Manila e Bruxelles si abbracciano: l’accordo commerciale che parla anche alla Cina
Nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 settembre, Commissione Europea e governo filippino hanno annunciato di aver raggiunto un’intesa sostanziale su di un futuro accordo di libero scambio. Ursula von der Leyen lo ha reso noto su X con notevole entusiasmo.
L’annuncio, e la soddisfazione di von der Leyen
L’intesa è stata comunicata in un comunicato congiunto dal commissario europeo al Commercio e alla Sicurezza economica Maroš Šefčovič e dalla sua controparte filippina, la segretaria al Commercio Ma. Cristina Aldeguer-Roque: i due Paesi hanno “raggiunto un accordo sostanziale su un accordo di libero scambio (FTA), segnando una tappa significativa per entrambe le parti”. Šefčovič, dopo una videochiamata con Roque, lo ha definito su X un “progresso e una vittoria per entrambe le parti”, sottolineando che l’intesa rafforza i legami con “una delle economie più dinamiche del Sud-est asiatico”.
Ma è la reazione della presidente della Commissione europea a dare la misura del peso politico, oltre che economico, dell’accordo. Ursula von der Leyen ha annunciato su X di aver parlato telefonicamente con il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., scrivendo: “Abbiamo appena raggiunto un accordo sul patto di libero scambio! Questo arriva esattamente tre anni dopo la mia visita a Manila per rilanciare i negoziati” – riferimento al viaggio del luglio 2023, quando von der Leyen in persona era volata nelle Filippine per riportare in vita trattative che si erano nel tempo arenate.
Ha inoltre annunciato l’intenzione di tornare nell’arcipelago il prossimo anno per la firma formale del trattato.
I dettagli dell’intesa
Le due parti hanno concluso sei round negoziali, l’ultimo dei quali si è tenuto a maggio, con l’accesso agli appalti pubblici filippini come nodo più difficile da sciogliere fino all’ultimo. È un punto tutt’altro che marginale: Manila aveva finora tenuto i contratti pubblici chiusi ai fornitori stranieri, e l’apertura in questo ambito rappresenterebbe un cambiamento strutturale significativo per l’economia filippina. Per finalizzare l’intesa, Šefčovič si è recato di persona a Manila nei giorni scorsi.
Sul piano commerciale, dunque, i volumi in gioco non sono trascurabili, anzi. L’interscambio tra Unione Europea e Filippine, che nel 2023 valeva 16,1 miliardi di euro in beni secondo i dati ufficiali della Commissione, si avvicinerebbe oggi ai 18 miliardi secondo alcune stime, con altri 10 miliardi di scambi nei servizi.
Fonti filippine parlano di esportazioni verso il blocco europeo per circa 8,1 miliardi di dollari nel 2024, contro importazioni dall’UE per circa 7,5 miliardi. L’Unione Europea è già oggi uno dei maggiori partner commerciali di Manila e una delle principali fonti di investimento estero nell’arcipelago.
Il cambiamento più rilevante, dal punto di vista giuridico, riguarda però la natura stessa della relazione commerciale. Fino ad oggi gli esportatori filippini verso l’Europa hanno operato sotto il regime GSP+ (Generalised Scheme of Preferences Plus), un sistema di preferenze tariffarie unilaterali che Bruxelles può modificare o revocare in qualsiasi momento, secondo criteri e tempistiche proprie.
Con l’FTA, Manila passa da un privilegio concesso a un accordo negoziato: una differenza che, in termini di stabilità e prevedibilità per gli investitori, cambia decisamente le carte in tavola.
Cosa cambia davvero per imprese e lavoratori
Vale la pena capire, al di là degli annunci, cosa porta realmente in tasca questo accordo alle due parti, perché è proprio nella concretezza dei benefici che si misura la reale portata della mossa.
Il primo beneficio è la stabilità.
Fino a oggi le esportazioni filippine verso l’UE viaggiavano sotto l’ombrello del GSP+, che copre duty-free 6.274 prodotti e che Manila ha sfruttato con un tasso di utilizzo record dell’80% – ma è un regime che Bruxelles può sospendere unilateralmente, come minacciò concretamente di fare nel 2020, quando il Parlamento Europeo chiese la revoca delle preferenze commerciali per le violazioni dei diritti umani legate alla guerra alla droga di Duterte.
Un FTA, per sua natura, non si può ritirare con un voto a Strasburgo: è un trattato bilaterale negoziato, che offre agli investitori – europei e filippini – la prevedibilità che un regime di preferenze unilaterali non può garantire.
Il GSP+, peraltro, scadrà nel 2027: l’accordo arriva giusto in tempo per evitare un vuoto normativo che avrebbe potuto interrompere bruscamente un flusso commerciale che, dal 2014 a oggi, ha fatto crescere le esportazioni filippine verso l’UE del 27 per cento, generando occupazione diffusa in agricoltura e manifattura.
Il secondo beneficio riguarda i settori. A guadagnarci saranno soprattutto le filiere già oggi più esposte al mercato europeo: tessile e abbigliamento, elettronica, prodotti agricoli (frutta tropicale, derivati del cocco, prodotti ittici), alimenti trasformati, macchinari.
La Camera di Commercio Europea nelle Filippine (ECCP) stima che l’accordo possa far crescere l’interscambio fino a 6 miliardi di euro aggiuntivi, con benefici anche su fronti finora poco esplorati dalla relazione bilaterale: materie prime critiche, commercio digitale, energia e proprietà intellettuale. Sul fronte degli investimenti, inoltre, l’accordo introduce clausole di protezione e promozione pensate per incoraggiare i capitali europei.
Il terzo beneficio, meno immediato ma più strutturale, è l’apertura – concordata infine in forma graduale – degli appalti pubblici filippini ai fornitori europei: un ambito che Manila aveva sempre tenuto chiuso agli offerenti stranieri, e che con questo accordo entra per la prima volta in un trattato commerciale filippino, segnando un salto di qualità nell’integrazione economica tra le due parti.
Il vero significato: una risposta, neanche troppo velata, a Pechino
Arriviamo qui al punto che rende questo accordo commerciale qualcosa di più di un semplice capitolo di mera diplomazia economica.
Le Filippine sono, tra tutti i possibili partner del Sud-est asiatico, il Paese che vive con maggiore intensità la pressione diretta della Cina nel Mar Cinese Meridionale – dalle incursioni quotidiane della guardia costiera cinese alle contese sulle secche di Scarborough e Second Thomas Shoal, fino alla sentenza arbitrale del 2016 che riconosce i diritti sovrani filippini sulle risorse dell’area e che la stessa von der Leyen, già nel 2023, aveva definito “giuridicamente vincolante”.
Lo scorso 24 luglio, a margine del 59° ASEAN Foreign Ministers’ Meeting a Pasay City, l’Alta rappresentante UE Kaja Kallas e la sua omologa filippina Maria Theresa Lazaro hanno firmato il Joint Statement per l’Enhanced Partnership tra Unione Europea e Filippine – nella stessa occasione, Bruxelles ha annunciato un pacchetto di sostegno da 15 milioni di euro attraverso lo strumento della European Peace Facility, il primo mai attivato nell’Indo-Pacifico, destinato a rafforzare la sorveglianza e la consapevolezza del dominio marittimo filippino – leggasi qui: capacità di monitorare e documentare le incursioni cinesi nelle proprie acque.
L’accordo commerciale, in questo senso, va letto come il completamento economico di un disegno che ha già una componente di sicurezza esplicita. E qui c’è un duplice motivo se l’intesa parla anche a Pechino.
Il primo motivo è economico: ogni contratto, ogni filiera, ogni investimento che le Filippine spostano verso l’Unione Europea è, per definizione aritmetica, un contratto o un investimento che non passa più – o passa meno – attraverso la Cina, che pure resta oggi il principale partner commerciale di Manila sul fronte delle importazioni. Ridurre la dipendenza economica di un Paese esposto alla pressione territoriale cinese significa ridurre anche la leva che Pechino può esercitare su di esso: meno dipendenza economica equivale, quasi sempre, a meno margine di ricatto politico.
Il secondo motivo è simbolico, e forse anche più pesante: è la scelta di premiare, con un trattato economico di questa portata, proprio il governo che tra tutti quelli del Sud-est asiatico ha scelto la linea più assertiva contro le pretese territoriali cinesi.
Bruxelles non firma un accordo di libero scambio con un partner qualunque: lo firma con Manila, proprio mentre Manila è nel pieno di uno scontro pubblico e quotidiano con Pechino – navi speronate, militari feriti, risposte forti come quello che ha visto protagonista il ministro della Difesa Gilberto Teodoro a Seoul appena due settimane fa. È un modo, neanche troppo implicito, di dire da che parte sta l’Unione Europea quando la posta in gioco è il rispetto del diritto internazionale nel Mar Cinese Meridionale.








