Il coraggio di custodire l’umano

Emanuele Pascuzzi
01/09/2026
Appunti di Viaggio

Ci sono comunità che non hanno smesso di credere nei propri valori, ma hanno perso il luogo nel quale viverli insieme.
È forse questa la condizione di una parte del popolarismo italiano: una comunità senza più una casa politica, alla ricerca non tanto di un nuovo partito quanto di una nuova possibilità di costruire.


Amministratori, professionisti, volontari, famiglie, cittadini. Persone diverse per storia e sensibilità, che continuano a riconoscersi nella centralità della persona, nella sussidiarietà, nella solidarietà, nel valore delle comunità, nel lavoro, nell’Europa come casa comune. Ma che troppo spesso non trovano più uno spazio politico nel quale questi valori possano diventare esperienza e responsabilità.


Non è un richiamo nostalgico. È una domanda proiettata al futuro.
Viene in mente la metafora dei Bimbi Sperduti di Peter Pan: non bambini che hanno smesso di credere, ma bambini che hanno perso la strada di casa.


Custodire l’umano


«Pionieri coraggiosi per custodire l’umano» sarà il titolo della prossima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, in programma a Rimini dal 20 al 25 agosto 2027.
È un titolo che parla anche alla politica, perché pone una domanda prima ancora che una proposta: che cosa significa custodire l’uomo?


Custodire l’umano significa non ridurre la persona a un numero, a un voto, a un consumatore, a un profilo digitale. Significa riconoscere che l’uomo non si compie da solo. La sua libertà non nasce nel vuoto, ma dentro relazioni, legami, responsabilità.
La persona viene prima dell’individuo.


È nella famiglia, nel lavoro, nell’amicizia, nell’associazione, nel territorio e nella comunità che l’uomo scopre chi è e per chi è.
Qui la sussidiarietà smette di essere una parola da convegno e diventa una visione dell’uomo e della società: la politica non deve sostituire ciò che le persone sono capaci di generare insieme, ma creare le condizioni perché possano farlo.
Tra l’individuo lasciato solo e uno Stato che pretende di organizzare tutto esiste uno spazio decisivo: quello della comunità.
Ed è proprio quando quello spazio si svuota che la politica rischia di trasformarsi in tifoseria.


La comunità nasce da un legame e da una responsabilità condivisa. La tifoseria nasce dall’identificazione contro qualcuno. La prima costruisce; la seconda mobilita.
È anche in questo vuoto che il populismo trova terreno fertile: non sempre perché le persone abbiano cambiato valori, ma perché una domanda di appartenenza rimasta senza risposta cerca comunque una risposta.


Non reduci, ma pionieri


Per questo la sfida del popolarismo italiano non può essere semplicemente quella di ricomporre ciò che si è diviso.
Non servono reduci. Servono pionieri.
Pionieri significa avere il coraggio di entrare in un territorio nuovo senza pretendere di avere già tutte le risposte. Significa non ricostruire il mondo politico di ieri, ma chiedersi quali valori possano ancora parlare al mondo di domani.
Il nostro tempo pone domande nuove: che cosa sarà il lavoro nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Come custodire la libertà dentro una società sempre più tecnologica? Come ricostruire legami in una società connessa e, insieme, sempre più attraversata dalla solitudine?


Non sono soltanto questioni tecniche.
Sono domande sull’uomo.
Ed è qui che una cultura popolare può tornare ad avere qualcosa da dire.
Non per occupare uno spazio elettorale, ma per contribuire a ricostruire uno spazio umano e civile.


Una casa, non un recinto


È dentro questa domanda che esperienze come Base Popolare possono trovare la propria responsabilità: non diventare l’ennesimo contenitore elettorale, ma contribuire a costruire un luogo nel quale persone diverse possano tornare a riconoscersi e a lavorare insieme.
Base Popolare punta, come metodo, a stare dalla parte della realtà. Attraverso la cultura della mediazione, non della contrapposizione; del dialogo, non dell’urlo; della competenza, non dello slogan.
Perché mediare non significa cedere. Significa assumersi la responsabilità di trovare una strada possibile quando è più facile scegliere una barricata.


Una comunità politica non nasce quando tutti la pensano allo stesso modo. Nasce quando persone diverse riconoscono che esistono ragioni sufficientemente grandi per costruire insieme.
Il 18 e 19 settembre, all’Auditorium Antonianum di Roma, Base Popolare si ritroverà per mettere a confronto idee, territori e persone. Sarà un’occasione per capire se quella domanda di comunità può trasformarsi nuovamente in un cammino condiviso.
Parteciperanno esponenti di partiti, associazioni e movimenti politici appartenenti a culture popolari, liberali, riformiste e civiche.
Esperienze diverse, identità diverse, storie diverse.


Non perché tutti debbano diventare la stessa cosa, e nemmeno perché le differenze debbano essere cancellate.
Al contrario.




Una comunità politica autentica non nasce quando tutti la pensano allo stesso modo, ma quando persone diverse riconoscono che esistono ragioni sufficientemente grandi per costruire insieme.
Forse è proprio questa la sfida più interessante: andare oltre le appartenenze e le sigle senza rinnegare la propria identità, per provare a costruire uno spazio nuovo.
La questione, alla fine, non è recuperare un passato.
È capire che cosa di quel passato meriti ancora un futuro.
Un luogo nel quale la persona torni a essere il punto da cui partire, la sussidiarietà una pratica, l’Europa una casa comune e la solidarietà una forma concreta di responsabilità verso l’altro.
Essere «pionieri coraggiosi» significa allora non difendere l’umano dalla storia, ma avere il coraggio di accompagnarlo dentro il futuro senza smarrirne il significato.


Perché custodire l’umano, alla fine, significa anche questo: non lasciare le persone sole davanti al futuro, ma costruire comunità nelle quali possano ancora sentirsi parte di una storia comune.
Forse l’Isola non è un luogo che dobbiamo ritrovare.
È un luogo che dobbiamo avere il coraggio di costruire.