L’asse delle bandiere, in Italia
Il 2 ottobre, mentre la Camera discuteva il disegno di legge sull’antisemitismo, la piazza convocata per fermarlo ha esposto i simboli di Hezbollah, Hamas, della Jihad islamica palestinese, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e della Repubblica islamica dell’Iran.
La coincidenza è a tratti istruttiva. Una piazza radunata per sostenere che il confine tra critica a Israele e antisemitismo non esiste, o è troppo pericoloso da tracciare, ha scelto di esibire i simboli di chi quel confine lo ha attraversato con il sangue. Le bandiere delle Brigate al-Qassam, di Hezbollah e della Jihad islamica non sono simboli di dissenso politico: sono i vessilli di organizzazioni che hanno fatto dell’uccisione degli ebrei un obiettivo dichiarato. Il tricolore iraniano in quella piazza non rappresenta un popolo: rappresenta un regime che nega la Shoah e finanzia chi quella dottrina la traduce in massacri. Il coro «Viva Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah», con l’invocazione esplicita al bombardamento di Tel Aviv, non era uno slogan di protesta, nè uno scimmiottamento a Tony da Milano. Era una dichiarazione d’intenti.
Quella piazza non ha dimostrato che la legge fosse inutile. Ha dimostrato esattamente perché è necessaria.
Una norma-bavaglio? I numeri dicono altro
Il disegno di legge adotta la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance nel 2016. Quella definizione, che la Rete #NoBavaglio e oltre 250 sigle italiane chiamano «norma-bavaglio», al 1° gennaio 2026 è stata adottata da 1.334 enti nel mondo: 47 governi nazionali, tra cui 26 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, il Brasile e decine di altri paesi democratici. L’unico Stato membro dell’UE a non averla adottata è l’Ungheria di Orbán.
Il Parlamento europeo l’ha recepita con risoluzione il 1° giugno 2017. La Commissione europea nel 2021 ha pubblicato un manuale con 35 buone pratiche basate su quella definizione. Da allora, 25 Stati membri su 27 l’hanno adottata per elaborare strategie nazionali contro l’antisemitismo. Quando 250 sigle italiane la definiscono un bavaglio, stanno sostenendo una posizione che nessun governo democratico occidentale condivide.
La definizione stabilisce con precisione cosa non è antisemitismo: la critica alle politiche israeliane analoga a quella rivolta a qualsiasi altro paese democratico. Il campo della critica legittima resta intatto. Quello che traccia è il confine oltre il quale la critica diventa qualcosa di diverso: la negazione del diritto di Israele all’esistenza, l’applicazione a Israele di standard che non si applicano a nessun altro stato, la glorificazione di chi uccide ebrei in nome di un’ideologia. Come ha ricordato Piero Fassino, il ddl «non contiene alcuna norma liberticida, né alcuna norma penale, né sanzioni». Chi continua a sostenere il contrario non sta difendendo la libertà di critica. Sta facendo demagogia con l’antisemitismo, usando la paura del bavaglio per coprire la propria difficoltà a tracciare una distinzione che il resto del mondo democratico ha già tracciato.
Cosa significano quei simboli
I simboli esposti in piazza non sono simboli di protesta politica generica. Le Brigate Ezzedin al-Qassam hanno guidato il 7 ottobre 2023 il massacro nei kibbutz e al festival Nova: 1.200 morti, stupri documentati, bambini bruciati. Lo statuto fondativo di Hamas del 1988 cita all’articolo 7 un detto secondo cui il Giorno del Giudizio non verrà finché i musulmani non combatteranno gli ebrei e non li uccideranno. Il documento politico del 2017 ne ha ammorbidito il lessico senza abrogarlo. Hezbollah ha condotto per decenni attacchi missilistici sistematici contro il territorio israeliano. La Jihad islamica palestinese è classificata organizzazione terroristica dall’Unione Europea e dalla maggior parte dei paesi occidentali. Il PFLP figura nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’UE dal 2001. Dietro molte di queste organizzazioni c’è l’Iran, che da decenni nega a Israele il diritto di esistere e finanzia, arma e addestra chi traduce quella negazione in guerra.

Sventolare quei simboli in piazza non è critica a Israele. È celebrazione di chi uccide ebrei in nome di quell’ideologia. È esattamente il primo esempio che la definizione IHRA porta per illustrare l’antisemitismo: l’invocazione, il sostegno o la giustificazione dell’uccisione di ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione. Quella definizione è stata esposta davanti all’aula che la stava discutendo, portata da chi sosteneva che adottarla fosse pericoloso.
Un incidente che si ripete non è un incidente
Non era la prima volta. Il 9 settembre, al primo presidio davanti a Montecitorio, erano già comparse bandiere di Hezbollah, Hamas e Iran, con il coro «Viva Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah». Tra i presenti anche parlamentari di M5S e PD, che non hanno preso le distanze dai cori e dalle bandiere esposte, tutt’altro. Il 2 ottobre i simboli sono tornati, più numerosi, estesi alla Jihad islamica e al PFLP. Un incidente che si ripete, più grande, smette di essere un incidente. Diventa una caratteristica.

Gli organizzatori hanno dichiarato che si trattava di pochi elementi estranei al presidio, allontanati. I numeri non supportano questa versione: i vessilli erano molti di più di cinque, le organizzazioni rappresentate quattro più uno Stato. La versione degli infiltrati non regge. E non regge nemmeno alla logica: una coalizione di oltre 250 sigle senza una guida riconosciuta ha un costo di ingresso pari a zero. Una campagna costruita contro il “bavaglio” non può imporne uno ai propri margini senza contraddirsi. È una contraddizione strutturale, non un incidente.

La presa di distanza del 2 ottobre ripete quella del 9 settembre senza che nel frattempo sia cambiato nulla. Annunciare che quei simboli non appartengono alla piazza, e ritrovarli tre settimane dopo più numerosi, consuma il valore di ogni annuncio successivo.
Chi paga il conto dell’odio?
Il ddl andrà al voto finale a metà ottobre. Chi nell’opposizione ha scelto di stare in quella piazza, o di fare propria la narrazione del bavaglio, deve ora spiegare perché condivide un argomento che nessuna democrazia occidentale ritiene fondato. Rifiutare la definizione IHRA in nome della libertà di critica, mentre in piazza sventolano quei simboli, non è una posizione di principio. È complicità con un’ondata d’odio che in Italia sta diventando sempre più visibile e sempre meno contrastata.

Quei simboli non sono astratti. La bandiera delle Brigate al-Qassam rappresenta chi il 7 ottobre 2023 ha bruciato bambini, stuprato donne, trucidato famiglie nei kibbutz e trascinato ostaggi a Gaza. La bandiera di Hezbollah rappresenta un’organizzazione che ha dichiarato esplicitamente, per voce del suo fondatore Hassan Nasrallah, che la distruzione di Israele è un obiettivo religioso e politico non negoziabile. Il coro «gloria eterna a Nasrallah» è un inno a un uomo che sosteneva che gli ebrei si fossero radunati in Israele per facilitarne lo sterminio. La bandiera iraniana in quella piazza rappresenta un regime che nega la Shoah, finanzia chi uccide ebrei e ha scritto nella propria dottrina di stato la cancellazione di Israele.

Inneggiare a tutto questo davanti al Parlamento italiano, nel giorno in cui si discuteva come proteggere gli ebrei, non è protesta. È una manifestazione d’odio antisemita nella forma più esplicita che esista: la celebrazione pubblica di chi li ammazza, e non si limita ad ammazzare gli ebrei ma chiunque dissenta dalla propria linea teocratica.
Chi ha guidato quella piazza sapeva. Conosceva il precedente del 9 settembre. Ha riconvocato la mobilitazione nel luogo e nel momento di massima visibilità, non ha impedito che si ripetesse, e ha scelto poi la via della minimizzazione. Chi nell’opposizione ha prestato il proprio nome e la propria presenza a quella coalizione, sapendo quello che era già accaduto tre settimane prima, porta una responsabilità politica precisa. Non quella di aver portato quei simboli. Quella di aver fornito la copertura democratica sotto cui quei simboli hanno trovato spazio.
Le ragioni più solide a favore del ddl le hanno esposte, bandiera dopo bandiera, le piazze che volevano fermarlo. Per Teheran e i suoi alleati era già un risultato, lo hanno ottenuto gratis.
La Redazione de L’Europeista ringrazia l’UGEI per aver messo a disposizione il materiale fotografico contenuto in questo articolo.









