Tasse e bandiere: il festival bipartisan del pensiero magico in economia
C’è un filo invisibile che unisce i salotti della sinistra radicale e i palchi urlanti del sovranismo nostrano: la ferrea convinzione che l’economia sia una sorta di Hogwarts finanziaria, dove basta agitare la bacchetta magica per far apparire i soldi.
L’importante è non aprire mai un libro di matematica.
Da una parte abbiamo i campioni della redistribuzione, convinti che per arricchire tutti basti tosare una ricchezza che nessuno si preoccupa più di creare; dall’altra, i patrioti da tastiera, certi che sventolando un tricolore i mercati globali si spaventino e i tassi di interesse scendano per puro spirito patriottico.
In questo festival del pensiero magico, l’Italia offre a Bruxelles uno spettacolo tragicomico di cui faremmo volentieri a meno.
Il capolavoro del sovranismo: l’epopea del MES
Per capire come la propaganda possa accecare fino al ridicolo geopolitico, basta guardare la saga della ratifica del MES. L’Italia è rimasta l’ultimo, solitario avamposto d’Europa a rifiutarsi di firmare la riforma del fondo salva-Stati. Un record di cui andare fieri, se non fosse che rasenta il dilettantismo puro.
La narrazione sovranista ha dipinto il MES come il mostro sotto il letto, un complotto plutocratico per commissariare il Paese.
Il piccolo dettaglio tecnico – che la propaganda censura sistematicamente – è che ratificare la riforma non significava attivare il prestito per noi. Significava solo permettere agli altri ventisei Paesi di sbloccare il paracadute di sicurezza per il sistema bancario europeo.
Un sistema in cui, per inciso, le banche italiane non sono esattamente spettatrici disinteressate.
Il risultato di questo fiero arroccamento? Abbiamo bloccato un meccanismo di protezione continentale per paura dei tweet dell’opposizione interna. Isolare il Paese sui tavoli europei, minando la credibilità finanziaria dello Stato di fronte ai mercati che acquistano il nostro debito pubblico – che ha felicemente sfondato il muro dei 3 trilioni di euro – non è difesa della patria. È solo l’ansia da prestazione di una classe politica che confonde i trattati internazionali con i sondaggi del lunedì.
Mercosur: se il libero scambio diventa un reato
Ma il sovranismo dà il meglio di sé quando incontra i mercati aperti. Prendiamo l’accordo UE-Mercosur. Un’intesa commerciale che aprirebbe alle imprese europee un mercato di oltre 250 milioni di consumatori e riserve sconfinate di materie prime.
Per un Paese come l’Italia, che campa di export e manifattura, dovrebbe essere un invito a nozze.
Eppure, ecco la Lega salire sulle barricate, pronta a fare asse con la sinistra radicale francese per far saltare tutto. La scusa è la solita difesa corporativa della singola nicchia, l’iper-regolamentazione eletta a dogma. Questo approccio svela la vera natura del protezionismo: la totale sfiducia nella capacità del nostro sistema produttivo di competere. Preferiscono un’economia protetta e asfittica, ignorando che se l’Europa si chiude nel suo fortino, l’America Latina si consegnerà semplicemente, chiavi in mano, alla penetrazione commerciale della Cina. Ma guardare oltre il confine del proprio collegio elettorale è una fatica che la retorica autarchica non può permettersi.
Il feticcio della sinistra: prima redistribuire, poi (forse) creare
Se a destra ci si barrica dietro i confini, a sinistra si preferisce scavare direttamente nelle tasche dei cittadini. Il grande mantra progressista si riassume in un’ossessione religiosa: la patrimoniale. Il ragionamento è disarmante: se c’è un buco di bilancio, la soluzione è aumentare le tasse ai “ricchi” (categoria che in Italia include chiunque guadagni un euro in più della media ).
Il cortocircuito logico è evidente. Prima di redistribuire la ricchezza, bisognerebbe porsi il problema di come crearla. Senza investimenti privati e senza incentivi all’accumulazione di capitale, non c’è nulla da redistribuire se non la comune miseria. Se soffochi chi produce con la minaccia di prelievi forzosi, il capitale non si lascia tosare pacificamente: semplicemente prende un volo per la Svizzera o per Singapore.
A questa bulimia fiscale si accompagna il feticismo della spesa pubblica inefficiente. Ogni volta che si tenta un timido efficientamento dei bilanci, la grancassa progressista attiva il pilota automatico urlando al “taglio selvaggio ai servizi”. Non importa se quei fondi finanziavano carrozzoni improduttivi. Per la sinistra, la spesa pubblica è un valore assoluto in sé, indipendentemente dalla qualità dei servizi realmente erogati.
A coronamento di ciò troviamo la cultura del “bonus”. Una proliferazione demenziale di mance una tantum che drogano la domanda a breve termine e lasciano dietro di sé una scia di debito cattivo che le prossime generazioni dovranno pagare. È la sostituzione del welfare strutturale con la beneficenza di Stato a scopi elettorali.
L’asse rosso-bruno dell’energia: inchinarsi a Mosca per risparmiare
C’è un terreno, tuttavia, in cui gli opposti estremismi si fondono in un abbraccio perfetto: la geopolitica dell’energia. Il grande palcoscenico di questa convergenza “rosso-bruna” è l’atteggiamento nei confronti della Russia.
Qui, l’estrema sinistra anti-atlantista (mossa dal vecchio riflesso condizionato dell’antiamericanismo) e il sovranismo filorusso si stringono la mano su una tesi surreale: l’unica soluzione al caro energia sarebbe piegare la testa, revocare le sanzioni e tornare a comprare gas da Mosca.
Una falsità propagandistica monumentale. L’idea che la dipendenza energetica da un unico fornitore monopolista e politicamente instabile fosse una strategia lungimirante è un insulto all’intelligenza. Il “gas a buon mercato” di Putin non era un affare: era una trappola il cui prezzo reale lo abbiamo pagato tutto d’un colpo.
Il vero approccio pragmatico ha dimostrato il contrario: il caro energia si combatte con la diversificazione dei fornitori, con i rigassificatori (osteggiati dai comitati Nimby di ogni colore), con l’integrazione del mercato europeo e con l’apertura al nucleare di nuova generazione. Sostenere il contrario significa voler consegnare le chiavi industriali del continente a un autocrate ricattatore.
Il risveglio della ragione economica
L’Europa non può più permettersi il lusso di essere il laboratorio a cielo aperto delle fantasie populiste. I veti incrociati sui trattati, l’ostruzionismo sui meccanismi di stabilità e l’allergia alla crescita sono lussi che un continente in declino industriale non può sostenere.
La vera forza non si costruisce alzando muri daziari o inventando nuove tasse. Si costruisce con la serietà istituzionale, la libertà di impresa e mercati capaci di attrarre capitali anziché terrorizzarli. È tempo che la politica economica torni a essere governata dai numeri, lasciando i libri delle favole distributive e i manifesti autarchici agli scaffali dell’antiquariato.









