Spagna, Destino Moncloa: le regole del gioco e i protagonisti della politica spagnola
Dalla Costituzione del 1978 ai protagonisti della sfida politica: nasce Tapas de Política, la nuova rubrica de L’Europeista per raccontare la Spagna, una tapa alla volta.
Un percorso divulgativo che, attraverso contenuti social e approfondimenti, accompagnerà i lettori alla scoperta di un sistema politico vicino a quello italiano per storia e cultura, ma caratterizzato da importanti differenze istituzionali ed elettorali.
Il nome richiama una delle tradizioni più riconoscibili della Spagna: le tapas. Piccole porzioni da condividere e assaporare una alla volta. È questo lo spirito con cui vogliamo raccontare la politica spagnola: affrontare temi complessi in modo accessibile, senza rinunciare all’analisi e alla profondità. La destinazione simbolica è la Moncloa, sede della Presidenza del Governo spagnolo. Ma per comprendere chi possa arrivarci, e soprattutto come, occorre partire dalle regole del gioco.
Dalla dittatura alla democrazia: la Costituzione del 1978
La democrazia spagnola contemporanea affonda le proprie radici nella Transición, il processo che, dopo la morte di Francisco Franco nel 1975, accompagnò il Paese dalla dittatura a un sistema democratico. Il passaggio decisivo arrivò il 6 dicembre 1978, quando gli spagnoli approvarono tramite referendum la nuova Costituzione.
La Spagna si consolidò così come monarchia parlamentare, nella quale il Re rappresenta l’unità e la continuità dello Stato, mentre la direzione politica è affidata al Governo, responsabile davanti al Parlamento. Oggi il capo dello Stato è Felipe VI, sul trono dal 2014.
Il potere legislativo è esercitato dalle Cortes Generales, il Parlamento spagnolo, mentre quello esecutivo spetta al Governo, guidato dal Presidente del Gobierno.
Quest’ultimo non viene eletto direttamente dai cittadini: deve ottenere la fiducia del Congresso dei Deputati. Alla prima votazione sono necessari almeno 176 voti favorevoli, la maggioranza assoluta dei 350 deputati. Se non viene raggiunta, dopo 48 ore è sufficiente la maggioranza semplice.
Un meccanismo che rende la capacità di costruire maggioranze parlamentari un elemento centrale della politica spagnola.

Due Camere, ma non gli stessi poteri
A differenza dell’Italia, la Spagna adotta un sistema di bicameralismo asimmetrico.
Il Congresso dei Deputati, composto da 350 membri eletti direttamente dai cittadini, esercita un ruolo prevalente nel procedimento legislativo e, soprattutto, è l’unica Camera chiamata ad accordare o revocare la fiducia al Governo.
Il Senato rappresenta invece la dimensione territoriale dello Stato. È composto da senatori in parte eletti direttamente e in parte designati dalle Comunità autonome. Partecipa al procedimento legislativo, potendo proporre emendamenti o opporre un veto, ma il Congresso dispone generalmente dell’ultima parola.
Questa architettura riflette una delle caratteristiche fondamentali della Spagna: la presenza di forti identità territoriali, in un Paese nel quale il rapporto tra potere centrale e autonomie costituisce da decenni uno dei principali terreni del confronto politico.
Un sistema proporzionale che non premia tutti allo stesso modo
Per il Congresso, la Spagna è suddivisa in 52 circoscrizioni: le 50 province, più Ceuta e Melilla.
Ogni provincia riceve almeno due seggi, mentre Ceuta e Melilla ne eleggono uno ciascuna. I restanti vengono distribuiti in base alla popolazione.
All’interno delle circoscrizioni, i seggi sono attribuiti con il metodo proporzionale D’Hondt e una soglia legale del 3% dei voti validi a livello di singola circoscrizione.
La conseguenza, tuttavia, è meno intuitiva di quanto possa sembrare.
Il sistema è proporzionale nella formula, ma produce effetti che possono favorire i partiti maggiori e le formazioni con un consenso geograficamente concentrato. Nei collegi che eleggono pochi deputati, infatti, la soglia effettiva per conquistare un seggio può risultare molto superiore al 3%.
Questo spiega perché i partiti regionalisti e indipendentisti, particolarmente radicati in territori come la Catalogna e i Paesi Baschi, possano ottenere una rappresentanza parlamentare significativa anche con percentuali relativamente contenute su scala nazionale. Al contrario, una formazione con voti distribuiti uniformemente nel Paese può incontrare maggiori difficoltà.
Ed è proprio qui che le regole elettorali diventano politica. Le elezioni del luglio 2023 ne hanno offerto un esempio emblematico: il Partido Popular è risultato il primo partito, ma non è riuscito a costruire una maggioranza parlamentare. Pedro Sánchez ha invece ottenuto una nuova investitura grazie a un articolato sistema di accordi con formazioni nazionali e territoriali. Determinante è stato anche il sostegno di Junts per Catalunya, la formazione indipendentista catalana legata a Carles Puigdemont.
In Spagna, dunque, arrivare primi non equivale necessariamente a governare.
I protagonisti: una Spagna divisa in più blocchi
Il quadro politico spagnolo ruota attorno a due grandi formazioni storiche, PSOE e Partido Popular, ma si è progressivamente arricchito di nuovi soggetti politici, tanto a destra quanto a sinistra, senza dimenticare i tentativi di ricostruire uno spazio politico al centro.
Il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), guidato da Pedro Sánchez, rappresenta il principale riferimento del centrosinistra. Fondato nel 1879 da Pablo Iglesias Posse, è una delle più antiche formazioni socialiste europee. Alle elezioni del 2023 ha ottenuto il 31,7% dei voti. Le sue priorità politiche si concentrano su lavoro, protezione sociale, servizi pubblici e diritti civili. Sul piano europeo aderisce alla famiglia socialista del PSE e al gruppo S&D.
Dall’altra parte si colloca il Partido Popular (PP) di Alberto Núñez Feijóo, principale forza del centrodestra spagnolo e primo partito alle elezioni del 2023, con il 33,1% dei voti. Economia di mercato, riduzione della pressione fiscale e della burocrazia, difesa dell’unità nazionale e rafforzamento delle istituzioni costituiscono alcuni dei pilastri della sua proposta politica. A livello europeo il PP appartiene al Partito Popolare Europeo.
Alla destra del PP si trova VOX, guidato da Santiago Abascal, che nel 2023 ha raccolto il 12,4% dei consensi. La formazione si distingue per una posizione fortemente centralista, una linea restrittiva sull’immigrazione e la difesa dei valori tradizionali. La sua proposta mette in discussione l’attuale modello delle autonomie territoriali e insiste sulla sovranità nazionale. In Europa aderisce al gruppo Patriots for Europe.
Tre forze politiche, tre visioni differenti della Spagna, destinate a confrontarsi non soltanto sulle politiche economiche e sociali, ma anche sull’identità nazionale, sul modello territoriale e sul ruolo del Paese in Europa.
Alla sinistra del PSOE: idee comuni, strade separate
Se a destra il confronto coinvolge principalmente PP e VOX, alla sinistra del PSOE il panorama appare ancora più frammentato.
Da un lato si colloca l’area che riunisce formazioni come Sumar, Más Madrid, Izquierda Unida e Comuns, con figure quali Ada Colau ed Emilio Delgado. Dall’altro rimane Podemos, formazione nata nel 2014 sull’onda delle mobilitazioni degli Indignados del 2011 e inizialmente guidata da Pablo Iglesias. Tra i suoi volti più rappresentativi figura Irene Montero.
Le due aree condividono numerose priorità: redistribuzione della ricchezza, contrasto alle disuguaglianze, femminismo, diritti civili e rafforzamento dei servizi pubblici. A dividerle non sono dunque le differenze programmatiche, ma soprattutto le leadership, le strategie politiche e le modalità di costruzione delle alleanze.
A complicare ulteriormente il quadro interviene la dimensione territoriale. In Catalogna, per esempio, le collaborazioni tra formazioni della sinistra e partiti regionali possono seguire dinamiche specifiche, che non coincidono necessariamente con gli schieramenti nazionali. La frammentazione della sinistra rappresenta così una delle variabili da osservare per comprendere le possibilità di costruire future maggioranze parlamentari.

C’è spazio per una nuova proposta liberale?
In uno scenario segnato dalla polarizzazione e dalla frammentazione degli schieramenti, prova a trovare spazio anche Democracia 21, la formazione promossa da Miriam González Durántez, avvocata spagnola con una significativa esperienza internazionale.
La sua proposta si presenta come liberale e riformista, con l’ambizione di superare la contrapposizione tra i blocchi tradizionali e modernizzare il Paese. Tre gli assi principali: rigenerazione democratica, attraverso la lotta alla corruzione e al clientelismo; modernizzazione dello Stato, con meno burocrazia e maggiore sostegno alle imprese; rafforzamento dell’integrazione europea.
Il progetto prova a intercettare uno spazio politico rimasto sostanzialmente orfano dopo il progressivo declino di Ciudadanos, la formazione liberale che, sotto le leadership di Albert Rivera e successivamente di Inés Arrimadas, aveva tentato di costruire un’alternativa centrista ai due grandi partiti tradizionali.
La domanda è se esista ancora un elettorato sufficientemente ampio per sostenere una nuova proposta centrista e riformista.
La vera partita si gioca dopo il 29 Novembre
La politica spagnola non è soltanto una competizione tra leader, programmi e visioni del Paese. È anche, e soprattutto, un complesso esercizio di costruzione del consenso parlamentare.Per questo, nelle prossime tappe di Tapas de Política, non ci limiteremo a raccontare chi sale e chi scende nei sondaggi. Analizzeremo le ragioni storiche, istituzionali e politiche che orientano le scelte degli elettori e le strategie dei partiti. E soprattutto seguiremo la campagna elettorale da due prospettive: dall’Italia, per spiegare la Spagna ai lettori italiani, e direttamente da Madrid, per raccontare da vicino il confronto politico.
Perché comprendere la Spagna significa andare oltre i numeri e le dichiarazioni dei protagonisti, entrando nei meccanismi che trasformano i voti in potere.
Il viaggio verso la Moncloa è appena cominciato.
Tapa a tapa, destino Moncloa!









