Battaglie perse che vale la pena di combattere
Se avessi detto 20 anni fa che la terra è piatta o che i vaccini causano autismo, avrei trovato risate e qualche sberleffo.
Se lo dicessi ora, verrei invitato in tv a parlarne, per dare il mio punto di vista e voce a tutti.
Penso che questo renda plasticamente l’entità del problema, la sua diffusione e lo stato di intossicazione della nostra società.
Personalmente, sono stato educato al metodo scientifico, al confronto razionale e, in generale, a una mentalità rigorosa. Da professionista, sono abituato a confrontarmi con altri esperti; da avvocato, alla discussione dialettica, anche aspra, pur nella differenza di opinioni.
Con questo bagaglio di scienza e oratoria, le prime volte che mi sono confrontato con un complottista, pensavo di essere armato fino ai denti per confutare le convinzioni assurde del mio interlocutore.
Davanti alle supercazzole altrui ero pronto a sciorinare tutto l’arsenale: petitio principii, falsi sillogismi, bispensiero, cortocircuiti logici, fallacie argomentative di ogni sorta, principio di non contraddizione, tautologie, affermazioni apodittiche e lapalissiane…
Mi sentivo fortissimo, imbattibile.
Ma mi sbagliavo, di parecchio.
All’esito del dibattito, mi sono ritrovato disarmato e disorientato.
È difficilissimo confrontarsi con un complottista.
Lo è, perché il complottismo non ha a che fare tanto con la ragione quanto con il sentimento. Se una persona si è incamminata nella selva oscura del complottismo, diventa difficile da raggiungere con le parole.
Non c’entra nulla lo scetticismo cartesiano: siamo oltre. Tornare indietro è difficile.
Il cuore del problema non è di natura argomentativa, scientifica, razionale. Il centro è una questione umana, umanissima: la paura. La paura per un mondo spaventoso, fuori dal nostro controllo, incomprensibile.
Perché l’11 settembre? Come si può odiare al tal punto?
Perché il Covid? Come può madre natura farci questo?
Il complotto me lo spiega e mi rassicura: c’è una realtà nascosta dietro, e ora la capisco. Mi sento meglio per aver capito ciò che sfugge ai più, e mi sento meglio nel sapere che c’è un capro espiatorio, che (guarda caso) è sempre qualcuno di forte, fortissimo: dagli USA ai big pharma.
Onnipotenti e oscuri signori del male, che però a me non l’hanno fatta. Mi sono salvato.
Ma la mia realtà alternativa è terribile: è ancora più angosciante sapere che il mondo è totalmente in mano ai cattivi. E se, come diceva Wilde, l’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi, l’unico modo per curare la paura di un complotto è credere a un altro. Peggio delle ciliegie.
Quindi? Ci arrendiamo e basta?
No, non ancora. Intanto, proviamo a fare debunking: non tutte le persone che vengono a contatto con un complotto sanno già se crederci. Per molte, una confutazione seria può essere un antidoto.
Quando il seme velenoso del complotto ha iniziato a mettere radici, che occorre fare?
Io credo che, tentata invano la strada del confronto dialettico, l’unica soluzione sia riconoscere la natura umana del problema e accoglierlo.
Non in maniera paternalistica: “Capisco che hai paura, ce la puoi fare”.
Ma con serietà. Ammettere le proprie paure e insicurezze. Riconoscere che le questioni sono complesse e possono confondere. Mai porsi sopra.
Lo dico soprattutto a me: ho un senso di superiorità istintivo quando parlo con un complottista. Devo metterlo a tacere. Non sono superiore perché seguo la comunità scientifica, accademica. E nemmeno perché “ho ragione”: non sono superiore e basta. Devo ricordare che può succedere a chiunque. E che è umano. La vicinanza umana non scalfirà il complotto, ma curerà la paura.
Infine: dobbiamo investire e credere nell’istruzione. Educare al pensiero scientifico e al sentimento umano. Non è semplice, né veloce, ma necessario.
Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.









