L’atlante dei capricci: se Trump prova a chiamare tutto “America”

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Riccardo Lo Monaco
28/08/2026
Appunti di Viaggio

Prima il Golfo del Messico, poi il Lago Ontario, fino agli Oceani. La politica estera americana sembra aver scoperto un nuovo strumento di pressione internazionale.
E se il metodo prendesse piede, il problema non sarebbe più stabilire dove finisce l’America. Sarebbe trovare qualcosa che non si chiami America.

Per secoli abbiamo inutilmente complicato la politica internazionale. Ambasciate, trattati, vertici bilaterali, conferenze, sanzioni, embarghi, portaerei. Generazioni di diplomatici hanno dedicato la vita a studiare come convincere un altro Paese a fare qualcosa che non vuole fare.

Donald Trump sembra aver trovato una soluzione molto più semplice: il pennarello.

Se un Paese ti irrita, gli cambi nome a qualcosa.

Il primo esperimento è stato il Golfo del Messico, promosso nel 2025 a Golfo d’America. Adesso è arrivato il salto di qualità: il Lago Ontario è diventato, almeno nella nomenclatura federale americana, Lago America.

Ed è qui che la faccenda comincia a diventare interessante.

Perché il Lago Ontario non è un laghetto artificiale in cui sguazzano gli americanissimi pesci gatto nel giardino di Mar-a-Lago.
È uno dei Grandi Laghi ed è condiviso tra Stati Uniti e Canada.
Trump ha dunque trovato una forma di espansione territoriale particolarmente economica: non occorre conquistare il territorio, basta conquistare il sostantivo.

Niente Marines, niente portaerei, niente annessioni. Una firma, una nuova cartina e via: è l’imperialismo per toponomastica.

D’altra parte Trump con il Canada è parecchio contrariato. Il governo di Mark Carney non si è mostrato sufficientemente impressionato dalle minacce commerciali americane, i negoziati sui dazi sono diventati sempre più aspri e Ottawa continua ostinatamente a comportarsi come se il Canada fosse uno Stato sovrano e non una dependance innevata degli Stati Uniti.

E allora, Lake America.

Ma  il Canada non è certo l’unico Paese che ha avuto l’imprudenza di contraddire Donald Trump.

C’è il Messico, naturalmente, già privato nominalmente del suo Golfo. C’è la Danimarca, che continua inspiegabilmente a non voler  cedere la Groenlandia.
C’è Panama, che pretende addirittura che il Canale di Panama appartenga a Panama.

Ci sono gli europei, che ogni tanto insistono su quella curiosa usanza chiamata sovranità nazionale. E c’è mezzo mondo che, prima o poi, si è sentito minacciare con un dazio perché non faceva esattamente ciò che Washington desiderava.

A questo punto tanto vale rendere il sistema ufficiale.

La nuova dottrina americana potrebbe essere molto semplice: a ogni screzio diplomatico corrisponde una rettifica geografica.

Il Messico protesta? Il Golfo è già sistemato.

Se insiste, si passa alla Sierra Madre: Sierra Madre d’America.

Un’altra protesta? Si cancella “Mexico” da New Mexico: New America.

Con la Groenlandia il metodo sarebbe ancora più efficace.

Trump vuole acquisirla “in un modo o nell’altro”, la Groenlandia risponde che non è in vendita, la Danimarca risponde che non è in vendita, Trump insiste che sarebbe molto importante averla.

Nella vecchia diplomazia inizierebbe una lunga trattativa. Nella nuova basta saltare qualche passaggio.

Se non puoi comprare la Groenlandia, puoi sempre rinominarla. È persino più conveniente.

Nessun assegno da staccare alla Danimarca, nessun referendum tra i groenlandesi, nessun problema di diritto internazionale. Nuuk potrebbe diventare Mar-a-Lago North e la calotta glaciale il Trump International Ice Resort.

Accadrebbe però qualcosa di inevitabile: gli altri capirebbero il gioco.

E soprattutto capirebbero che per giocare non servono portaerei. Serve un pennarello.

Il Canada potrebbe svegliarsi una mattina e annunciare che Mount Rushmore si chiama da quel momento Mount Canada.

Il Messico potrebbe rispondere al Golfo d’America trasformando il Grand Canyon nel Gran Cañón de México.

La Francia, alla prima minaccia di dazi sullo Champagne, potrebbe ricordare agli americani che la Statua della Libertà gliel’hanno regalata loro e comunicare che da quel momento si chiamerà Statue de la République, con diritto di recesso in caso di nuove tariffe.

E allora la faccenda sfuggirebbe rapidamente di mano.

Perché se per cambiare nome a un luogo non è necessario possederlo, la geografia mondiale diventerebbe improvvisamente un’enorme pagina Wikipedia aperta a tutti.

La Cina potrebbe decidere che la Silicon Valley si chiama East Shenzhen.

Gli Stati Uniti potrebbero reagire trasformando la Grande Muraglia nella Great American Wall.

Pechino ribattezzerebbe il Pacifico, Mare Cinese Molto Orientale.

Trump risponderebbe che il Pacifico si chiama invece Oceano America.

L’Europa, per non restare indietro, potrebbe chiamare l’Atlantico “Mare Europeo Occidentale”.

E lì nascerebbe il primo serio problema diplomatico.

Una nave in partenza da New York per Lisbona starebbe attraversando contemporaneamente l’Oceano America, il Mare Europeo Occidentale e, secondo qualche decreto cinese pubblicato nel frattempo, il Grande Bacino Occidentale della Via della Seta.

Il comandante dovrebbe scegliere il nome da usare a seconda delle acque territoriali.

Ma il vero problema sarebbe un altro.

Trump litiga molto più velocemente di quanto il pianeta riesca a produrre elementi geografici e prima o poi i nomi finirebbero.

Ci sarebbe il Golfo America, il Lago America, il Monte America, il Fiume America, il Canale America, il Capo America, il Deserto America, la Foresta America, l’Oceano America, le Cascate America.

Probabilmente anche la Fossa d’America (quella che finora è stata delle Marianne), perché non si sa mai che laggiù qualche “ingrato” si stia approfittando degli Stati Uniti.

A quel punto la questione non sarebbe più geopolitica. Sarebbe logistica.

Un americano entrerebbe in un’agenzia di viaggi.

“Vorrei andare al Lago America.”

“Quale?”

“Quello vicino al Monte America.”

“Quello che sfocia nel Fiume America?”

“Credo di sì.”

“Vicino al Golfo America?”

“No, dall’altra parte.”

“Ah. Quello sull’Oceano America.”

“Esatto.”

“Atlantico o Pacifico?”

“Come si chiamano adesso?”

“America.”

Ed eccoci arrivati alla perfezione dell’America First.

L’America verrebbe così tanto prima di tutto il resto che non sarebbe più possibile capire dove sia.

Un tempo funzionava al contrario.

Prima conquistavi un territorio. Poi, se proprio volevi, gli cambiavi nome.

Alessandro fondava Alessandria, gli imperi battezzavano città, mari e province, le nuove nazioni cancellavano dalle mappe i nomi dei vecchi dominatori.

Era brutale, spesso. Ma almeno rispettava un certo ordine logico.

Con Trump sembra affacciarsi una versione più moderna ed efficiente: si elimina il passaggio più costoso.

Non serve conquistare il Canada, non serve annettere il Messico, non serve comprare la Groenlandia e non serve riprendersi Panama: basta comportarsi come se fosse già successo, comprare un pennarello e modificare la cartina.

In fondo è una perfetta politica estera per l’epoca dei social media: se non puoi cambiare la realtà, cambia il nome con cui la realtà compare sullo schermo.

Poi premi “salva”.

E dichiari vittoria.