Anche Elly Schlein propone la politica economica dello yogurt in scadenza

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Yuri Brioschi
06/06/2026
Miscellanea

Esiste un riflesso condizionato che unisce le alterne stagioni della politica economica italiana.
Non importa il colore del governo o il posizionamento sui banchi del Parlamento: se c’è un problema strutturale e complesso, la soluzione non è mai una riforma organica, una pianificazione a lungo termine o, esagero, un’analisi di impatto. No, la risposta è sempre e solo una: un bel bonus.
L’importante è che sia temporaneo, possibilmente spendibile in campagna elettorale e rigorosamente privo di coperture reali.

L’ultimo capolavoro del genere è la proposta di legge “Diritto a restare” partorita dal Partito Democratico. L’obiettivo dichiarato, con tanto di mano sul cuore, è nobilissimo: fermare la drammatica emorragia di giovani talenti che scappano all’estero.
E come pensano di convincere un ingegnere o un ricercatore a non salire su un volo per Monaco o Amsterdam?
Con un fantasmagorico aumento di 200 euro netti al mese in busta paga, per tre anni, destinato agli under 35 con reddito sotto i 45.000 euro.
Il tutto condito da un gratta-e-vinci di micro-agevolazioni: una pacca sulla spalla per la prima casa, ben 250 euro all’anno per le spese di rientro nel comune di nascita (praticamente tre pieni di benzina,anche meno visti i tempi) e altri 250 euro per l’abbonamento dell’autobus.

Se vi fermate ai titoli dei telegiornali, sembra la svolta del secolo. Se masticate un minimo di economia, sembra uno scherzo di Carnevale riuscito male. E invece, purtroppo , sono serissimi.

Il paradosso del trentasettesimo mese e la lotteria del precariato


Partiamo dal capolavoro logico: la misura dura tre anni. Viene da chiedersi, con una punta di amara ironia, cosa sia previsto per il trentasettesimo mese. Il giovane lavoratore, privato improvvisamente della paghetta statale, riscoprirà improvvisamente il fascino delle valigie? Un ragazzo non pianifica la propria vita, l’acquisto di una casa o la decisione di fare un figlio su un orizzonte di 36 mesi, sapendo che al quarto anno il suo reddito crollerà di colpo. Questa non è una politica giovanile; è una mancia a scadenza. Esattamente come lo yogurt che dimenticate in fondo al frigorifero.

Ma il brivido vero arriva quando si guarda la platea dei beneficiari. La misura si rivela di una regressività ( e quindi iniquità)  quasi comica, applicando la logica del “piove sul bagnato”: hai meno di 35 anni e hai già un contratto stabile a tempo indeterminato? Complimenti, lo Stato ti regala un extra. Hai meno di 35 anni ma sei un precario, un freelance o una partita IVA che lotta ogni giorno per non affondare? Vabbè, per adesso niente. Trovati un lavoro stabile. L’importante è che tu lo faccia entro i 35 anni. Perché se trovi il contratto della vita a 36 anni, beh, quarzi tuoi. Sganciati dalla lotteria dei bonus e arrangiati.

Si crea così uno scalone anagrafico e contrattuale che riesce nella memorabile impresa di escludere proprio le fasce più fragili del mercato del lavoro, quelle che teoricamente avrebbero più bisogno di tutele e che, infatti, sono le prime a scappare dall’Italia.

Il pallottoliere della fantasia: finanziare la realtà con i soldi del Monopoli


Se l’impianto sociale fa acqua, il capitolo delle coperture finanziarie sconfina direttamente nella fantascienza. Qui il pallottoliere della politica dà il meglio di sé.

La dote finanziaria indicata per coprire questa rivoluzione è il Fondo FISPE (Fondo per l’inclusione sociale e il contrasto alle povertà educative), che al momento vanta la bellezza di ben 856 milioni di euro. Ora, facciamo due calcoli da scuola elementare. La sola misura dei 200 euro al mese costerebbe circa 8 miliardi di euro all’anno. A questi vanno aggiunti altri 2 miliardi necessari per il pacchetto di rientro degli oltre 600.000 giovani che, secondo i calcoli dello stesso PD, se ne sono già andati nell’ultimo decennio.

Sommando le varie voci, arriviamo tranquillamente a una spesa reale di almeno 12 miliardi di euro all’anno, da replicare per tre anni. Notate niente? Vogliono finanziare una spesa da 12 miliardi usando un salvadanaio che ne contiene meno di uno. Un deficit di copertura talmente macroscopico che fa sembrare i contabili dello Stato dei prestigiatori da circo.

Come si risolve il problema? Semplice: attingendo a un misterioso “fondo-jolly” che la politica evoca e razzia ciclicamente a ogni legislatura e, soprattutto, introducendo una roboante tassa sulle aziende che fanno più di 50 miliardi di euro di ricavi. Globali, c’è da presumere. Le Big Tech della Silicon Valley, c’è da scommettere.

L’idea ha un indiscutibile fascino demagogico da assemblea d’istituto: tassiamo Mark Zuckerberg ed Elon Musk per pagare il biglietto del tram ai nostri ragazzi. Peccato che la fiscalità internazionale non risponda ai desiderata dei nostri parlamentari. Pensare di finanziare una spesa certa, corrente e miliardaria dello Stato italiano affidandosi a una futuribile, complessa e incertissima tassa extraterritoriale sui colossi del web significa vendere il futuro dei giovani finanziandolo con i soldi del Monopoli. Il rischio? Replicare in grande stile il disastro del “Bonus Facciate”: un buco nero nei conti pubblici, coperture svanite nel nulla e benefici strutturali pari a zero. Un “Bonus Facciate 2.0”, ma sulla pelle delle nuove generazioni.

La triade del rilancio (sigh): patrimoniali al buio e salari al buio


Il “Diritto a restare”, d’altronde, non nasce nel vuoto cosmico, ma fa parte di una formidabile triade di proposte economiche pensate per il rilancio (sigh) del Paese. Una visione organica che sembra ignorare sistematicamente l’esistenza delle leggi di gravità economica.

Accanto ai 200 euro di yogurt troviamo l’immancabile tassa patrimoniale. Un vessillo ideologico sbandierata ad ogni occasione di cui, però, non si conoscono l’aliquota, la base imponibile e, ovviamente, il gettito atteso. Si chiede una firma in bianco ai contribuenti sulla fiducia, senza uno straccio di analisi su cosa succederà al risparmio privato e agli investimenti.

La seconda colonna è il salario minimo a 9 euro l’ora per legge. Anche qui, l’approssimazione regna sovrana. Non si tratta di essere contrari a una paga dignitosa, ci mancherebbe, ma dell’assoluta mancanza di studi scientifici a supporto di quella cifra. Nel 2018, la proposta Nannicini prevedeva un approccio serio, basato sulla contrattazione e collegato alla produttività dei diversi settori. Oggi quella bussola è stata buttata al macero in favore di uno slogan da social, perfetto per collezionare “like” ma potenzialmente devastante per le imprese che operano sui mercati a basso margine.

Il grande tabù: se non produci, non paghi


Il peccato originale di tutta questa impalcatura è il rifiuto ostinato di guardare in faccia la realtà del nostro tessuto industriale. I salari non aumentano perché lo decide un comitato politico o perché lo Stato decide di fare Babbo Natale per 36 mesi. Gli stipendi crescono stabilmente solo se si incrementa l’efficienza e il valore aggiunto di ciò che si produce. Si chiama produttività, una parola che in certi ambienti sembra quasi una bestemmia.

La correlazione tra dimensioni aziendali, fatturato e stipendi è spietata. Ci sono aziende che in Italia pagano molto bene, offrono welfare, fanno fare carriera e attirano personale dall’estero. Sono quelle che fatturano molto bene perché producono molto bene. E, guarda caso, sono le aziende che hanno più di 50 dipendenti.

Il vero dramma dell’Italia è che queste aziende sono pochissime: meno di 4.000 in tutto il territorio nazionale. Il restante 90% del nostro tessuto industriale è composto da una galassia di micro, nano e piccole imprese. Spesso eccellenze nate dall’ingegno familiare, ma strutturalmente troppo piccole per fare investimenti pesanti in ricerca e sviluppo, per digitalizzare i processi e per imporsi sui mercati internazionali ad alto valore aggiunto. Se un’azienda ha margini risicati ed è schiacciata dal nanismo dimensionale, non ha lo spazio fisico per alzare gli stipendi, nemmeno se il titolare fosse il datore di lavoro più generoso del mondo.

Una speranza oltre la propaganda


Finché la politica italiana continuerà a coccolare e proteggere lo status quo del “piccolo è bello” – che oggi significa solo “piccolo e fragile” – non ci sarà bonus in grado di invertire la rotta.
Invece di inventare tasse intergalattiche sui colossi americani per finanziare mance a tempo, lo Stato dovrebbe fare l’unica cosa utile: fare da facilitatore per la crescita.

Servono incentivi fiscali massicci e strutturali alle fusioni e alle aggregazioni tra micro e piccole imprese, spingendole a superare la fatidica soglia dei 50 dipendenti che fa la differenza tra l’efficienza e la sopravvivenza.

Serve una detassazione totale e permanente dei premi di produzione legati a reali incrementi di produttività aziendale e un taglio drastico del cuneo fiscale che non guardi all’età ma al merito e al valore creato.

Il giorno in cui il dibattito pubblico parlerà di produttività, di aggregazioni industriali e di crescita dimensionale, forse, da quel giorno potremmo avere una speranza. Fino ad allora, continueremo a offrire ai nostri giovani mance a scadenza, guardandoli mentre, giustamente, salgono sul primo volo di sola andata.