Le midterm si decidono in pochi collegi. E le primarie hanno cambiato la partita

midterm james talarico
Riccardo Lo Monaco
26/08/2026
Appunti di Viaggio

Dal Michigan al Texas, dalla Pennsylvania all’Alaska, la maggioranza al Congresso dipende da una manciata di sfide. In alcuni casi la scelta di candidati molto connotati ideologicamente ha trasformato elezioni prevedibili in corse aperte, e i risultati diranno anche quale strategia funziona meglio contro l’avversario: conquistare il centro o mobilitare la propria base?

Le elezioni americane di midterm si terranno il 3 novembre in tutti gli Stati Uniti, ma la battaglia per il controllo del Congresso si giocherà in una porzione sorprendentemente piccola del Paese.

Alla Camera saranno rinnovati tutti i 435 seggi. Al Senato sono in palio solo 35 su 100. Ma per capire chi controllerà Washington negli ultimi due anni del mandato di Donald Trump basta restringere la mappa a una ventina di collegi della Camera e a otto Stati per il Senato.

È una conseguenza della crescente polarizzazione geografica americana. La maggior parte dei collegi eleggerà senza grandi sorprese un democratico o un repubblicano. La maggioranza si decide invece in una fascia sempre più sottile di territori suburbani, industriali o politicamente divisi, dalla Pennsylvania all’Arizona, dal Michigan alla Virginia.

Quest’anno, però, c’è un elemento ulteriore: le primarie hanno modificato alcune di queste corse e, in qualche caso, hanno contribuito ad allargare la mappa competitiva.

Il motivo è semplice: l’elettorato che decide una primaria non è lo stesso che decide un’elezione generale. Per conquistare la nomination bisogna spesso convincere gli elettori più motivati e ideologicamente definiti del proprio partito. A novembre, in un collegio in equilibrio, bisogna invece conquistare indipendenti, moderati e talvolta persone che due anni prima hanno votato per il candidato presidente dell’altro partito.

È qui che le midterm del 2026 diventano qualcosa di più di un referendum su Trump. Sono anche un test sulle trasformazioni interne dei due grandi partiti americani.

Quattro seggi per azzoppare l’anatra


La partita più difficile è quella dei Democratici al Senato. I Repubblicani partono da 53 seggi contro i 47 del blocco democratico che comprende anche gli indipendenti. Per cambiare maggioranza servono quindi quattro seggi netti.

All’inizio del ciclo la strada appariva strettissima. Oggi lo è ancora, ma la mappa si è allargata.

Le otto corse da seguire sono Michigan, Georgia, North Carolina, Maine, Alaska, Ohio, Texas e Iowa.

Le prime due sono soprattutto difese democratiche. Le altre rappresentano, con diversi gradi di difficoltà, opportunità di conquista.

Ed è proprio qui che le primarie hanno prodotto alcuni degli esperimenti politici più interessanti dell’anno.

Michigan: la scommessa della sinistra


Il caso più evidente è il Michigan.

Abdul El-Sayed ha sconfitto di strettissima misura la deputata Haley Stevens. El-Sayed, medico ed ex responsabile della sanità pubblica di Detroit, appartiene all’ala progressista del partito: sostiene Medicare for All e una maggiore redistribuzione economica. Stevens rappresentava invece il modello democratico moderato che negli anni di Trump ha avuto successo soprattutto nei sobborghi.

La sfida era quindi anche tra due teorie elettorali.

La prima sostiene che per vincere gli swing states i Democratici debbano conquistare indipendenti e moderati. La seconda ritiene che una proposta più nettamente progressista possa mobilitare giovani, minoranze e una parte dell’elettorato che normalmente non vota.

El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, sostenuto da Trump.

Il Michigan diventa così un laboratorio nazionale. Se El-Sayed conserverà un seggio democratico in uno Stato in equilibrio, la sinistra del partito potrà sostenere che l’eleggibilità dei progressisti è stata sottovalutata. Se perderà, i moderati utilizzeranno quasi certamente il risultato per sostenere la tesi opposta.

Texas: il rischio opposto per i Repubblicani


In Texas il problema si presenta dall’altra parte.

In condizioni normali, la competizione per un seggio senatoriale in uno Stato vinto nettamente da Trump nel 2024 non dovrebbe essere una priorità nazionale per i Democratici. E invece il Texas è diventato competitivo.

Il repubblicano Ken Paxton è una delle figure più riconoscibili della destra trumpiana. Ha costruito la propria carriera sull’alleanza con Trump e su posizioni molto nette nelle battaglie culturali e istituzionali che hanno trasformato il Partito Repubblicano. La vittoria di Paxton offre ai Democratici un avversario molto più polarizzante.

Contro di lui i Dem schierano James Talarico, giovane deputato statale, ex insegnante di scuola pubblica e seminarista (studia in un seminario presbiteriano per diventare pastore ordinato), che sta conducendo una campagna pensata anche per indipendenti e repubblicani moderati.

La corsa è arrivata sostanzialmente alla parità nei sondaggi e Cook Political Report l’ha spostata da vantaggio repubblicano a Toss-up (incerto).

È difficile dimostrare che un repubblicano più moderato avrebbe mantenuto automaticamente il vantaggio strutturale del partito, ma il dato politico rimane: una corsa che sulla carta avrebbe dovuto essere relativamente tranquilla per il GOP è diventata una delle competizioni nazionali.

Uno dei rischi delle primarie è proprio quello: un candidato perfettamente adatto all’elettorato più fedele del partito può invece risultare meno efficace quando il corpo elettorale si allarga.

Alaska: il modello Peltola


L’Alaska racconta una storia completamente diversa.

Mary Peltola è probabilmente uno degli esempi più riusciti della strategia opposta a quella di El-Sayed. Democratica centrista, prima Alaska Native eletta al Congresso, ha costruito un’identità politica fortemente locale, insistendo su pesca, energia, risorse naturali e costo della vita, mantenendo una certa distanza dal Partito Democratico nazionale.

Nella top-four primary del 18 agosto ha preceduto il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan.

Il sistema dell’Alaska rende il risultato diverso da quello di una primaria tradizionale: Democratici e Repubblicani partecipano allo stesso voto e i primi quattro avanzano. Ma vedere Peltola davanti a un senatore repubblicano in carica in uno Stato che alle presidenziali vota stabilmente a destra è comunque significativo.

La sua scommessa è chiara: convincere una parte dell’elettorato che può votare Trump alla Casa Bianca ma una democratica al Senato se quella candidata appare sufficientemente indipendente dal proprio partito.

È quasi l’esperimento inverso del Michigan.

North Carolina: la via moderata


Lo stesso principio, in una forma più tradizionale, è alla base della candidatura di Roy Cooper in North Carolina.

Cooper è stato governatore democratico per due mandati in uno Stato che contemporaneamente votava repubblicano nelle elezioni presidenziali. È un moderato, conosce l’elettorato suburbano e ha già dimostrato di poter ottenere voti al di fuori della base democratica.

Affronta Michael Whatley, ex presidente del Republican National Committee e candidato sostenuto da Trump.

Per i Democratici il North Carolina è probabilmente la più naturale opportunità di conquista. Se non riuscissero a vincere lì, arrivare ai quattro seggi necessari per il controllo del Senato diventerebbe molto più difficile.

Maine: il paradosso Collins


Il Maine presenta invece uno dei confronti ideologicamente più insoliti.

Il democratico Troy Jackson proviene dal mondo del lavoro e del sindacato. Ex taglialegna, concentra la propria politica su salari, lavoro, sanità e comunità rurali: un progressista di matrice sindacale, orientato alla classe lavoratrice.

Dall’altra parte c’è Susan Collins, una delle ultime vere moderate del Partito Repubblicano americano.

Collins ha attraversato quasi tutta l’era Trump mantenendo una posizione anomala nel GOP: conservatrice su molti temi, ma disposta a rompere con il partito e con il presidente su alcune questioni decisive.

La corsa del Maine è quindi l’opposto dello schema Texas: non progressista contro MAGA, ma sinistra sindacale contro repubblicanesimo moderato.

Iowa e Ohio: la battaglia per la classe lavoratrice


Iowa e Ohio misureranno invece la capacità dei Democratici di recuperare parte dell’elettorato che nell’ultimo decennio si è spostato verso Trump.

In Iowa, Josh Turek presenta un profilo democratico di matrice working-class e pragmatico e insiste sulla propria capacità di collaborare con i Repubblicani. Affronta Ashley Hinson, conservatrice e vicina a Trump.

Il fatto stesso che l’Iowa sia diventato un Toss-up è significativo. Trump ha vinto lo Stato tre volte e i Democratici non conquistano da anni un’elezione importante.

In Ohio il tentativo è ancora più evidente. Sherrod Brown, classe ’52, prova a tornare al Senato puntando sulla formula che ha caratterizzato tutta la sua carriera: sindacati, industria, salari, protezionismo commerciale e difesa della classe lavoratrice. Brown appartiene alla tradizione laburista del Partito Democratico, una sinistra economica che cerca di competere direttamente con Trump sul voto operaio. Sfiderà Jon Husted, il senatore repubblicano nominato dopo l’elezione di JD Vance alla vicepresidenza.

Alla Camera la stessa battaglia, collegio per collegio


Se il Senato offre otto grandi laboratori, alla Camera lo stesso fenomeno si ripete su scala locale.

I collegi realmente decisivi sono a oggi 21, una piccola frazione dei 435 totali.

La caratteristica più favorevole ai Democratici è che molti di questi seggi sono oggi controllati dai Repubblicani, dunque possono giocare più spesso all’attacco che in difesa.

Ma anche qui contano moltissimo i candidati con i loro profili e le loro storie.

Pennsylvania: il laboratorio anti-MAGA


PA-10 (gli identificativi dei collegi per la Camera ricordano i nostri “Torino 1” o “Sicilia 2”) è forse il collegio che sintetizza meglio la partita.

Janelle Stelson è una democratica moderata, ex volto televisivo molto conosciuto nella zona. Scott Perry invece è stato presidente dell’House Freedom Caucus ed è uno degli esponenti più identificabili della destra MAGA alla Camera.

I due si sono già affrontati nel 2024 quando Perry la spuntò per circa un punto.

Stelson cerca esplicitamente voti tra indipendenti e repubblicani moderati, sostenendo che Perry sia troppo ideologico per quel collegio. È il tipo di distretto nel quale la differenza tra un repubblicano tradizionale e un candidato fortemente identificato con MAGA può diventare decisiva.

La domanda non è se Perry sia troppo a destra per gli elettori repubblicani. Evidentemente non lo è perché ha vinto le primarie. La domanda è se sia troppo a destra per l’elettore medio del collegio PA-10. È una distinzione fondamentale.

Arizona: la strategia di rompere gli stereotipi


In AZ-01 il democratico Amish Shah affronta il repubblicano Jay Feely.

Shah, medico di pronto soccorso ed ex deputato statale, moderato, sta conducendo una campagna che cerca deliberatamente di sottrarsi all’immagine nazionale del Partito Democratico. Ha ottenuto il sostegno di importanti organizzazioni locali delle forze dell’ordine e, da deputato statale, ha più volte votato con i Repubblicani su misure riguardanti la sicurezza pubblica.

La strategia è simile a quella di Peltola in Alaska: non convincere l’elettore moderato che il Partito Democratico nazionale ha ragione su tutto, ma convincerlo che quel particolare candidato democratico può rappresentarlo.

È una distinzione che potrebbe risultare decisiva in numerosi collegi della Camera.

Washington: la democratica working-class


Ancora più interessante è WA-03.

Marie Gluesenkamp Perez è diventata negli ultimi anni uno dei modelli più studiati dai Democratici che vogliono tornare competitivi nell’America rurale e semi-rurale.

Proprietaria di una piccola impresa, parla di lavoro manuale, diritto alla riparazione, costo della vita e distanza tra le grandi città progressiste e le comunità rurali. Su alcune questioni culturali mantiene posizioni sensibilmente più moderate rispetto al partito nazionale.

Il suo avversario John Braun è sostenuto da Trump.

Anche qui la contrapposizione non è semplicemente sinistra-destra. È tra una democratica che costruisce un’identità working-class e locale e un repubblicano che prova a nazionalizzare la competizione elettorale intorno all’agenda trumpiana.

Virginia: due veterane e il centro politico


VA-02 offre ancora un’altra configurazione.

Elaine Luria, democratica moderata ed ex ufficiale della Marina, tenta di soffiare il seggio a Jen Kiggans, repubblicana e anch’essa veterana della Navy.

Kiggans ha ricevuto l’endorsement di Trump, ma non appartiene allo stesso universo politico di Scott Perry o Ken Paxton. È una conservatrice più istituzionale, costruita per un collegio competitivo.

È importante perché ricorda che l’endorsement di Trump non basta da solo a definire un candidato MAGA.

Il Partito Repubblicano del 2026 contiene ancora differenze significative: Susan Collins non è Jen Kiggans; Kiggans non è Scott Perry; Perry non è Ken Paxton. Trattarli come un blocco unico impedirebbe di capire proprio ciò che queste elezioni stanno misurando.

Il problema non è essere moderati o radicali


Lo stesso vale per i Democratici.

Peltola, Cooper e Stelson cercano il centro. El-Sayed cerca una mobilitazione progressista. Jackson e Brown puntano su una politica economica fortemente legata a lavoro e sindacati. Gluesenkamp Perez tenta di ricostruire un’identità democratica working-class culturalmente meno progressista.

Non esiste quindi una sola strategia democratica per battere il trumpismo. E non esiste una semplice legge secondo cui il candidato più moderato vince sempre.

Un candidato fortemente progressista può aumentare l’affluenza della propria base. Un moderato può conquistare indipendenti ma lasciare freddi gli elettori più giovani. Un candidato MAGA può mobilitare persone che un repubblicano tradizionale non porterebbe alle urne.

La vera questione è un’altra: quanto può essere distante un candidato dall’elettore medio del territorio in cui corre?

È qui che una primaria può cambiare un’elezione generale.

Quando una primaria allarga la mappa


Il Texas è il caso più evidente. Ma l’effetto delle candidature va oltre la probabilità di vittoria del singolo candidato.

Se un seggio che avrebbe dovuto essere sicuro diventa competitivo, il partito è costretto a spendere denaro per difenderlo. E questo cambia l’intera campagna.

Un Partito Repubblicano costretto a investire in Texas, Iowa o Alaska ha meno risorse disponibili per attaccare in Michigan o Georgia e per difendere North Carolina, Maine e Ohio.

Alla Camera vale la stessa logica. Se Scott Perry deve spendere milioni per sopravvivere in Pennsylvania, quelle risorse non possono essere utilizzate altrove.

Per questo le primarie possono modificare la mappa nazionale anche quando il candidato che le ha vinte riesce poi a conquistare il seggio.

Non conta soltanto chi vince: conta quanto costa farlo.

Due partiti sotto esame


Politicamente, con le elezioni di novembre, saranno sottoposte a verifica anche due trasformazioni più profonde.

La prima riguarda il Partito Repubblicano.

Trump continua ad avere un’enorme capacità di determinare le primarie. Ma le midterm diranno quanto il suo consenso sia trasferibile ai candidati che sostiene, soprattutto nei territori in equilibrio.

Vincere una primaria repubblicana grazie agli elettori MAGA e conquistare un indipendente suburbano a novembre, sono due operazioni molto diverse.

La seconda riguarda i Democratici.

Qual è il modo più efficace per battere il trumpismo?

La risposta di Peltola, Cooper, Stelson, Turek e Gluesenkamp Perez è conquistare il centro, parlare di questioni locali e costruire un’identità politica almeno in parte autonoma dal partito nazionale.

Quella di El-Sayed è differente: offre una proposta più nettamente progressista e riesce a mobilitare elettori che il centrismo democratico non riesce più a entusiasmare.

Brown e Jackson suggeriscono una terza strada: tornare a una sinistra economica centrata su lavoro, salari, industria e sindacati.

Tre strategie diverse per lo stesso obiettivo.

L’America dei pochi collegi


È questo il paradosso finale delle midterm.

Si voterà in tutta l’America, ma la maggioranza potrebbe essere decisa da una quantità minuscola di territorio.

Al Senato bisognerà seguire soprattutto Michigan, Georgia, North Carolina, Maine, Alaska, Ohio, Texas e Iowa.

Alla Camera gli occhi saranno puntati su una manciata di distretti, dall’Arizona alla Pennsylvania, dalla Virginia allo Stato di Washington.

Per chi volesse divertirsi con il Risiko midterm, i collegi da tenere d’occhio alla Camera, sono: AZ-01, AZ-06, CO-08, IA-01, IA-03, MI-07, NJ-07, NY-17, OH-07, OH-09, PA-07, PA-08, PA-10, TX-34, VA-02, WA-03, WI-03, CA-22, FL-25, NE-02 e NC-01.

Dentro quei pochi collegi si giocheranno contemporaneamente tre partite.

La prima stabilirà chi controllerà il Congresso negli ultimi due anni della presidenza Trump.

La seconda dirà se il Partito Repubblicano può continuare a spostarsi verso MAGA senza pagare un prezzo nei collegi decisivi.

La terza potrebbe essere ancora più importante per il futuro dei Democratici: stabilire se contro Trump funziona meglio il modello centrista di Peltola e Cooper, quello working-class di Brown e Gluesenkamp Perez, oppure la scommessa progressista di El-Sayed.

Le midterm del 2026 saranno dunque inevitabilmente un referendum sul presidente.

Ma nei pochi Stati e collegi che decideranno la maggioranza saranno anche qualcos’altro: un referendum su quale tipo di candidato riesce ancora a convincere l’America che sta “in mezzo”.