchange passano una settimana in aula a imparare come si argomenta in Francia. Non la lingua: il metodo. La dissertation, la problématique, la regola per cui la tesi non si annuncia mai e si costruisce sempre in due tempi. È un addestramento, e serve, perché il modo anglosassone di sostenere un’idea e di sviluppare un paper qui non vale niente.

Prima del seminario ci hanno assegnato un libro da leggere: The Tyranny of Merit di Michael Sandel, filosofo politico americano, professore a Harvard. Non l’avevo mai aperto. L’ho chiuso con la sensazione fastidiosa di chi si accorge di aver usato per anni una parola senza realizzare cosa ci fosse davvero dietro.

Mi sono sempre considerato meritocratico. Continuo a considerarmi tale, e non condivido completamente le conclusioni politiche di Sandel. Ma tra la meritocrazia che avevo in testa e quella che esiste davvero c’è uno scarto che non avevo mai misurato, e prenderne le misure cambia parecchie cose.

Un’autopsia americana

Sandel scrive dopo lo scandalo delle ammissioni universitarie del 2019, quando la procura federale incrimina cinquanta persone per un sistema organizzato di corruzione: punteggi dei test alterati, studenti benestanti camuffati da atleti per un posto in un ateneo di prima fascia, venticinque milioni di dollari di tangenti agli allenatori accumulati in otto anni.

Questo scandalo è l’origine dell’immagine chiave del libro: le tre porte. Nelle università d’élite americane si entra da tre porte. Quella principale, il merito. Quella di servizio, la donazione legale e milionaria. Quella laterale, la frode.

Il libro è un’autopsia, e autopsia significa che il decesso viene dato per accertato. Solo che il cadavere continua a camminare, perché gli americani ci credono ancora. Nella rilevazione globale del Pew Research Center del 2014, il 73% degli statunitensi giudica il duro lavoro decisivo per farcela nella vita, e il 57% respinge l’idea che il successo dipenda da forze fuori dal proprio controllo. La mediana tra le quarantaquattro nazioni analizzate dallo studio è rispettivamente del 50% e del 38%. Questo scarto tra la fede e i fatti è la parte peggiore della storia. Una società in cui la corsa è truccata e nessuno lo nega produce rabbia, conflitto, richieste di riforma. Una società in cui la corsa è truccata e tutti la credono limpida produce qualcosa di più cattivo: trasforma un difetto del sistema in una colpa del perdente. Se il gioco è pulito e tu hai perso, non hai perso, sei tu a meritare di meno e quindi a valere di meno. Il vincitore incassa una posizione e insieme un giudizio morale su di sé, il perdente incassa la stessa cosa al contrario, e nessuno dei due ha motivo di guardare la macchina.



La parola era un avvertimento

Se c’è una cosa che davvero non mi scorderò mai di questo libro, è come e perché nasce la parola meritocrazia.

La conia Michael Young nel 1958, in The Rise of the Meritocracy, un romanzo satirico ambientato in una Gran Bretagna futura dove il criterio quoziente intellettivo più impegno ha sostituito la nascita, e dove il risultato non è una società giusta ma una nuova casta, più chiusa della precedente perché convinta di essersi guadagnata il posto. Young inventa il termine per spaventare i suoi lettori, e non si ferma alla descrizione della casta: la fa cadere. Il libro si finge un saggio scritto da un sociologo che osserva il proprio mondo dal 2034, mentre i declassati insorgono in un “Movimento Populista”. Gli insorti hanno perfino un documento, il Manifesto di Chelsea, che reclama una società disposta a giudicare le persone anche per gentilezza, coraggio, immaginazione, generosità: le qualità che nessun test è in grado di misurare. La frattura tra chi ha i titoli e chi non li ha, avvertiva Young, avrebbe generato una politica nuova e furiosa.

Quarant’anni dopo si ritrova la propria invenzione nel vocabolario del New Labour di Tony Blair, usata come promessa elettorale. Young protestò sul Guardian nel giugno del 2001: “It is good sense to appoint individual people to jobs on their merit. It is the opposite when those who are judged to have merit of a particular kind harden into a new social class without room in it for others.” Morì il gennaio successivo.

Ventun anni più tardi, nel novembre del 2022, un decreto-legge ha aggiunto quella parola al nome di un ministero italiano: Ministero dell’Istruzione e del Merito. Nel romanzo era proprio quello il punto d’arrivo spaventoso, la meritocrazia promossa a principio ufficiale di uno Stato. Sessantaquattro anni dopo qualcuno ci è arrivato per conto suo, e non c’era più nessuno a scrivere al Guardian.

E anche in Gran Bretagna la profezia si è avverata alla lettera. La frattura elettorale che ha portato alla Brexit non passa per il reddito ma per il titolo di studio. Nell’analisi di Matthew Goodwin e Oliver Heath per la Joseph Rowntree Foundation, il 75% di chi non aveva alcuna qualifica scolastica ha votato per uscire, contro il 27% di chi aveva un titolo post-laurea: l’istruzione predice quel voto meglio del reddito. Young lo aveva scritto quando Blair andava alle elementari.

Il contrario dell’America

Resta il problema che rende Sandel meno utile di quanto potrebbe essere: il suo oggetto sono gli Stati Uniti, e le tre porte sono un’architettura americana. Donazioni, legacy admissions, reclutamento sportivo, colloqui, dotazioni private da miliardi. Un lettore europeo può chiudere il libro pensando che sia un problema loro.

Il paese in cui sto vivendo ha costruito il sistema opposto. In Francia si entra nelle scuole d’élite per concours, concorso pubblico anonimo. Niente figli di ex allievi, niente donatori, niente sport, niente colloquio motivazionale, niente lettere di raccomandazione. Alla École normale supérieure chi supera il concorso non paga: viene pagato, con uno stipendio dello Stato. Ogni singolo meccanismo che Sandel indica come causa del problema, in Francia non esiste.

Eppure, all’École polytechnique, secondo i dati dell’Observatoire des inégalités sulla coorte del 2018, il 69,8% degli ammessi proviene dalle famiglie socialmente più favorite, che sono circa un quarto della popolazione della stessa età. I figli degli operai sono lo 0,4%.

Quattro su mille.

Salire di un livello

Il fenomeno è quindi ricorrente, e non dipende dalle cause che indica Sandel. Per trovare quelle vere conviene prendere in prestito l’infrastruttura logica della teoria realista delle relazioni internazionali, cioè la distinzione che Kenneth Waltz introdusse nel 1959 per capire da dove vengono le guerre. Waltz osservava che ogni spiegazione di un fenomeno ricorrente si colloca a uno di tre livelli: la natura degli individui, la struttura interna delle unità, la struttura del sistema in cui quelle unità stanno.

Prima immagine, gli individui. La colpa è della tracotanza dei vincitori, che si credono autori del proprio successo e disprezzano chi è rimasto indietro. La cura è morale: più umiltà, più gratitudine, più consapevolezza della fortuna. È la conclusione a cui arriva Sandel, ed è la più facile da applaudire e la più difficile da attuare, perché non si può legiferare su un sentimento dell’animo.

Seconda immagine, le istituzioni. La colpa è dei congegni: il test d’ingresso, la corsia preferenziale per i figli degli ex allievi, i corsi di preparazione a pagamento. La cura è tecnica: si correggono i congegni, si aggiungono quote, borse, programmi di apertura sociale. È il programma riformista, quello di cui si parla ogni volta che si parla di merito: borse, orientamento, allargamento degli accessi. E la Francia lo ha già eseguito integralmente.

Terza immagine, la struttura. Ed è qui che il caso francese smentisce le cause ai due livelli inferiori, perché Parigi ha rimosso l’intera seconda immagine e l’esito non si è spostato di un millimetro. I dispositivi di apertura sociale delle grandes écoles non hanno spostato la composizione delle aule: l’Institut des politiques publiques ha misurato che fra il 2006 e il 2016 i posti sono aumentati e la provenienza sociale di chi li occupa è rimasta identica. Quando un risultato sopravvive alla rimozione di tutte le sue cause presunte, la spiegazione non stava nelle cause presunte. Waltz lo diceva delle guerre, e vale identico qui: perché continuiamo a curare il livello che abbiamo già dimostrato irrilevante?

Il prezzo di Platone

Per capire perché un concorso non può funzionare fino in fondo, bisogna prima capire che cosa misura.

Non misura ciò che una persona è: misura il capitale che quella persona porta con sé quando entra nell’aula. E di capitale non ce n’è un tipo solo. Il sociologo Pierre Bourdieu ne distingue tre, più un quarto che nasce dai primi tre. Capitale economico, che uno Stato può redistribuire. Capitale sociale, la rubrica telefonica dei genitori. Capitale culturale incorporato, il vocabolario assorbito in famiglia, la disinvoltura davanti a un esaminatore, la certezza di trovarsi nel posto giusto: Bourdieu annota che quest’ultimo non può essere trasmesso per dono o lascito, acquisto o scambio. Non si può nemmeno confiscare. Passa per prossimità, cioè per il semplice fatto di crescere accanto a qualcuno.

I tre insieme ne producono un quarto, il capitale simbolico: il prestigio, la reputazione, l’onore, il riconoscimento sociale che gli altri capitali fruttano quando una società li percepisce come legittimi. È il passaggio che conta, perché quella conversione ha bisogno di un meccanismo che la esegua, e nel nostro tempo quel meccanismo si chiama meritocrazia. Il concorso prende un vantaggio ereditato ed emette un titolo guadagnato.

E se il capitale culturale si trasmette per prossimità, non esiste legge capace di fermarlo. Platone lo aveva capito venticinque secoli fa.

Nel quinto libro della Repubblica stabilisce che nella città giusta i figli dei custodi vengano sottratti alla nascita e cresciuti in comune, perché nessun padre riconosca il proprio figlio. Non è delirio: è l’unica soluzione coerente al problema. Se il vantaggio si trasmette per vicinanza, per eliminarlo bisogna abolire la famiglia.

Supponiamo di pagare quel prezzo. Supponiamo che i bambini vengano presi. Avremmo finalmente una meritocrazia? Secondo Sandel no. Nasceresti comunque con un corpo e una mente che non hai scelto, dentro un’epoca che per puro caso paga bene quel tipo di mente e non un altro. Due colpi di fortuna in fila, e nessuno dei due è merito. La città che ha abolito la famiglia continuerebbe a distribuire posizioni sulla base di una lotteria, solo con meno testimoni. È la riga del libro che vale il libro: “Finding ourselves in a society that prizes our talents is our good fortune, not our due.”

Prima di leggere Sandel avrei detto che la meritocrazia è un ideale che applichiamo male. Adesso il problema mi sembra un altro: la meritocrazia, così come la intendiamo, non è un ideale eseguito male, è una cosa che non può esistere. Un obiettivo mancato si corregge. Uno impossibile continua a chiedere credito, e lo ottiene.



Un parlamento di laureati

C’è un motivo per cui questo riguarda chiunque si occupi di politica in Europa e non solo chi studia. La classe dirigente del continente coincide ormai con il ceto laureato, e la coincidenza ha smesso di essere un dettaglio sociologico.

Nella Camera dei Comuni eletta nel 2024, secondo la ricognizione della Sutton Trust, il 90% dei deputati è passato dall’università e uno su cinque è uscito da Oxford o Cambridge. Nel paese che rappresentano, l’81% delle persone all’università non ci è mai andato. Il Bundestag viaggia su proporzioni analoghe. Sono assemblee elette regolarmente, con procedure ineccepibili, che somigliano nella composizione ai parlamenti dell’Ottocento, quando il voto era riservato a chi possedeva un censo. Il filtro non è più il patrimonio, è il diploma, e produce lo stesso esito.

Un’assemblea del genere può governare bene. Rappresentare è un’altra cosa, e la differenza si vede nel momento in cui il paese vota contro il parere unanime dei laureati che lo amministrano e i laureati concludono che il paese si è sbagliato. In Europa la faccenda ha una piega che Sandel non registra, perché lui guarda un paese che crede nel proprio sistema. Qui nessuno ci crede: nella stessa rilevazione Pew, in Francia solo il 25% ritiene che il duro lavoro sia decisivo per farcela, in Germania il 49%, contro il 73% americano. Il titolo di studio, da questa parte dell’Atlantico, non racconta più una società aperta a nessuno. Umilia chi non ce l’ha senza nemmeno legittimare chi ce l’ha. Paghiamo il costo psicologico della meritocrazia senza incassarne l’unico beneficio narrativo, e a quel punto predicare l’umiltà ai vincitori è una terapia per una malattia che non abbiamo.

Selezionare non è consacrare

Non sono diventato antimeritocratico leggendo un libro in una settimana di seminario, e non credo nell’alternativa che propone Sandel, la lotteria fra i qualificati: si fissa una soglia di competenza e sopra quella soglia si tira a sorte. Assegnare posti scarsi attraverso un esame resta il modo meno brutale che l’umanità abbia trovato, e mi ci sottoporrò altre volte nei prossimi anni.

Il punto è un altro. Un concorso fa due cose nello stesso momento, e sono due cose diverse. Assegna i posti. E dice quanto vale chi li ha presi. La prima serve, qualcuno deve pur decidere chi entra. La seconda non gliel’ha concessa nessuno. Quattro su mille da una parte, sette su dieci dall’altra: quell’esame non ha misurato il talento di nessuno, ha preso un’aula già divisa e le ha messo un timbro sopra. Non ha trovato un’élite. L’ha certificata.

Il primo verdetto lo accetto. Il secondo no. E dirlo conta solo se lo dice uno che quell’esame l’ha passato: per questo lo scrivo adesso, da dentro una grande école, e non il giorno in cui mi chiuderanno una porta in faccia.