Il No islandese all’Europa e il vero motivo della frattura tra città e provincia
Il referendum islandese sull’apertura dei negoziati con l’Unione Europea ha restituito una fotografia che abbiamo già visto molte volte: le città guardano oltre i confini, le periferie e le campagne molto meno. Non è soltanto una questione di istruzione, reddito o appartenenza politica. Forse è, prima ancora, una questione di esperienza quotidiana del mondo.
Alla fine l’Islanda ha detto no.
Non all’ingresso nell’Unione Europea, a dire il vero, ma perfino alla possibilità di tornare a discuterne.
Ma il dato più interessante non è quello nazionale: è la cartina.
Perché guardandola si ha l’impressione di avere già visto quel film.
Nei due collegi di Reykjavík il Sì ha vinto nettamente: 57,5% nella parte nord della capitale, 54,5% in quella sud.
Poi ci si allontana dalla città e il paesaggio politico cambia insieme a quello geografico. Nel collegio meridionale il No sale al 60,5%, nel Nordovest al 62,9% nel Nordest al 61,2%.
La capitale guarda verso Bruxelles. Gran parte dell’Islanda rurale e costiera volta invece lo sguardo dall’altra parte.
Naturalmente esistono ragioni islandesi molto concrete. La pesca, innanzitutto. Il timore di perdere autonomia sulla gestione delle acque territoriali e delle quote ittiche pesa enormemente in un Paese nel quale il settore rappresenta una parte decisiva delle esportazioni.
Ci sono poi agricoltura, sovranità nazionale, una fortissima tradizione indipendentista e la convinzione, non irragionevole, di poter godere già di molti vantaggi europei attraverso lo spazio economico europeo e Schengen senza assumersi tutti gli obblighi dell’adesione.
Tutto vero. Eppure la geografia del voto racconta qualcosa che va oltre l’Islanda.
Racconta una frattura che attraversa ormai da anni quasi tutte le democrazie occidentali: quella tra i luoghi nei quali il mondo passa ogni giorno e quelli nei quali il mondo arriva soprattutto attraverso uno schermo.
La Brexit ce lo aveva mostrato con una chiarezza quasi didascalica.
Nel 2016 il Regno Unito votò Leave. Londra fece esattamente il contrario: quasi il 60% dei londinesi votò Remain. In alcuni quartieri la permanenza nell’Unione superò abbondantemente il 70%.
Poi bastava allontanarsi dalla metropoli perché la geografia politica cambiasse. L’Inghilterra delle città universitarie, dei grandi servizi, dei flussi internazionali e di parte delle aree metropolitane era una cosa; molte città minori, aree postindustriali, periferie e campagne erano un’altra.
Non era soltanto una mappa del Regno Unito, era una mappa del rapporto con il mondo.
Ed è forse qui che bisogna provare a spostare il ragionamento.
Perché è facile liquidare tutto con una spiegazione rassicurante: nelle città ci sono più laureati, quindi le città sono europeiste; nelle campagne ce ne sono meno, quindi cresce l’euroscetticismo.
Una parte di verità c’è. Gli studi sul voto europeo mostrano effettivamente che istruzione, età, condizioni economiche e composizione sociale hanno un peso.
Ma mostrano anche qualcosa di più interessante: la differenza tra città e aree rurali non scompare quando si tengono sotto controllo molte di queste variabili.
In uno studio comparato sui 27 Paesi dell’Unione più il Regno Unito, la propensione a votare partiti anti-integrazione resta significativamente maggiore nelle aree rurali anche considerando caratteristiche economiche e sociodemografiche.
Forse, allora, il titolo di studio spiega solo una parte della storia. L’altra potrebbe essere molto più materiale: è l’esperienza.
Chi vive a Londra, Parigi, Milano, Madrid, Amsterdam, Berlino, Barcellona o Copenhagen non ha bisogno che qualcuno gli spieghi astrattamente cosa significhi vivere in uno spazio europeo: lo vede, lo sente parlare, ci lavora accanto.
Sale su un treno e cambia Paese. Prende un aereo al mattino e torna la sera. Ha colleghi francesi, clienti tedeschi, vicini romeni, studenti spagnoli, camerieri polacchi, medici greci, programmatori estoni, fornitori olandesi.
Compra qualcosa online e arriva da un magazzino a mille chilometri di distanza.
Lavora per un’azienda che vende in venti Paesi.
Suo figlio parte con l’Erasmus. Un turista gli chiede indicazioni mentre va al lavoro. Un convegno internazionale riempie gli alberghi del quartiere. Un volo low cost trasforma Bruxelles, Lisbona o Berlino da punti su una carta geografica in posti nei quali si può essere in due o tre ore.
L’Europa, lì, non è una bandiera blu davanti a un ministero: è il traffico del martedì mattina.
E questo modifica inevitabilmente il modo in cui la si percepisce.
Non significa che la si ami.
Le grandi città europee possono essere ferocemente critiche con Bruxelles. Possono contestarne la burocrazia, le politiche economiche, l’immigrazione, le regole ambientali, l’euro, la gestione delle crisi. Essere esposti all’Europa non significa diventare automaticamente euroentusiasti.
Significa però una cosa diversa: è più difficile immaginarla come qualcosa di completamente esterno a sé, perché la si incontra ogni giorno.
È forse per questo che aeroporti, porti, università, stazioni internazionali, distretti finanziari e grandi poli produttivi costituiscono una geografia politica interessante.
Non perché un aeroporto produca europeisti come una fabbrica produce automobili — sarebbe una sciocchezza — ma perché quei luoghi sono porte. E vivere vicino a una porta significa vedere continuamente qualcuno entrare e qualcuno uscire.
Un grande porto non movimenta soltanto container. Movimenta lingue, persone, capitali, merci, idee, abitudini.
Un aeroporto internazionale non è semplicemente una pista con degli aerei. È un gigantesco promemoria quotidiano del fatto che il proprio quartiere non finisce dove comincia la tangenziale.
Una città universitaria non distribuisce soltanto lauree. Mescola biografie.
E forse è proprio questa parola — mescolare — a spiegare una parte della frattura.
Le grandi città contemporanee sono macchine per la contaminazione.
Non necessariamente felice, non necessariamente pacifica, non necessariamente semplice, ma inevitabile.
Ogni giorno costringono chi le abita a negoziare con qualcosa che non conosceva già.
Un accento diverso. Una cucina diversa. Un modo diverso di vestirsi. Una religione diversa. Un’abitudine diversa. Una professione appena inventata. Una tecnologia che ieri non esisteva. Una persona che arriva da un posto del quale magari non si saprebbe indicare la capitale.
La provincia e la campagna non sono l’opposto di tutto questo. Sostenerlo sarebbe caricaturale, oltre che falso.
Anche le campagne sono attraversate dalle migrazioni, dal commercio internazionale, dal turismo, dalla tecnologia. E le città possono produrre comunità chiusissime, paure, segregazione e identità ostili all’esterno.
Ma cambia l’intensità dell’esposizione, cambia la frequenza, cambia la possibilità di sottrarsi.
Nella grande città il mondo ti viene addosso anche se non lo hai invitato. Ed è difficile, dopo un po’, continuare a pensare che possa essere rimesso ordinatamente fuori dalla porta.
Forse è questo che vediamo sulle mappe elettorali europee.
Non semplicemente progressisti contro conservatori. Non semplicemente laureati contro non laureati. Non ricchi contro poveri.
Ma persone che fanno esperienze differenti della contemporaneità.
Da una parte, territori nei quali l’interdipendenza è un’esperienza quotidiana. Dall’altra, territori nei quali la globalizzazione viene molto più spesso percepita attraverso le sue conseguenze che attraverso le sue opportunità.
Ed è una differenza enorme.
Perché se vivi in una città internazionale, la globalizzazione può avere il volto del collega arrivato da Madrid, della multinazionale che ti paga lo stipendio, del volo per Amsterdam, dello studente Erasmus che affitta la stanza accanto.
Se vivi in un’area industriale che ha perso la fabbrica, la globalizzazione può avere il volto di quella fabbrica trasferita altrove.
Se vivi in un villaggio di pescatori islandese, l’Europa può presentarsi non attraverso un ragazzo francese seduto al tavolo accanto, ma attraverso la possibilità che qualcuno a Bruxelles decida qualcosa sulle quote di pesca.
È sempre la stessa Europa, ma non viene vissuta nello stesso modo.
E allora diventa più facile capire Reykjavík.
Per un professionista della capitale islandese, l’Unione Europea può essere una rete nella quale entrare più profondamente: mercato, mobilità, moneta, università, protezione internazionale, possibilità.
Per un pescatore di un piccolo centro costiero può essere esattamente il contrario: qualcuno lontano che potrebbe entrare più profondamente nella gestione della sua risorsa più vicina.
L’uno vede una porta che si apre, l’altro teme una porta dalla quale qualcuno possa entrare.
Entrambi, dal proprio punto di vista, possono essere perfettamente razionali.
Ed è qui che il discorso diventa più interessante della solita contrapposizione tra cosmopoliti illuminati e provinciali impauriti.
Perché sarebbe troppo semplice — e probabilmente molto arrogante — concludere che chi vive nelle grandi città “capisce il mondo” e chi vive altrove no.
Il punto potrebbe essere invece che vivono mondi differenti e votano di conseguenza.
Le aree urbane ricevono una quantità maggiore di benefici visibili dall’apertura, ma anche molti dei suoi costi. Le periferie economiche e geografiche possono ricevere meno benefici percepibili e vivere più intensamente la sensazione che le decisioni vengano prese altrove.
Bruxelles, allora, non è soltanto lontana in chilometri. Può essere lontana nell’esperienza.
Ed è probabilmente questa distanza che l’Europa continua a sottovalutare.
L’Unione ha passato decenni a spiegare cosa fa: forse dovrebbe interrogarsi molto di più su dove viene vissuta.
Perché una direttiva europea, un mercato senza frontiere o la libera circolazione non hanno lo stesso significato per chi passa una frontiera quattro volte al mese e per chi non ne attraversa una da vent’anni.
E non c’è alcun giudizio morale in questo. C’è una questione politica gigantesca.
Le democrazie liberali rischiano infatti di dividersi sempre più non soltanto per reddito o ideologia, ma per grado di esposizione al mondo.
È una frattura che va oltre l’Unione Europea.
La ritroviamo nel voto americano tra grandi metropoli e aree rurali, nelle tensioni tra capitali e province, nei conflitti sull’immigrazione, nella diffidenza verso il commercio globale, nell’ostilità alle istituzioni sovranazionali. Persino nel diverso modo di percepire innovazione tecnologica, transizione ecologica e cambiamento sociale.
A un certo punto, quindi, la domanda smette di essere: perché una parte dell’Islanda non vuole l’Europa?
E diventa un’altra.
Quanto mondo entra nella vita quotidiana di chi vota?
È una domanda meno comoda, perché non consente di dividere facilmente i cittadini in intelligenti e ignoranti, aperti e chiusi, buoni e cattivi.
Costringe invece a guardare le geografie, le infrastrutture, i trasporti, le opportunità, le reti sociali, le biografie.
E soprattutto costringe a riconoscere che il cosmopolitismo non nasce soltanto da un’idea, ma nasce spesso da un’abitudine.
È molto più semplice credere nella libera circolazione quando la libera circolazione ha il volto di qualcuno che conosci.
È più semplice considerare naturale l’interdipendenza quando il tuo lavoro dipende da essa.
È più semplice pensarsi europei quando l’Europa non comincia alla frontiera ma sul pianerottolo di casa.
Allo stesso modo è più facile desiderare protezione dal mondo quando del mondo si vedono soprattutto le minacce.
Forse per questo il referendum islandese racconta qualcosa di più grande dell’Islanda.
Ci dice che l’Europa continua ad avere un problema nelle sue periferie, non necessariamente perché lì ci sia meno cultura, meno intelligenza o meno capacità di comprendere, ma perché troppo spesso c’è meno Europa vissuta.
E una comunità politica che viene conosciuta prevalentemente attraverso regolamenti, vincoli, telegiornali e polemiche nazionali parte inevitabilmente svantaggiata rispetto a una comunità che viene sperimentata attraverso persone, viaggi, lavoro e relazioni.
Da Reykjavík a Londra, le mappe continuano a suggerircelo.
Le città, con tutte le loro contraddizioni, sembrano avere imparato prima una cosa: il piccolo guscio nazionale può essere rassicurante, ma ormai è poroso.
Il mondo entra comunque. Entra attraverso una merce, un’applicazione, un prezzo dell’energia, una guerra lontana, un virus, un lavoratore, una nave, una fibra ottica, una decisione presa dall’altra parte del pianeta.
Si può amare questa realtà oppure detestarla.
Si può tentare di governarla oppure promettere di respingerla.
Ma è impossibile abolirla.
Ed è forse questo il vero spartiacque che si intravede dietro il voto islandese.
Non tra chi ama l’Europa e chi la odia. Nemmeno tra città intelligenti e campagne arretrate.
Ma tra chi ha già incorporato nella propria quotidianità l’idea che nessun luogo è più davvero lontano e chi può ancora avere la sensazione che una distanza geografica sia anche una distanza dal problema.
In fondo, forse, l’Europa non piace a chi l’Europa non la vive.
Ma allargando lo sguardo si potrebbe dire qualcosa di ancora più radicale.
Forse è il mondo che spaventa di più proprio dove il mondo passa di meno.








