Dall’alluminio allo zinco, tutte le risorse del Mercosur che servono alle nostre imprese

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Emanuele Pinelli
13/01/2026
Interessi

Seguire il dibattito sull’accordo commerciale con il Mercosur, nelle ultime settimane, è stato come fare avanti e indietro da un pianeta alieno.

Non solo il baccano sui social media, ma anche i discorsi dei politici, compresi i presidenti di potenze come Italia, Francia e Polonia, parlavano solo di agricoltura.

Trattori scintillanti da 100.000 euro bloccavano le strade delle capitali, mentre trattative frenetiche promettevano di limitare al 10%, poi all’8%, poi al 5% la quantità di zucchero o di riso che sarebbe potuta arrivare dal Sudamerica sui nostri scaffali.
Ritornavano le paure della “carne contaminata”, della “carne con gli OGM” e della “carne con gli antibiotici” che già avevano rabbuiato anni fa il dibattito sul CETA, l’accordo con il Canada.

E, proprio come nel caso del paese artico, si perdeva di vista l’essenziale.

Il tesoro sepolto


Il Canada è il quarto produttore mondiale di petrolio e il secondo di uranio per le centrali nucleari.
Oltre a queste due risorse energetiche, fornisce alle aziende europee acciaio, nickel, plastiche, potassio per i fertilizzanti, legname, pietre preziose, e solo in minima parte la tanto temuta carne (che alla fine ha rispettato scrupolosamente i nostri standard comunitari). Si intuisce facilmente quanto ciò ci abbia aiutato a svincolarci dalla dipendenza dalla Russia a partire dal 2022.
Nonostante questo ricco paniere di merci, peraltro, Ottawa ha comunque una bilancia commerciale squilibrata in favore di Bruxelles.

Ora, se dalle foreste nordiche ci spostiamo verso quelle equatoriali, il discorso cambia poco.
I quattro stati compresi nel Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), ai quali tra due anni si aggiungerà la Bolivia, coprono la maggior parte della superficie del continente sudamericano: un territorio vastissimo che abbonda di materie prime, ha bisogno di investimenti per svilupparsi e ha una domanda crescente di beni e servizi sofisticati che ancora non riesce a prodursi da solo.

Sulla nostra sponda dell’Atlantico, purtroppo, tendiamo ancora a immaginare un Sudamerica fatto solo di maracas e favelas, di tribù amazzoniche e di populismo accattone.
Ma la verità è che i popoli del Mercosur (specie le giovani generazioni) vorrebbero a tutti i costi scrollarsi di dosso questo racconto lamentoso: vogliono smetterla di sentirsi “terzo mondo”, e la recente cascata di vittorie elettorali della destra liberista, che pure è criticabile su più fronti, ha avuto il merito di mostrarcelo.

Finora è stata la Cina a soddisfare questa loro domanda di sviluppo, imponendosi come il loro primo partner economico.
Ma la diffidenza reciproca rimane. I dazi tra le due sponde del Pacifico continuano ad andare e venire (di recente Pechino ha colpito il manzo brasiliano con una tariffa del 55%), cosicché per noi europei si sta aprendo una finestra di opportunità unica: entrare su quel mercato garantendo, a differenza dei cinesi, regole chiare e nessun dazio a sorpresa.

Che cosa ci guadagneremmo?


Linfa vitale per la manifattura


Abbandoniamo per un attimo il magico mondo alieno nel quale il Mercosur è un accordo sull’agricoltura e il vantaggio per l’Italia è soltanto la tutela oltreoceano di 58 certificazioni DOC.

Nel mondo reale, il Belpaese ha un settore industriale in grave affanno che, secondo le stime, troverebbe nei mercati sudamericani un sollievo immediato: +14 miliardi di export (28 volte più del settore agricolo e quanto l’intero aumento del PIL nel 2025). Si parla di esportare soprattutto macchinari avanzati, automobili e farmaci.

Tuttavia, come nel caso del Canada, il vero vantaggio sul lungo periodo è l’accesso a un bacino di materie prime pressoché illimitato.
Già oggi, d’altro canto, il grosso degli acquisti europei dall’area Mercosur consiste in petrolio, ferro e cellulosa processata (non in fracoste di Angus, checché se ne pensi).

Ma i margini di crescita sono ancora notevoli.

Brasile e Argentina, infatti, hanno riserve di gran parte dei minerali che occorrono alle industrie italiane ed europee: basti pensare che per assemblare un’automobile servono quintali di ferro, carbonio, alluminio, zinco per la verniciatura antiruggine e, per i dispositivi elettronici interni, grafite, rame, magnesio, litio, cobalto e nickel.

L’industria dell’auto può sembrare d’altri tempi, ma se ci spostiamo su un settore all’avanguardia come la robotica troviamo un fabbisogno degli stessi materiali, accanto ad altri meno noti come titanio, fosforo, niobio, germanio e boro.

Il predominio cinese

Inutile dire che al momento il fornitore esclusivo di quasi tutti questi materiali alle nostre aziende è la Cina. Una dipendenza che anno dopo anno risulta sempre più invalidante.

Non a caso, nel dicembre del 2025 l’Unione Europea ha lanciato una strategia chiamata ReSource Eu, che punta a dimezzare in quattro anni l’esposizione a un unico fornitore per quanto riguarda le tredici “terre rare” e altri minerali indispensabili per l’industria dello spazio e della difesa.

In tale ottica, oltre all’accordo col Mercosur e a quelli in seno al G7, il vecchio continente può affidarsi ad altre due intese fondamentali: quella con il Messico (che non è più una terra di peones coi sombreros ma un colosso globale della chimica e dell’elettronica nonché un esportatore netto di petrolio) e quella con l’Indonesia (che tra le sue 17.000 isole ha giacimenti di nickel, rame, bauxite e piantagioni di alberi da gomma oltre ad essere la sesta esportatrice mondiale di gas naturale liquefatto).

Tessendo con pazienza la sua tela, insomma, l’Europa ha creato zone di libero scambio con oltre 800 milioni di altri abitanti del pianeta, che vivono in paesi democratici, pacifici, affidabili e ricchi di risorse.

Spostandosi tra un nodo e l’altro di questa rete, le imprese europee dovrebbero presto riuscire a procurarsi le materie prime di cui hanno bisogno senza dover sottostare alle prepotenze della Cina, della Russia o di altre dittature paranoiche.

E anche quando, per convenienza di mercato, si rivolgeranno a regimi autoritari (come l’Algeria per il gas o il Kazakistan per l’uranio), sapranno di poter sempre contare su un piano B nel momento in cui fossero costrette a troncare i rapporti per ragioni politiche.

Perché non fare tutto in casa?

Certo, una domanda sorge spontanea: per quale motivo noi europei continuiamo a esternalizzare l’estrazione delle materie prime, trasferendola in altri continenti e sobbarcandoci sia i rischi che le scomode accuse di neo-colonialismo?

Il fatto è che molte di quelle materie prime in Europa non si trovano, o, se si trovano, sono difficili da estrarre.

Anzitutto perché ormai ci manca il know-how: tra le prime 50 aziende minerarie del mondo nessuna è registrata in un paese europeo.

Poi perché la geografia pone le sue sfide.
Si parla tanto della Groenlandia, ma aprire miniere su un’isola con temperature sottozero e senza grandi infrastrutture di trasporto avrebbe un costo d’impresa proibitivo.
L’Ucraina, altro promettente bacino minerario, è sotto attacco militare russo da 12 anni. Il popolo della Serbia ha posto come condizione per avvicinarsi all’UE che non venga scavata la controversa miniera di Jadar.
Forse i tedeschi potrebbero riuscire ad aprirsi fra tre anni una cava di litio nell’Altmark, ma sarebbe un evento più unico che raro.

In generale, l’Europa è molto più densamente popolata del Canada, del Messico, del Sudamerica o di molte isole indonesiane, il che rende più drammatico l’impatto dell’apertura di una miniera, causando uno strascico di malcontento e di scontro politico che fa allungare i tempi, lievitare i costi e diminuire i margini di guadagno.

C’è infine il problema di dove processare i minerali dopo averli estratti.

Al momento, tanto per cambiare, l’unica risposta possibile è: “In Cina”. E illudersi di poter spostare di peso in Europa l’intero settore è patetico (nonostante i sussidi pubblici che il piano ReSource EU prevede di stanziare).
Soltanto diffondendo impianti di lavorazione di proprietà non cinese in diverse aree del globo si potrà mettere in discussione lo strapotere di Pechino.

Il tempo stringe


Ma il problema principale è che non abbiamo tempo.
Fornitori alternativi alla Cina o ad altri regimi autoritari ci servono adesso.
Le esercitazioni militari intorno a Taiwan si sono già tenute più volte. Trump minaccia bravate sulla Groenlandia. Il mondo non è mai stato così instabile in quattro generazioni.

La vecchia Europa ha intrecciato la sua rete protettiva e adesso deve cominciare a sfruttarla. Di tornare a bucare il suo stesso sottosuolo discuterà con più calma. Perché quello, sì, sarebbe un ribaltamento di mentalità epocale.