Bollette, gas e petrolio: come nasce una crisi

gas petrolio bollette
Yuri Brioschi
25/09/2026
Interessi

La prova del fuoco per il mercato unico


Un mercato energetico travolto dalle impennate simultanee del gas naturale e del greggio — con quotazioni del TTF stabilmente sotto pressione e il petrolio in costante fiammata — sommato alla chiusura o al blocco operativo delle principali rotte marittime globali, pone l’Unione Europea di fronte a un dilemma.

Non si tratta soltanto di una crisi temporanea di approvvigionamento, ma di una prova del fuoco per la tenuta del mercato unico, dei bilanci pubblici e della coesione sociale.
In un quadro di emergenza di questa portata, l’errore più grave della governance europea e nazionale sarebbe quello di rincorrere soluzioni demagogiche di breve periodo o, al contrario, di rifugiarsi in illusioni tecnologiche differite nel tempo.

Dalla trivella all’aratro


Quando le quotazioni del gas e del petrolio schizzano verso l’alto, l’impatto non si limita alla bolletta energetica e ai costi carburante di imprese e famiglie, ma si trasmette in maniera asimmetrica lungo tutte le filiere produttive.
L’esempio più evidente è quello agroalimentare, dove l’esplosione dei costi colpisce alla radice i fattori di produzione: il metano per la sintesi dei fertilizzanti, i derivati del petrolio per i carburanti dei mezzi agricoli, fino all’energia elettrica necessaria per irrigazione e conservazione.

Parafrasando un celebre slogan: “Se oggi puoi mangiare, ringrazia un petroliere”.

Ad amplificare questo effetto interviene la struttura di formazione del prezzo dell’elettricità nel mercato all’ingrosso, basata sul meccanismo del prezzo marginale (Pay-as-Clear).
Poiché le centrali a gas rappresentano la fonte marginale flessibile per bilanciare la rete, è il loro costo elevato a determinare il valore di remunerazione dell’intera energia immessa, compresa quella prodotta a costo marginale zero da fonti rinnovabili, scaricando una pressione immediata e sproporzionata sull’intero sistema industriale.

Dal campo al carrello: la catena dell’inflazione


Tuttavia, il vero collo di bottiglia risiede nei passaggi intermedi della trasformazione, del confezionamento e della logistica di distribuzione.
La contrazione delle rotte marittime e l’aumento dei noli navali e dei carburanti di trasporto si sommano ai costi fissi della grande distribuzione per la gestione della catena del freddo e dell’illuminazione dei punti vendita.

Nel passaggio che porta i prodotti dal campo al carrello della spesa, l’anello primario della produzione vede schiacciati i propri margini a causa di un basso potere contrattuale, mentre il consumatore finale subisce un’ondata incontrollabile di inflazione da costi. Senza interventi strutturali sui mercati energetici e sulla formazione dei prezzi intermedi, il rischio concreto è una drastica contrazione dei consumi, l’aumento della povertà energetica e il progressivo impoverimento del ceto medio europeo.

L’alibi della speculazione e la retorica delle soluzioni semplici


Di fronte all’incalzare del carovita e all’impennata dei carburanti alla pompa, il dibattito politico cade regolarmente nella trappola delle scorciatoie e della ricerca del capro espiatorio.

Invece di spiegare la realtà delle dinamiche di mercato e la struttura del prezzo — appesantito da imposte, accise e una quota consistente di oneri di sistema —, la narrazione prevalente preferisce rifugiarsi nel comodo alibi della speculazione cattiva o dei presunti “extraprofitti”.

Questa impostazione porta a risposte del tutto inefficienti, come tagli lineari alle accise, calmieri artificiali o promesse irrealizzabili di disaccoppiamento unilaterale sventolate senza considerare che la competenza sul mercato unico spetta alla Commissione Europea.

L’analisi economica dimostra come sopprimere il segnale di prezzo attraverso sconti a pioggia o blocchi tariffari sostenuti da scostamenti di bilancio non faccia che alimentare artificialmente la domanda di una risorsa scarsa, drenando risorse preziose dai conti pubblici e trasformando i costi energetici privati in debito collettivo di lungo periodo.

Il corto circuito delle concessioni e i costi in bolletta


A complicare il quadro intervengono poi le stesse scelte di finanza pubblica e di regolazione, che spesso finiscono per scaricare sui cittadini costi nascosti attraverso la struttura delle tariffe.
Un esempio emblematico è rappresentato dalla scelta di rinunciare alle gare pubbliche per l’assegnazione delle concessioni della rete elettrica, optando invece per una proroga ventennale ai gestori uscenti.

Il corrispettivo miliardario incassato dallo Stato per concedere il prolungamento del servizio ha garantito un’entrata immediata alle casse pubbliche per esigenze di bilancio, ma a costo di un paradosso redistributivo: quegli stessi oneri versati dai gestori, integrati dai tassi di remunerazione garantita del capitale investito (RAB), rientrano legittimamente nei bilanci delle utility e vengono restituiti nel tempo sotto forma di aumenti nelle componenti tariffarie per il trasporto e la gestione del contatore.

Si tratta di un meccanismo che dimostra come la ricerca di cassa a breve termine finisca per alimentare la pressione sui costi in bolletta a lungo termine.

Il paradosso nucleare e l’ipocrisia del “No a tutto”


Parallelamente alle scorciatoie di breve periodo, si inserisce la tentazione di rifugiarsi in soluzioni strutturali dai tempi del tutto incompatibili con l’urgenza del presente.

Il dibattito sul ritorno al nucleare in Italia, riacceso dalle proiezioni al 2050 e dai reattori modulari di nuova generazione, illustra questo paradosso: pur rappresentando una risorsa fondamentale per la stabilità della base programmabile (baseload) del mix futuro, il nucleare è del tutto inefficace contro uno shock imminente, dati i tempi autorizzativi, burocratici e costruttivi che proiettano i primi kilowattora a non meno di dieci o quindici anni.

Questa contraddizione si inserisce nel blocco culturale dell’inazione italiana e della politica del “No a tutto”.

Si pretende la stabilità dei prezzi rifiutando contestualmente i rigassificatori necessari per la diversificazione del GNL, le termovalorizzazioni urbane, l’estrazione controllata di metano nazionale, i depositi di stoccaggio e persino lo sviluppo degli impianti eolici e fotovoltaici bloccati dai veti su presunte tutele paesaggistiche.

L’incapacità di accettare le infrastrutture strategiche condanna il Paese a una perenne vulnerabilità.

Pragmatismo europeo per il presente


Per superare la doppia morsa del gas e del petrolio e la strozzatura degli stretti marittimi, l’Unione Europea deve agire con pragmatismo su due livelli coordinati. Sul piano interno occorre attuare il disaccoppiamento temporaneo tra il prezzo dell’energia elettrica prodotta da rinnovabili e quello del gas, accelerare le autorizzazioni per gli impianti da fonti pulite e ottimizzare l’uso delle condotte comunitarie e nordiche.

Sul piano comunitario, diventa indispensabile attivare acquisti congiunti obbligatori per evitare corse al rialzo tra Stati membri, istituendo al contempo un fondo di garanzia comune per proteggere il tessuto industriale e i redditi più bassi. L’Europa e l’Italia non possono permettersi di scambiare la pianificazione decennale con la gestione dell’emergenza: le risposte devono operare nel presente, combinando il rigore dell’analisi economica, il superamento dei veti ideologici e la velocità della decisione politica.