L’Europa comincia dalla libertà di restare
Difesa, energia, industria e politica estera richiedono un’Europa più forte. Ma la sovranità europea perde significato se interi territori continuano a perdere giovani, lavoro e servizi. La possibilità di scegliere il proprio futuro passa anche da qui.
La sovranità è poter scegliere
Un ragazzo che lascia un piccolo centro italiano per studiare a Milano o all’estero non rappresenta un problema. Partire, conoscere altri luoghi e confrontarsi con ambienti diversi è una ricchezza. Il problema arriva quando tornare significa rinunciare al lavoro per cui ci si è formati, accettare meno opportunità o vivere dove i servizi diventano ogni anno più lontani. La libertà di partire è una conquista. Dover partire perché non esistono alternative è un’altra cosa.
La possibilità di scegliere riguarda anche l’Europa. Guerre, energia, migrazioni, industria e tecnologia hanno superato i confini nazionali. Ventisette governi che procedono ciascuno per conto proprio difficilmente possono avere lo stesso peso di Stati Uniti e Cina. L’Unione ha costruito un grande mercato e una moneta comune, ma resta debole nella politica estera, nella difesa, nella sicurezza energetica e nella politica industriale.
Serve un’Europa più autonoma e con maggiore capacità politica, senza prendere le distanze dagli Stati Uniti, che restano un alleato fondamentale. Occorre essere abbastanza forti da non dipendere sempre dalle scelte altrui. Un’Europa capace di difendersi, produrre tecnologie strategiche e tutelare i propri interessi industriali sarebbe anche un alleato più credibile. Oggi la sovranità riguarda soprattutto la possibilità di scegliere. Su molte questioni gli Stati europei, presi singolarmente, quella possibilità rischiano di averne sempre meno.
I TERRITORI CHE SI SVUOTANO
La forza di un continente si misura anche lontano dalle capitali, nell’Italia dei piccoli centri, delle montagne e delle aree interne. Si può acquistare peso geopolitico mentre si perde forza nei territori che lo compongono. In Italia nelle aree interne vivono circa 13,3 milioni di persone, più di un italiano su cinque. Tra il 2014 e il 2024 hanno perso il 5 per cento dei residenti, molto più dei centri.
Il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia. In molte regioni rurali e remote dell’Unione europea la popolazione diminuisce e invecchia più rapidamente che nelle aree urbane. La Commissione europea ha fissato per il 2040 l’obiettivo di territori rurali più forti, connessi, resilienti e prosperi. Ma le strategie europee contano se diventano opportunità concrete nei luoghi in cui le persone vivono.
I numeri italiani hanno volti riconoscibili: ragazzi che partono e spesso non tornano, attività che chiudono senza trovare qualcuno disposto a rilevarle, paesi nei quali aumenta l’età media e diminuiscono le ragioni per immaginare una vita futura. Nessuno dovrebbe essere trattenuto nel luogo in cui è nato. Restare, oppure tornare, deve essere una possibilità reale, senza dover rinunciare a qualcosa.
Una politica per le aree interne dovrebbe essere giudicata con criteri semplici. Dopo un investimento pubblico sarà più facile trovare lavoro? Aprire un’impresa? Avere un figlio? Raggiungere un ospedale? Vivere lì tra dieci o vent’anni? Abbiamo investito molto nella riqualificazione dei borghi, nel recupero degli edifici, nella promozione turistica e negli eventi. Interventi utili, ma non sufficienti.
Un paese restaurato può continuare a spopolarsi. Una piazza più bella non tiene aperta un’attività e un calendario di manifestazioni non sostituisce un lavoro stabile. Una comunità resta viva quando produce: qualcuno apre un’impresa, un artigiano trova a chi trasmettere il proprio mestiere, una famiglia può progettare il futuro senza considerare il trasferimento come prima soluzione.

IL LAVORO, I SERVIZI E LA POSSIBILITÀ DI RESTARE
Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell’OCSE. Il dato sull’occupazione non basta. Si può avere un lavoro e non riuscire comunque a vivere da soli, avere un figlio o affrontare una spesa imprevista.
Nelle aree interne la fragilità economica incontra quella demografica. Quando chiude un’azienda, una bottega o un’attività artigiana non si perde soltanto un posto di lavoro. Diminuisce il mercato locale, si riduce la popolazione, i servizi diventano più costosi da mantenere e il territorio perde attrattività. È una spirale lenta, difficile da fermare.
La sanità mostra bene cosa significa. Nel 2024 il 9,9 per cento degli italiani ha rinunciato, pur avendone bisogno, a una visita medica o a un accertamento diagnostico: circa 5,8 milioni di persone. Nelle aree interne alla lista d’attesa si aggiunge la distanza.
Una prestazione può risultare disponibile, ma cinquanta chilometri, l’assenza di un collegamento pubblico o la necessità di accompagnare una persona anziana possono renderla molto meno accessibile. Le politiche pubbliche andrebbero valutate anche dalla differenza tra un servizio previsto e uno realmente utilizzabile.
LA POLITICA DEVE TORNARE AD APRIRE LE PORTE
Per anni abbiamo progressivamente chiuso i luoghi nei quali la politica incontrava le persone. Non rimpiango le vecchie sezioni di partito, né avrebbe senso riproporle nella stessa forma. Avevano però una caratteristica che abbiamo perso: una porta attraverso la quale si poteva entrare.
Una sede politica, oggi, potrebbe tornare ad avere quella funzione: ospitare un medico che racconta cosa accade nella sanità locale, un imprenditore e un lavoratore che discutono senza recitare parti già assegnate, un giovane che spiega perché è andato via e uno che ha provato a tornare. Un luogo aperto anche a chi non ha una tessera in tasca.
Ci sono decisioni che hanno bisogno della forza di un continente: difesa, energia, tecnologia, industria, sicurezza, altre richiedono una conoscenza quasi metro per metro del territorio: un autobus che non passa, un presidio sanitario troppo lontano, una scuola che perde studenti o un’impresa che non trova più lavoratori.
La sussidiarietà dovrebbe servire a questo: decidere insieme ciò che richiede la dimensione europea e vicino alle persone ciò che può essere compreso soltanto conoscendo una comunità. In mezzo resta una responsabilità dello Stato: impedire che il luogo nel quale una persona nasce determini la qualità dei diritti ai quali può accedere.
Un’Europa capace di esercitare sovranità nel mondo e incapace di contrastare la fragilità dei propri territori avrebbe fondamenta deboli. Sono fondamenta concrete: lavoro con cui vivere, imprese che investono, famiglie che fanno progetti, servizi raggiungibili e comunità nelle quali restare sia ancora una scelta possibile.
L’Europa ci chiede di alzare lo sguardo. La politica deve essere capace anche di abbassarlo, abbastanza da incrociare quello delle persone.









