La nave incagliata tra Cina e Filippine, dove ogni provocazione può diventare guerra
Tra la BRP Sierra Madre, le nuove mosse cinesi attorno a Scarborough Shoal e una presenza marittima sempre più intensa, Manila e Pechino stanno entrando in una fase in cui ogni incidente può avere conseguenze molto più ampie e pericolose.
La Sierra Madre resta al centro dello scontro
Al centro della nuova disputa c’è una vecchia nave da guerra filippina che da oltre venticinque anni funge da avamposto militare in una delle aree più contese del Mar Cinese Meridionale.
È la “BRP Sierra Madre”, una nave da trasporto della Marina filippina risalente alla Seconda guerra mondiale, che Manila fece deliberatamente incagliare nel 1999 sulla secca di Ayungin, conosciuta a livello internazionale come Second Thomas Shoal.
Si tratta di una formazione corallina situata a circa 105 miglia nautiche da Palawan, all’interno della zona economica esclusiva delle Filippine. Oggi la nave ospita un piccolo contingente di militari filippini e rappresenta la presenza permanente di Manila nell’area.
La Sierra Madre è diventata oggi, uno dei simboli più concreti della disputa.
La Cina ne chiede da anni la rimozione, sostenendo che la nave sia stata collocata illegalmente sulla secca e accusando Manila di avere promesso di ritirarla. Le Filippine respingono questa ricostruzione e sostengono che non sia mai stato raggiunto alcun accordo vincolante per abbandonare l’avamposto.
Di fatto, però, il 23 agosto le forze armate filippine hanno risposto proprio a una nuova dichiarazione dell’ambasciata cinese, accusando Pechino di voler “riscrivere la storia” sulla presenza della nave.
Il portavoce Roy Vincent Trinidad ha ribadito che non esiste alcun impegno vincolante per rimuoverla. La conclusione è stata particolarmente netta: «We will never abandon BRP Sierra Madre».
La nave, dunque, non verrà mai abbandonata da Manila.
La questione non riguarda però soltanto la presenza fisica della nave.
Il piccolo contingente filippino che vi è stanziato deve essere rifornito periodicamente.
Ed è durante queste missioni che negli ultimi anni si sono verificati alcuni degli episodi più pericolosi tra le due parti, con navi cinesi che hanno ostacolato le operazioni filippine e utilizzato, in precedenti occasioni, anche cannoni ad acqua.
Lo scorso luglio la tensione è salita precipitosamente.
Il 20 luglio, durante un confronto nelle acque attorno ad Ayungin, un militare filippino è rimasto ferito. Manila e Pechino hanno fornito versioni differenti dell’accaduto, ma l’episodio ha riportato in primo piano una domanda sempre più difficile da evitare: quanto può ancora durare una competizione fatta di contatti ravvicinati senza che un incidente produca un’escalation?
L’accordo che avrebbe dovuto ridurre la tensione
Un tentativo di evitare proprio questo scenario era arrivato nel 2024, quando Cina e Filippine avevano raggiunto un’intesa provvisoria sulle missioni di rifornimento alla Sierra Madre.
L’accordo, tuttavia, non ha risolto la questione di base. Pechino, infatti, interpreta l’intesa come un meccanismo che richiede determinate forme di coordinamento e sostiene che le operazioni filippine debbano essere sottoposte alla sua supervisione. Manila contesta questa interpretazione e afferma che l’intesa non concede alla Cina alcuna giurisdizione sulle proprie acque né il diritto di autorizzare le missioni.
Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. ha continuato a sostenere la necessità di mantenere aperto il dialogo con Pechino proprio per evitare errori di calcolo. Il problema è che la diplomazia procede, si, ma a rilento, mentre sul mare continuano gli incontri ravvicinati.
Scarborough, dove la questione diventa anche ambientale
A circa 300 chilometri a nord-ovest di Luzon si trova Scarborough Shoal, conosciuta nelle Filippine come Bajo de Masinloc: una formazione di rocce e reef corallini che circonda una laguna, nel Mar Cinese Meridionale.
È una delle aree più contese tra Cina e Filippine e dal 2012 è sottoposta al controllo di fatto cinese, garantito dalla presenza costante delle navi della Guardia costiera di Pechino.
C’è però una differenza importante rispetto alla già citata Ayungin: qui non c’è una nave filippina incagliata a rappresentare fisicamente la presenza di Manila. Il confronto riguarda soprattutto il controllo dell’accesso all’area, delle attività marittime e della pesca.
Nel 2016 il tribunale arbitrale istituito nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare aveva stabilito che Scarborough Shoal si trova all’interno dell’area in cui le Filippine possiedono diritti sovrani sulle risorse, pur senza attribuire la sovranità territoriale sulla formazione.
Qui entra in gioco anche l’ambiente. Pechino ha istituito una riserva naturale nazionale nell’area di Scarborough, presentando la decisione come una misura per proteggere l’ecosistema marino. Manila ha ampiamente contestato l’iniziativa, considerandola un tentativo di esercitare un’autorità che la Cina non possiede.
Il tema ambientale, però qui, non è un dettaglio secondario.
I reef di Scarborough hanno subito negli anni danni significativi, anche a causa della pesca distruttiva e della raccolta massiccia di tridacne giganti. La protezione dell’ecosistema è quindi una questione reale. Il rischio geopolitico nasce quando la conservazione ambientale si intreccia con pattugliamenti, restrizioni all’accesso e capacità di amministrare concretamente l’area.
È questo uno degli aspetti più delicati di questa nuova fase: l’ambiente può diventare un altro terreno della competizione strategica e produrre una crisi ecologica.
Manila risponde costruendo deterrenza
Le Filippine stanno cercando di evitare di trovarsi sole davanti a questa pressione cinese.
Il 22 agosto è entrato in vigore l’Acquisition and Cross-Servicing Agreement (ACSA) con il Giappone, che regola la reciproca fornitura di rifornimenti e servizi tra le due forze armate — un tassello che si aggiunge al più ampio Reciprocal Access Agreement, già operativo dal settembre 2025.
È la seconda faccia della politica di Marcos.
Da una parte Manila mantiene aperti i canali con Pechino e continua a parlare della necessità di cooperare. Dall’altra rafforza i rapporti con Giappone, Stati Uniti e gli altri partner regionali.
Non è necessariamente da definirsi come una contraddizione. Per le Filippine, il dialogo serve ad evitare che una crisi degeneri; la deterrenza serve a rendere più costoso un eventuale tentativo di cambiare lo status quo con la forza.
Il vero rischio è un errore di calcolo
Oggi parlare di una guerra imminente tra Cina e Filippine sarebbe forse eccessivo. Pechino non sembra avere interesse a trasformare la propria pressione in un conflitto aperto, mentre Manila sa che uno scontro diretto avrebbe conseguenze enormi per la propria sicurezza e per l’intera regione.
Il pericolo è però un altro.
Una collisione. Un abbordaggio. Un militare ferito. Una manovra interpretata come deliberatamente ostile. Un’operazione condotta senza coordinamento. Sono eventi che, in un ambiente già saturo di navi, pattugliamenti e rivendicazioni contrapposte, possono produrre reazioni decisamente difficili da controllare e prevedere.
La guerra, dunque, non appare inevitabile.
Ma la linea tra provocazione e guerra è diventata più sottile, e la vera minaccia potrebbe essere proprio questa: che nessuno scelga deliberatamente il conflitto, ma che un singolo incidente finisca per trascinare tutti oltre la soglia che avevano cercato di evitare.
In filippino si dice “Kapag may usok, may apoy”, ovvero “quando c’è fumo, c’è fuoco”.
Un proverbio pensato per la vita di tutti i giorni, ma che nel Mar Cinese Meridionale acquista un significato quasi letterale: ogni scontro, ogni nave speronata è un pennacchio di fumo che si alza sopra le “secche sterpaglie” contese.
Nessuno, a Manila come a Pechino, sembra voler appiccare il fuoco vero. Ma il fumo, ormai, si vede da lontano — e non si sa ancora chi, per primo, smetterà di soffiarci sopra ed alimentarlo.








