Ottant’anni dopo, quando la memoria muore

Riccardo Lo Monaco
07/09/2026
Orizzonti

C’è un momento in cui la Storia smette di avere una voce. Non perché scompaiano i documenti, le fotografie, i filmati o i libri, ma perché muoiono gli ultimi uomini e le ultime donne che possono dire: io c’ero. Per la Seconda guerra mondiale, il fascismo, il nazismo e la Shoah quel momento è arrivato. E forse non è un caso che, proprio mentre scompaiono gli ultimi testimoni, tornino a diventare pronunciabili idee che pensavamo sepolte insieme al Novecento.


Ottant’anni.

Non è una formula matematica e neppure una legge della storiografia. È, più semplicemente, il tempo approssimativo necessario perché una memoria collettiva perda quasi tutti i propri testimoni.

Ottant’anni dopo un avvenimento, chi lo ha vissuto da adulto è quasi certamente morto. Chi lo ha attraversato da bambino è ormai molto anziano.

La memoria passa allora definitivamente dalla carne alla carta, dalla voce all’archivio, dal racconto del nonno al libro di storia.

Ed è proprio in quel passaggio che accade qualcosa.

Finché davanti a te c’è un uomo con un numero tatuato sull’avambraccio, sostenere che Auschwitz sia un’invenzione richiede almeno la sfrontatezza di negare ciò che hai fisicamente davanti agli occhi.

Quando quell’uomo non c’è più, rimangono fotografie, documenti, testimonianze registrate, sentenze, montagne di prove. Ma tutto può essere retrocesso, nell’ecosistema digitale contemporaneo, al rango di una delle tante “versioni”.

Il testimone dice: è successo. L’algoritmo risponde: c’è chi sostiene il contrario.

Ed è in quella distanza apparentemente minuscola che può morire la memoria storica.

Quando l’ultimo testimone se ne va

I sopravvissuti alla Shoah che portano ancora sul proprio corpo i segni dei campi nazisti sono sempre meno. Lo stesso vale per gli italiani che conobbero direttamente la dittatura fascista, la repressione, le leggi razziali, la guerra, le deportazioni.

Per molte generazioni la memoria del fascismo non è stata soltanto una questione storiografica.

Era memoria familiare.

Era il nonno mandato al confino. Il bisnonno picchiato dagli squadristi. Il vicino deportato. La famiglia ebrea che non tornò più. Il racconto di chi aveva visto una dittatura nascere non improvvisamente, ma un pezzo alla volta.

Quelle persone stanno scomparendo.

E quando scompare la memoria vivente, aumenta lo spazio disponibile per quella reinventata.

Non serve neppure negare frontalmente.

Il revisionismo più efficace procede per sottrazione:

“Non fu proprio così”

“Si esagera”

“Anche gli altri lo facevano”

“Bisogna contestualizzare”

“Il fascismo fece anche cose buone”

“Il numero delle vittime è gonfiato”

“Non possiamo giudicare quell’epoca con i valori di oggi”

Fino all’ultima e apparentemente inoppugnabile obiezione: “sono passati ottant’anni”.

Esattamente! È questo il problema.

I numeri della smemoratezza

Non siamo davanti soltanto a una sensazione.

Nel 2004 Eurispes rilevava che il 2,7% degli italiani riteneva che lo sterminio degli ebrei non fosse mai avvenuto.

Nel 2020 erano diventati il 15,6% (non si azzarda se si ipotizza che oggi potrebbero essere raddoppiati).

Nello stesso rapporto, un ulteriore 16,1% sosteneva che l’Olocausto fosse realmente avvenuto ma avesse prodotto molte meno vittime di quanto storicamente accertato.

Vent’anni di accesso pressoché illimitato all’informazione non hanno prodotto necessariamente più conoscenza. Hanno prodotto anche più possibilità di scegliere quale realtà credere.

Nel gennaio 2026 YouTrend ha posto agli italiani un’affermazione molto semplice:

“L’Olocausto degli ebrei nella Germania nazista è stato ampiamente esagerato”. Il 14% l’ha considerata sicuramente o probabilmente vera.

Non parliamo di una setta marginale di fanatici.

Parliamo, proiettando la percentuale sulla popolazione adulta, di milioni di persone.

Ed è un fenomeno tutt’altro che italiano.

La Conference on Jewish Material Claims Against Germany misura da anni la conoscenza della Shoah in diversi Paesi. Il suo indice internazionale ha evidenziato un fenomeno particolarmente preoccupante: sono proprio i più giovani, in molti Paesi, a mostrare maggiori lacune e una maggiore disponibilità ad accettare la tesi secondo cui il numero delle vittime sarebbe stato esagerato.

Nei Paesi Bassi, una precedente ricerca della stessa organizzazione aveva rilevato che il 23% di Millennials e Gen Z considerava la Shoah un mito oppure riteneva che il numero degli ebrei assassinati fosse stato enormemente esagerato.

Non ricordano.

E proprio perché non ricordano possono essere convinti che non sia accaduto.



La memoria nell’epoca dell’algoritmo

C’è poi una differenza fondamentale rispetto a tutte le precedenti transizioni generazionali.

Quando morirono gli ultimi testimoni delle guerre napoleoniche non esisteva Telegram.

Quando scomparvero gli ultimi uomini che avevano visto la Prima guerra mondiale non esisteva TikTok.

La fine della testimonianza diretta della Shoah coincide invece con la più gigantesca macchina di produzione e distribuzione di informazioni — vere, false o manipolate — mai costruita dall’umanità.

Nel rapporto History under attack: Holocaust denial and distortion on social media, UNESCO e ONU hanno analizzato migliaia di contenuti dedicati alla Shoah sulle principali piattaforme.

Il 16,2% presentava forme di negazione o distorsione.

Su Telegram la percentuale saliva al 49%.

Quasi un contenuto su due.

La falsificazione storica non è più confinata nel retrobottega di una libreria estremista, in una pubblicazione semiclandestina o nella riunione di qualche gruppo neonazista. Sta nello stesso telefono con cui ordiniamo la cena.

E soprattutto utilizza gli stessi meccanismi di distribuzione di qualsiasi altra informazione.

La fotografia di Auschwitz e il video che sostiene che Auschwitz sia una montatura compaiono sul medesimo schermo.

La verità documentata da milioni di pagine d’archivio e la menzogna costruita in trenta secondi ricevono graficamente la stessa dignità: un post.

Quando la falsificazione entra a scuola

Il risultato sta già arrivando nelle aule.

Un’indagine UNESCO pubblicata nel 2026, realizzata coinvolgendo 2.030 insegnanti di 23 Paesi dell’Unione europea, ha rilevato che il 61% degli insegnanti intervistati si è trovato davanti a episodi di negazione o distorsione della Shoah espressi dagli studenti.

L’11% dice di incontrarli frequentemente.

Ancora più impressionante: il 78% ha assistito ad almeno un episodio di antisemitismo tra studenti.

E il 44% ha visto ragazzi fare saluti nazisti oppure disegnare o indossare simboli nazisti.

Il terreno, dunque, esiste. Ed è un terreno straordinariamente fertile per i semi avvelenati del negazionismo.

Perché la Shoah non è un capitolo isolato della memoria europea. Il meccanismo che consente di relativizzarla è lo stesso che permette progressivamente di rendere accettabili le idee che l’hanno preceduta.

Prima si dimentica ciò che è accaduto. Poi si dimentica perché è accaduto.

Infine si possono riproporre le condizioni che lo resero possibile.

La Germania, ottant’anni dopo

Ed eccoci alla Germania. Non a quella del 1933, ma del 2026.

Alternative fur Deutschland è oggi una forza capace di contendere il governo di interi Lander e di mettere in discussione alcuni dei presupposti culturali sui quali la Repubblica federale aveva costruito la propria identità dopo il nazismo.

Ormai, come avvenuto in Sassonia-Anhalt, può partecipare alle elezioni diventando la prima forza politica e punta apertamente a cambiare in profondità la società tedesca.

Il punto non è sostenere una puerile equivalenza secondo cui AfD è il NSDAP.

Non lo è.

Il punto è molto più serio.

È chiedersi perché idee che fino a pochi decenni fa avrebbero prodotto un’immediata repulsione sociale possano oggi essere nuovamente presentate come normali opzioni del dibattito democratico.

Classi separate per studenti con disabilità; abolizione dell’obbligo scolastico (chiamato “costrizione scolastica”), e possibilità di educare i figli in casa; fine del programma “scuola senza razzismo“; testi scolastici scelti dal Land; disdetta del contratto con la TV pubblica definita “primo canale di indottrinamento del popolo”; “remigrazione” di tutti i cittadini stranieri; abolizione del diritto d’asilo; nascita della “guardia civica di volontari” composta da cittadini armati definiti “eroi del quotidiano”; contrasto aperto contro le “deviazioni sessuali”, gli “stili di vita non riproduttivi” e “modelli sessuali aberranti”; promozione dell’arte per contribuire alla costruzione dell’identità tedesca.

Questi alcuni dei punti programmatici con i quali AfD ha di fatto stravinto le elezioni nel Land alle porte di Berlino.

Non occorre sostenere che la Germania sia tornata al 1933 per interrogarsi sul significato della direzione intrapresa.

Anzi.

Fare l’equazione AfD = nazismo sarebbe il modo più semplice per evitare il problema.

La storia non si ripete copiando se stessa. Cambia linguaggio.

E l’Italia?

Pensare che tutto questo riguardi soltanto la Germania sarebbe consolatorio.

Alcuni attori della scena politica nazionale, puntando a costruire una destra “identitaria” e non nascondendo l’ammirazione- anzi la palesano orgogliosi – per “fasti”, vestigia e simbologie del Ventennio, strizzano l’occhio alle proposte d’oltralpe e le ripropongono in salsa italica.

Non è necessario dedurre una vicinanza con AfD di alcune forze politiche italiane. Lo dichiarano loro stesse.

Futuro Nazionale siede al Parlamento europeo nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, insieme ad AfD. Entrandovi, Vannacci ha dichiarato di riconoscersi nei principi e negli ideali del gruppo.

Qualche mese dopo è stato ancora più esplicito: “Mi auguro che Futuro Nazionale segua le orme di AfD”.

Le somiglianze, dunque, non sono un’accusa degli avversari. Sono una rivendicazione politica dello stesso Vannacci.

Naturalmente tutto questo avviene dentro le istituzioni democratiche. AfD partecipa alle elezioni. Futuro Nazionale partecipa alle elezioni. I loro elettori esercitano un diritto costituzionale.

Ed è proprio questo il punto.

Le democrazie non muoiono necessariamente perché qualcuno abolisce le elezioni, possono deteriorarsi anche continuando a votare.

Il nuovo “diritto alla nostalgia”

C’è una formula retorica che accompagna questa trasformazione: “Libertà di pensiero”.

Chi recupera simboli, parole d’ordine o categorie culturali appartenute alle destre autoritarie del Novecento reclama il diritto di farlo in nome della libertà.

E naturalmente quel diritto esiste, nei limiti stabiliti dalle leggi democratiche.

Ma qualcosa è cambiato.

Per decenni il fascismo e il nazismo non furono soltanto politicamente sconfitti. Furono socialmente screditati.

Il nostalgico esisteva, ma sapeva di essere nostalgico. Il neonazista sapeva di collocarsi fuori dal perimetro della rispettabilità democratica.

Oggi quel confine si è fatto più poroso.

Il processo è quasi sempre lo stesso:

  • Prima si reclama il diritto di dire.
  • Poi il diritto di celebrare.
  • Poi il diritto di rivalutare.
  • Poi il diritto di riscrivere.

E infine si accusa di intolleranza chi ricorda che quelle idee sono già state sperimentate, e il “libero pensiero” diventa così curiosamente libero soprattutto quando coincide con il proprio.

Chi rivendica il diritto di recuperare categorie autoritarie considera invece una forma di censura il diritto degli altri di chiamarle con il loro nome.

“Il fascismo è finito ottant’anni fa”

“Il fascismo è finito ottant’anni fa”.

È vero.

Ma è precisamente questo che dovrebbe preoccuparci.

Perché ottant’anni sono sufficienti affinché un ragazzo di vent’anni non abbia probabilmente mai conosciuto una persona che fosse adulta durante il fascismo.

Suo padre non l’ha conosciuto. Probabilmente neppure suo nonno.

La dittatura non appartiene più alla memoria familiare.

Appartiene alla Storia.

E la Storia, quando smette di avere testimoni, diventa più facile da manipolare.

Un documento può essere dichiarato falso.

Una fotografia può essere definita propaganda.

Uno storico può essere accusato di appartenere al sistema.

Un museo può diventare “ideologico”.

Un insegnante può essere accusato di indottrinamento.

Un servizio pubblico può diventare “propaganda”.

E alla fine persino il testimone, quando ancora esiste, può essere trasformato in un’opinione. È così che la memoria perde la propria funzione immunitaria.

Non comincia mai dalle camere a gas

Questo è forse l’equivoco più pericoloso.

Quando si evoca il rischio del ritorno delle ideologie che devastarono l’Europa, la risposta è quasi sempre caricaturale:

dove sarebbero i campi di concentramento?

Ma il nazismo non cominciò con Auschwitz. Il fascismo non cominciò con le leggi razziali.

Le camere a gas furono il punto terminale di un processo.

Prima vennero le parole.

Poi la costruzione del nemico.

Poi la distinzione tra cittadini più o meno autentici.

Poi l’idea che alcuni individui, singoli o riuniti in realtà associative, costituissero un problema per la comunità nazionale.

Poi l’identificazione della diversità con la decadenza.

Poi la trasformazione della cultura in strumento dell’identità nazionale.

Poi l’assuefazione.

Poi le leggi.

È per questo che ricordare non significa sostenere che ogni politica migratoria restrittiva sia fascista, che ogni conservatore sia un nostalgico o che ogni critica all’immigrazione conduca ad Auschwitz.

Significa qualcosa di assai più serio: conoscere la sequenza.

Sapere riconoscere i meccanismi prima che producano le loro conseguenze.

Non servono neppure ottant’anni

E a volte, evidentemente, non servono neppure ottant’anni.

In Serbia ne sono bastati poco più di trenta.

Ratko Mladić, il “boia dei Balcani”, l’uomo condannato definitivamente all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, compreso il massacro di Srebrenica, dove nel luglio del 1995 furono assassinati più di ottomila musulmani bosniaci, è tornato da morto a Belgrado, a bordo di un aereo del governo serbo, accolto con onori militari.

Il ministro della Giustizia aveva annunciato per lui anche “tutti gli onori militari e di Stato”.

Una scelta talmente grave da spingere la commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, a cancellare la propria visita in Serbia, ricordando che la glorificazione dei criminali di guerra è incompatibile con i valori fondamentali dell’Unione europea.

A Srebrenica non siamo ancora arrivati alla scomparsa dei testimoni: ci sono madri che hanno seppellito i figli, figli che hanno perso i padri, sopravvissuti che possono ancora raccontare ciò che accadde. Eppure è già possibile trasformare il responsabile militare di un genocidio in un uomo da accogliere con gli onori riservati agli eroi.

È forse questo l’aspetto più inquietante: la memoria non ha bisogno di essere completamente cancellata per essere sconfitta. A volte basta decidere di non ascoltarla.

La memoria non è commemorazione

Abbiamo trasformato progressivamente la memoria in un calendario.

27 gennaio.

25 aprile.

Una corona.

Un minuto di silenzio.

Un discorso.

Una visita scolastica.

Poi si torna a casa.

Ma la memoria storica non serve a rendere omaggio ai morti.

O almeno non serve soltanto a questo.

Serve ai vivi.

La memoria della Shoah, del nazismo e del fascismo non esiste perché dobbiamo continuare eternamente a processare i nostri bisnonni.

Esiste perché quelle esperienze costituiscono un gigantesco archivio degli errori di cui sono capaci le società moderne, istruite, tecnologicamente avanzate e democratiche.

La Germania che consegnò il potere a Hitler non era una tribù primitiva.

Era il Paese di Goethe, Beethoven, Kant, Einstein.

Questo è ciò che rende il nazismo ancora oggi così terribile. Non dimostrò ciò che possono fare i barbari.

Dimostrò ciò che possono fare i civilizzati.

Dopo ottant’anni

Stiamo entrando nella prima epoca nella quale quasi nessuno potrà più raccontarci personalmente che cosa accadde.

Contemporaneamente stiamo entrando nell’epoca nella quale chiunque può produrre una falsa ricostruzione storica, distribuirla a milioni di persone e trovarsi accanto, sullo stesso schermo, le immagini autentiche di ciò che sta negando.

È una coincidenza storica formidabile. E pericolosa. I testimoni muoiono mentre gli algoritmi imparano a parlare.

La memoria biologica scompare mentre la capacità industriale di fabbricare memorie alternative diventa praticamente infinita.

Forse è per questo che il numero ottanta conta. Non perché allo scoccare dell’ottantesimo anno una società dimentichi automaticamente il proprio passato.

Ma perché, attorno a quella soglia, cambia il modo in cui può conoscerlo.

Non possiamo più chiedere al nonno.

Dobbiamo decidere se credere allo storico o all’influencer.

All’archivio o al video virale.

Al documento o al post.

E soprattutto dobbiamo decidere se considerare la memoria un’eredità da custodire oppure un ingombro del quale liberarci. Perché quando l’ultimo testimone sarà morto, Auschwitz continuerà naturalmente a esistere.

Rimarranno i binari.

Le baracche.

Le fotografie.

I documenti.

Le montagne di scarpe.

I capelli.

Le valigie con i nomi.

Le camere a gas.

Rimarrà tutto. Tranne una cosa.

Qualcuno capace di guardarci negli occhi e dire: io c’ero.

E la questione di fondo non sarà più che cosa ricordano loro. Sarà che cosa siamo disposti a ricordare noi. E, soprattutto, per quanto tempo.

Perché oggi ci sembra inconcepibile che qualcuno possa mettere in discussione un luogo simbolo di memoria delle vittime dell’odio e della barbarie umana. Ma anche il concetto di inconcepibile ha una scadenza, quando una società smette di ricordare perché qualcosa lo fosse.

Sono passati ottant’anni.

Quanti ne devono passare ancora perché, dove oggi sorge un luogo in memoria della Shoah, qualcuno possa proporre di costruire un McDonald’s?