Verso un nuovo, terrificante, “diritto del mare”

Donatello D'Andrea
18/09/2026
Orizzonti

Una settimana fa le forze houthi hanno raggiunto l’isola di Perim, situata al centro dello stretto di Bab el-Mandeb, dopo che le forze governative yemenite si erano ritirate cedendo l’intera costa occidentale dello Yemen. Un’offensiva lampo di 18 ore – porto di Mokha, isole Hanish e Zuqar, poi Perim – e uno dei chokepoint più strategici del mondo ha cambiato mani.

Non è un episodio isolato del conflitto yemenita. È il secondo atto di una strategia iraniana che si stava costruendo da mesi. Il primo atto era Hormuz, la porta settentrionale del Golfo, sotto pressione dal febbraio 2026 e oggi con traffico navale sceso sotto le dieci unità al giorno. Il secondo è Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso. Con entrambe sotto controllo ostile, Teheran ha in mano una leva geopolitica senza precedenti nella storia recente del Medio Oriente.

Il filo che lega i due stretti non è una coincidenza geografica. Gli Houthi sono il più avanzato dei proxy iraniani nella regione, finanziati, armati e guidati da Teheran nel quadro di una strategia regionale precisa. Il 16 luglio 2026, l’Iran aveva già chiesto esplicitamente agli Houthi di chiudere Bab el-Mandeb nel caso di ulteriori attacchi americani alle proprie infrastrutture. I Pasdaran hanno dispiegato decine di consiglieri per assistere l’offensiva di questi giorni. Il consigliere di Khamenei ha già celebrato pubblicamente la “sonora vittoria” nel Mar Rosso. Non è stata una mossa houthi autonoma: è stata una mossa iraniana eseguita dagli Houthi. E quasi nessuno in Europa la sta leggendo come tale.

Il modello: controllare senza chiudere

La strategia houthi non è la chiusura dello stretto, almeno non nell’immediato. È la replica del modello che l’Iran ha applicato a Hormuz: prendere il controllo fisico del chokepoint, dichiarare che la navigazione è “libera e sicura” per tutti tranne i nemici designati, e attendere che la nuova realtà si normalizzi prima di usare la leva in modo più aggressivo.

Il modello ha tre fasi distinte. La prima è il controllo fisico: territorio costiero, isole strategiche, posizioni che dominano il passaggio. La seconda è la dichiarazione rassicurante – il portavoce houthi ha già detto che la navigazione è «sicura per tutti tranne le navi saudite» – che serve a ridurre la pressione internazionale immediata e a dare alla comunità internazionale il tempo di assorbire il cambiamento. La terza fase, quella che non è ancora avvenuta ma che la logica del modello rende prevedibile, è la monetizzazione: pedaggi, tasse di servizio, autorizzazioni di transito. Non chiusura, ma controllo. Non blocco, ma leva.

L’accordo Iran-Oman del 25 agosto su Hormuz ha già formalizzato questo schema: non una riapertura dello stretto, ma un nuovo regime di controllo in cui il traffico in entrata nel Golfo transita in acque iraniane sotto sorveglianza iraniana, e le partenze vengono autorizzate da Muscat dopo comunicazione a Teheran. Non è libertà di navigazione nel senso del diritto internazionale: è libertà di navigazione concessa da chi controlla fisicamente il passaggio, alle condizioni che decide lui. Bab el-Mandeb seguirà la stessa traiettoria.

Perché è un precedente e non un caso isolato

Il diritto internazionale della libertà di navigazione si basa su un principio che ha retto il sistema marittimo globale per decenni: le vie d’acqua internazionali non appartengono a nessuno e nessun attore può imporre condizioni di transito unilaterali. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982 stabilisce il diritto di passaggio in transito attraverso gli stretti internazionali come norma cogente, non derogabile da comportamenti unilaterali.

Quello che Iran e Houthi stanno costruendo è un sistema alternativo: il controllo de facto di un chokepoint come sostituto del titolo giuridico. Non rivendicano la sovranità sullo stretto nel senso del diritto internazionale, lo controllano nei fatti, il che produce effetti equivalenti senza dover affrontare le conseguenze di una rivendicazione formale. È più sofisticato di una semplice violazione del diritto internazionale: è la sua sostituzione con un sistema di fatto che produce gli stessi effetti senza offrire agli avversari gli appigli giuridici di una sfida frontale.

Il precedente si consolida non quando viene dichiarato, ma quando viene tollerato. È il meccanismo che in comunicazione strategica viene descritto come governo della comunicazione – la capacità di controllare non i singoli messaggi ma l’ambiente interpretativo dentro cui qualsiasi messaggio viene ricevuto, come formalizzato in Governare il linguaggio (D’Andrea, 2026). Non si cambia il diritto formale: si costruisce un contesto in cui operare fuori da quel diritto non viene più percepito come una violazione straordinaria, ma come la nuova normalità. Ogni giorno che passa senza una risposta sistemica è un giorno in cui il nuovo regime di fatto si sedimenta. E una volta sedimentato, il costo di contestarlo diventa proibitivo.

Chi ha interesse a contestarlo, e chi no

Gli Stati Uniti hanno interesse a contestare il controllo iraniano di Hormuz perché colpisce il prezzo dell’energia sui mercati americani. Non hanno interesse immediato a contestare il controllo houthi di Bab el-Mandeb perché quello stretto serve prevalentemente il commercio euro-cinese. Trump lo ha detto implicitamente rifiutando l’intervento militare richiesto da Riad.

La Cina ha interesse a garantire la libertà di navigazione su Bab el-Mandeb – è la sua rotta di esportazione verso l’Europa – ma preferisce il metagioco: non contestare il precedente apertamente, lasciare che gli altri paghino il costo della crisi, e presentarsi come mediatore quando sarà il momento. È la stessa strategia applicata su Hormuz.

L’Europa è il continente più esposto e quello con la risposta più lenta. È anche, paradossalmente, quello che avrebbe più da guadagnare dal contestare il precedente in modo sistemico: non solo per gli interessi commerciali immediati, ma perché un sistema di diritto internazionale della navigazione che regge è una condizione strutturale del modello economico europeo. L’Europa vive di commercio. Il commercio europeo vive di rotte marittime. Le rotte marittime vivono della libertà di navigazione. Se quella libertà diventa una concessione discrezionale di chi controlla fisicamente i chokepoint, il modello economico europeo ha un problema strutturale che nessuna politica industriale può compensare.

Cosa richiederebbe contestare il precedente

Contestare il precedente richiede una risposta sistemica su tre livelli simultanei, ciascuno necessario e nessuno sufficiente da solo.

Sul piano giuridico, portare la questione davanti al Tribunale Internazionale del Diritto del Mare documentando la violazione del regime di passaggio in transito, e costruire una coalizione di paesi che rifiutino formalmente di riconoscere il nuovo regime di fatto. Non produrrà effetti immediati, ma costruisce il campo semantico dentro cui il precedente viene letto dal sistema internazionale,  impedendo che la normalizzazione proceda in silenzio.

Sul piano diplomatico, coordinare con Cina, India, Giappone e Corea del Sud una posizione comune che rifiuti esplicitamente il principio del controllo para-statale dei chokepoint internazionali. La Cina ha interesse commerciale diretto nella rotta: coinvolgerla non è utopia, è calcolo. Non è un’alleanza militare: è un’affermazione politica coordinata che aumenta il costo reputazionale del precedente per chi lo sta costruendo.

Sul piano operativo, l’opzione militare coordinata non è da escludere, anzi. Aggiornare il mandato delle operazioni navali europee esistenti alla nuova realtà è la condizione minima: Atalanta e Aspides erano progettate per contrastare la pirateria e scortare navi in transito, non per rispondere al controllo territoriale para-statale di un chokepoint internazionale. Ma se il controllo houthi si consolida e la fase di monetizzazione dello stretto comincia, una risposta militare coordinata tra forze europee, americane e regionali, con un mandato chiaro e una coalizione internazionalmente legittimata, diventa non solo praticabile ma necessaria. Il precedente iraniano sui chokepoint non si contesta davvero se non viene contestato anche sul piano della forza. La deterrenza funziona quando è credibile, e la credibilità si costruisce prima che il costo dell’intervento diventi proibitivo, non dopo.

Il precedente si ferma solo se viene contestato. E si contesta solo se qualcuno decide che ne vale la pena prima che sia troppo tardi per farlo a costo accettabile.