L’Ordine dei Giornalisti, le critiche a Israele e il free speech antisemita
Negli ultimi mesi l’avvocato Iuri Maria Prado, che unisce alla professione legale un’intensa attività pubblicistica, ha presentato una serie di esposti disciplinari ai consigli territoriali dell’Ordine dei giornalisti contro cronisti, inviati, conduttori e commentatori, chiedendo di verificare se alcune loro affermazioni su ebrei e Israele integrassero violazioni deontologiche.
Di queste iniziative Prado ha sempre dato evidenza sul suo profilo X, sollecitando, anche per questa via, l’attenzione sui casi sottoposti ai consigli disciplinari territorialmente competenti, e ha spiegato come il loro oggetto fosse rappresentato da notizie false o non verificate ovvero da affermazioni di senso e contenuto discriminatorio.
Gli esposti hanno riguardato nomi noti e meno noti del giornalismo italiano, che qui tralasciamo per evitare che la loro buona o cattiva fama agli occhi del lettore possa fare premio sulla “qualità” delle affermazioni messe in questione da Prado, di cui faremo alcuni esempi e che vanno considerate in sé e a prescindere dal loro autore, per apprezzarne o escluderne il pericolo, a seconda del giudizio che se ne vorrà ricavare.
La storia dell’antisemitismo segue una legge generale abbastanza nota. Quando degli ebrei si può dire di tutto, di loro si potrà poco dopo anche fare di tutto e la misura del pregiudizio nei loro confronti verrà rapidamente ragguagliata da quella della violenza che saranno costretti a subire.
Bisognerebbe sempre partire di qui, quando si discute di quel che “si può dire” o “non si può dire” degli ebrei.
Il paradosso è che, anche in Italia, nel momento in cui l’odio antisemita è esploso con più evidenza, dopo il 7 ottobre 2023, come onda lunga del pogrom di Hamas, anche gli atteggiamenti apertamente discriminatori – si pensi ai Pride e ai 25 aprile programmaticamente e orgogliosamente judenfrei – anziché essere duramente censurati, hanno trovato ampia giustificazione nel discorso pubblico come una forma di legittima critica politica.
In quasi tutti questi casi, l’accusa e la richiesta di discolpa rivolta contro gli ebrei – che siano i vecchi o i bambini insultati davanti alle sinagoghe o i turisti non ammessi negli esercizi pubblici – è stata motivata dalle colpe o dai crimini addebitati allo Stato ebraico.
Nel paradigma antisemita, non esistono i singoli ebrei, ma un unico e indifferenziato “ebreo collettivo”. Salvo che si tratti di quelli disposti a giurare sul nazismo della cosiddetta “entità sionista” e sulla inoppugnabilità del genocidio che starebbe perpetrando, questo “ebreo collettivo” prima del 1948 coincideva con il popolo ebraico ed è oggi identificato con lo Stato di Israele.
Si può discutere se tutte le affermazioni segnalate da Prado ai consigli disciplinari costituiscano espressioni di odio diretto e manifesto (alcune obiettivamente sì), ma è certo che tutte civettano con temi, motivi, codici e rappresentazioni ricorrenti nel discorso anti-ebraico e volontariamente o involontariamente idonee ad alimentarlo.
L’obiettivo dichiarato degli esposti è di far valere un criterio di responsabilità deontologica, che ovviamente riguarda un perimetro diverso e più largo rispetto alla contestazione di condotte suscettibili di più gravi censure, in sede civile o penale.
Gli esposti e il confine tra critica e pregiudizio
Passiamo in rassegna alcune di queste affermazioni e domandiamoci onestamente se, come ha sostenuto – del tutto irritualmente – il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Carlo Bartoli, gli esposti abbiano solo “lo scopo di intimidire e intimorire i colleghi” e di “mettere a tacere voci sgradite”, e se, come ha aggiunto il coordinatore di Articolo 21 ed ex presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, siano opera di uno “squadrista della rete” da mettere “sotto tiro” in senso “simbolico, politico e sindacale”.
Che dire di un giornalista il quale, a proposito di due ebrei francesi (un uomo e il figlio di sei anni) aggrediti in un autogrill italiano, puntualizza in primo luogo che non sono stati “aggrediti”, bensì “duramente contestati”, e che in ogni caso “si deve metterlo in conto quando si hanno dei governanti criminali internazionali”?
E del conduttore televisivo, che mostrando le immagini di un ostaggio ebreo a Gaza gli sovrappone quelle di un bambino palestinese malato e argomenta che quell’ostaggio – definito “uno dei loro” – è sì “pelle e ossa”, ma “come la maggior parte della gente di Gaza”?
E della grande firma progressista che sostiene che “non ci sono dubbi” che il Governo di Israele abbia “il progetto esplicito e dichiarato di eliminare la popolazione palestinese”?
E dell’inviato che festeggia i fischi alla rappresentanza olimpica israeliana come “conferma che l’immagine di Israele è irredimibile dopo il genocidio”?
Il nodo politico e giuridico dell’antisemitismo contemporaneo
E dei cronisti che informano sui “raid nella Capitale” fatti da “cento picchiatori” ebrei romani?
E dell’inviata di grido che certifica come la notizia che gli autori del pogrom del 7 ottobre abbiano “bruciato bambini” ebrei sia “stata più volte essere dimostrata una fake news”?
E del giornalista che a proposito del volo Vueling in partenza da Valencia, da cui erano stati fatti precipitosamente sbarcare cinquanta bambini francesi di origine ebraica, per avere cantato a bordo una canzone tradizionale, così chiosava la notizia: “Se sanno che i loro genitori possono impunemente uccidere donne e bambini, figurati quanti problemi si fa un branco di ragazzini a mettere a rischio la sicurezza di un volo aereo“?
Nessun esposto, da quanto risulta, ha dato luogo all’avvio di un procedimento o all’irrogazione di sanzioni disciplinari. La gran parte degli esposti sono rimasti inevasi, alcuni sono stati archiviati.
Questa vicenda però non testimonia solo il testardo impegno di Prado contro la diffusione incontrollata e in larga misura inconsapevole dei riflessi di un senso comune anti-ebraico dai lugubri precedenti storici, ma illumina anche un problema la cui rilevanza giuridica e politica inizia a essere avvertita anche in Italia, come dimostra la travagliata approvazione in prima lettura al Senato di un disegno di legge di contrasto all’antisemitismo, fondato sull’adozione della definizione operativa datagli dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e ripetutamente richiamata negli esposti di Prado.
Appare abbastanza evidente che le riserve rumorosamente espresse verso questa legge dalle opposizioni di sinistra (M5S, AVS E PD con alcune notevoli eccezioni tra gli eletti democratici) poggiano sullo stesso presupposto che porta, per stare a uno degli esposti di Prado, a considerare come una legittima e non censurabile critica al governo di Israele l’accusa a degli sconosciuti ebrei francesi di volere “impunemente uccidere donne e bambini”.
La critica a Israele come scriminante politico-deontologica del pregiudizio, dell’odio e del disprezzo anti-ebraico.
Degli ebrei si può nuovamente dire qualunque cosa – e i risultati si iniziano a vedere.









