La sinistra e l’ossessione per i data center: progressisti solo quando fa comodo
C’è una cosa della sinistra occidentale che non ho mai capito fino in fondo. Si definiscono progressisti, parlano continuamente di cambiamento, di superare il passato, di costruire una società nuova, ma appena il progresso riguarda qualcosa di materiale, un’industria, una centrale nucleare o, ultimamente, un data center, diventano improvvisamente i più grandi conservatori del mondo.
Sembra quasi che il progresso vada bene soltanto quando riguarda i costumi e le questioni sociali, mentre quello scientifico, tecnologico ed economico debba essere costantemente messo in discussione, regolamentato e possibilmente rallentato. E la cosa ancora più assurda è che non stiamo parlando soltanto della sinistra italiana, che su queste cose ha una certa tradizione, ma di un fenomeno che sta prendendo piede anche negli Stati Uniti e in buona parte dell’Europa.
Da Washington a Milano, il nuovo luddismo progressista
L’ultimo bersaglio sono i data center, che negli ultimi mesi sono diventati quasi il nuovo nemico pubblico di una certa sinistra ambientalista. Negli Stati Uniti Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno annunciato lo scorso marzo una proposta di legge per imporre una moratoria federale alla costruzione di nuovi data center destinati all’intelligenza artificiale, fino all’approvazione di una legislazione complessiva sul settore.
Avete capito bene, nel Paese che ha inventato Internet, che ospita la Silicon Valley e che sta guidando la più grande rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni, due tra i principali esponenti della sinistra americana vogliono fermare la costruzione delle infrastrutture necessarie a farla funzionare. Sanders sostiene che l’intelligenza artificiale rappresenti una trasformazione troppo importante per essere lasciata nelle mani dei miliardari della tecnologia, e che occorra fermarsi per consentire alla politica di recuperarne il controllo. A me sembra invece una prospettiva piuttosto inquietante: sospendere lo sviluppo di una tecnologia perché la politica non è abbastanza veloce da comprenderla.
Nel Regno Unito non va molto meglio. Zack Polanski, leader dei Verdi britannici, ha chiesto al governo di frenare le nuove autorizzazioni per i data center, contestando il loro riconoscimento come infrastrutture critiche e distinguendo tra quelli necessari ai servizi pubblici e quelli che servirebbero semplicemente a generare profitti per le imprese private. In Irlanda i Verdi hanno accolto favorevolmente il rifiuto dell’autorizzazione per un nuovo data center nella contea di Mayo, mentre in Lombardia il Movimento 5 Stelle è arrivato a parlare di una vera e propria «invasione di data center» che rischierebbe di devastare il territorio.
E così, tra chi vuole fermarli, chi vuole limitarli e chi sembra considerarli una sorta di calamità ambientale, ci ritroviamo a discutere se sia opportuno costruire proprio le infrastrutture sulle quali si reggerà una parte importante della nostra economia futura.

Il progresso non funziona per magia
Francamente, tutto questo mi sembra abbastanza ridicolo. Non perché i data center siano una tecnologia particolarmente affascinante in sé, alla fine sono grandi edifici pieni di server, ma perché rappresentano una delle condizioni materiali necessarie per sviluppare quello che potrebbe essere il prossimo grande salto della civiltà umana.
Parliamo di intelligenza artificiale, di capacità computazionale, di ricerca medica, di automazione industriale, di tecnologie che potrebbero cambiare radicalmente il modo in cui viviamo. Eppure una parte della politica occidentale sembra più interessata a calcolare quanta acqua consumino i sistemi di raffreddamento che a chiedersi quali straordinarie possibilità potrebbero aprirsi grazie a una maggiore disponibilità di potenza di calcolo.
La cosa che trovo particolarmente irritante è questa continua idea che il progresso tecnologico debba quasi giustificare la propria esistenza. Quando una grande impresa annuncia miliardi di investimenti per costruire nuove infrastrutture digitali, anziché discutere di come attrarne ancora di più cominciamo immediatamente a parlare di limitazioni, vincoli e autorizzazioni.
In Italia, secondo il Politecnico di Milano, sono stati annunciati 83 nuovi progetti di data center per il triennio 2026-2028, con investimenti potenziali per oltre 25 miliardi di euro. In un Paese che non fa altro che lamentarsi della mancanza di investimenti, della bassa produttività e del fatto che i nostri giovani debbano andare all’estero per trovare opportunità migliori, una cifra del genere dovrebbe suscitare quantomeno un po’ di entusiasmo. Invece, ancora una volta, sembra che la nostra principale preoccupazione sia trovare il modo di complicare la vita a chi vuole investire.
E questo, secondo me, dice molto del rapporto che una parte dell’Occidente ha sviluppato con la modernità. Ci siamo abituati talmente tanto ai benefici della tecnologia da aver dimenticato che tutto quello che utilizziamo ogni giorno richiede infrastrutture, industrie, risorse e qualcuno disposto a investire denaro per costruirle.
Vogliamo l’intelligenza artificiale per studiare, lavorare e fare ricerca, vogliamo ospedali sempre più avanzati, servizi digitali efficienti e imprese competitive, ma poi sembra quasi offensivo ricordare che tutto questo non funziona grazie a qualche bella dichiarazione di principio sulla transizione digitale. Servono computer, server, energia elettrica, enormi quantità di capitale e, soprattutto, la libertà di utilizzarli.
Più energia, non meno tecnologia
Tra l’altro, una delle argomentazioni più frequenti contro i data center è proprio il loro consumo energetico, come se consumare energia fosse diventato qualcosa di moralmente sbagliato. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno rappresentato circa l’1,5% del consumo mondiale di elettricità, una quota destinata a salire a poco meno del 3% entro il 2030.
A me viene abbastanza spontaneo pensare che, se avremo bisogno di più energia per alimentare le tecnologie del futuro, la soluzione sia produrne di più, non rinunciare alle tecnologie. Costruiamo centrali nucleari, investiamo nelle nuove fonti energetiche, sviluppiamo reti elettriche più efficienti. L’idea che una società debba limitare le proprie ambizioni tecnologiche perché le infrastrutture energetiche attuali non sono sufficienti mi sembra un modo piuttosto triste di concepire il futuro.
Per quanto mi riguarda, vorrei vivere in una società che abbia come obiettivo quello di disporre di sempre più energia, più tecnologia e più possibilità. Non ho mai compreso questa sorta di nostalgia per un mondo meno industrializzato, meno automatizzato e in qualche modo più vicino alla natura, che sembra ricorrere in certi ambienti ambientalisti.
La natura, prima che imparassimo a modificarla attraverso la scienza e la tecnologia, non era esattamente quel paradiso che qualcuno sembra immaginare. Era un mondo nel quale si moriva molto più giovani, malattie oggi banali potevano essere fatali e una parte enorme dell’esistenza umana veniva spesa nel tentativo di sopravvivere. Siamo riusciti a cambiare tutto questo proprio perché abbiamo smesso di accettare i limiti che ci erano stati imposti.
Superare i limiti dell’uomo, non difenderli
E non vedo perché dovremmo fermarci adesso. Anzi, credo che ci troviamo in uno dei momenti più interessanti della storia umana, forse paragonabile per importanza alla rivoluzione industriale. L’intelligenza artificiale potrebbe permetterci di accelerare enormemente la ricerca scientifica, sviluppare nuove cure, automatizzare una quantità impressionante di lavori e raggiungere risultati che oggi nemmeno riusciamo a immaginare.
Personalmente mi entusiasma l’idea che la tecnologia possa arrivare a modificare sempre più profondamente la nostra stessa condizione biologica, che un giorno si possa intervenire sui processi dell’invecchiamento, aumentare le nostre capacità cognitive o integrare l’intelligenza umana con quella artificiale. Non so quando, né fino a che punto sarà possibile farlo, ma trovo molto più interessante pormi queste domande che preoccuparmi continuamente di come rallentare lo sviluppo delle tecnologie che potrebbero permettercelo.
Probabilmente è una visione del progresso un po’ estrema, ma non mi dispiace affatto. Non penso che esista qualcosa di particolarmente nobile nell’accettare i limiti della nostra natura quando abbiamo la possibilità di superarli, e trovo abbastanza curioso che proprio chi rivendica continuamente la necessità di liberare l’individuo dalle convenzioni sociali sia spesso così poco entusiasta della possibilità di liberarlo anche da alcuni limiti materiali e biologici.
L’uomo non ha raggiunto la Luna perché qualcuno riteneva opportuno rispettare i confini naturali della sua esistenza, così come non abbiamo inventato gli antibiotici perché consideravamo le malattie un elemento dell’equilibrio naturale da preservare. Abbiamo fatto queste cose perché qualcuno ha deciso che ciò che sembrava impossibile non doveva necessariamente rimanere tale.

Il capitalismo, le Big Tech e l’Europa che rimane indietro
In tutto questo c’è anche una questione economica che secondo me merita di essere affrontata senza troppi giri di parole. Una parte della sinistra continua a guardare con sospetto alle grandi imprese tecnologiche, quasi che il fatto che Microsoft, Google, Amazon o altre aziende investano miliardi per sviluppare nuove infrastrutture rappresenti di per sé qualcosa di negativo.
Naturalmente il loro obiettivo è fare profitto, e meno male, aggiungerei. È anche grazie alla possibilità di ottenere un ritorno economico che imprese e investitori sono disposti a finanziare progetti enormi, assumersi rischi e sviluppare tecnologie delle quali poi beneficiano milioni, se non miliardi, di persone. Non riesco a capire perché dovremmo vergognarci di questo meccanismo, che è stato uno dei principali motori dello sviluppo economico occidentale.
Il paradosso diventa ancora più evidente quando si parla di Europa. Da anni ci lamentiamo del fatto che non abbiamo una nostra Silicon Valley, che dipendiamo dalle piattaforme americane, che la Cina ci sta superando in settori tecnologici strategici e che l’Unione europea non riesce a produrre imprese capaci di competere con i giganti internazionali.
Tutte osservazioni fondate, almeno in parte. Ma poi, quando arrivano gli investimenti necessari a sviluppare una maggiore capacità tecnologica europea, parte immediatamente la discussione su come limitarli. È una contraddizione che davvero faccio fatica a comprendere, soprattutto perché la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non si fermerà certo per aspettare che gli europei abbiano trovato un accordo su quanti megawatt possa consumare un data center.
Non possiamo pretendere di essere protagonisti della rivoluzione dell’intelligenza artificiale se poi continuiamo a trattare le infrastrutture digitali come un problema urbanistico da gestire con la massima diffidenza. E non possiamo nemmeno lamentarci del predominio delle aziende americane se la nostra risposta alla loro capacità di investire e innovare consiste soprattutto nel produrre nuove regole. A volte mi sembra che l’Europa abbia sviluppato una particolare abilità nel regolamentare il progresso altrui, molto meno nel produrne uno proprio.
Progressisti nei costumi, conservatori sul futuro
Torno quindi alla questione iniziale, quella del progressismo. Credo che una parte della sinistra occidentale abbia finito per ridurre il significato di questa parola quasi esclusivamente alle questioni sociali e culturali, dimenticando che il progresso riguarda anche, e forse soprattutto, la capacità dell’umanità di migliorare materialmente la propria condizione.
Possiamo discutere per ore di diritti, identità, inclusione e cambiamenti sociali, ma se poi non siamo capaci di costruire un’economia più produttiva, sviluppare nuove tecnologie e aumentare le possibilità concrete a disposizione degli individui, mi chiedo quanto ci sia effettivamente di progressista in questa visione della società.
Sia chiaro, non considero il progresso tecnologico una prerogativa della destra, né credo che tutto il conservatorismo occidentale sia particolarmente entusiasta dell’innovazione. Anzi, personalmente ho sempre trovato piuttosto assurde anche certe nostalgie della destra per un passato idealizzato, fatto di tradizioni immutabili e modelli sociali che dovremmo in qualche modo recuperare. Ma proprio per questo mi sembra ancora più paradossale che alcune delle posizioni più ostili alla rivoluzione tecnologica arrivino da chi si definisce progressista. Almeno chi si dichiara conservatore non ha costruito la propria identità politica attorno alla necessità di cambiare continuamente il mondo.
Io invece voglio che il mondo cambi, e anche parecchio. Vorrei vedere nuove centrali nucleari, industrie sempre più automatizzate, data center enormi, laboratori di ricerca capaci di sviluppare tecnologie che oggi consideriamo fantascienza. Vorrei che la medicina riuscisse a farci vivere molto più a lungo e che l’intelligenza artificiale diventasse uno strumento attraverso il quale moltiplicare le nostre capacità.
E non mi interessa particolarmente se tutto questo richiederà enormi investimenti privati, più energia elettrica o la costruzione di infrastrutture che oggi qualcuno considera troppo invasive. Penso che una civiltà che smette di avere ambizioni del genere abbia già cominciato, in qualche modo, a rassegnarsi al proprio declino.
Forse tra cent’anni guarderemo ai nostri attuali sistemi tecnologici come oggi guardiamo ai primi computer degli anni Cinquanta, e magari molte delle cose che oggi immaginiamo diventeranno realtà molto prima di quanto pensiamo. Non possiamo saperlo. Ma so che preferirei vivere in una società che prova continuamente a superare i propri limiti, anche rischiando di sbagliare, piuttosto che in una società ossessionata dall’idea di non modificare troppo ciò che già esiste.
Per questo trovo la battaglia contro i data center così assurda. Non perché siano la soluzione a tutti i problemi del mondo, ma perché rappresentano esattamente quel genere di infrastrutture che una civiltà tecnologicamente ambiziosa dovrebbe essere felice di costruire. E se davvero il prossimo secolo sarà quello dell’intelligenza artificiale, della robotica e forse persino del superamento di alcuni limiti biologici dell’uomo, trovo difficile immaginare qualcosa di meno progressista che tentare di frenare tutto questo prima ancora di averne compreso le possibilità.
Io non voglio tornare a un mondo più naturale, più semplice o meno tecnologico. Voglio esattamente il contrario. E se per arrivarci serviranno migliaia di nuovi data center, allora ben vengano. Preferisco decisamente un futuro costruito da imprenditori, scienziati e ingegneri che hanno l’ambizione di cambiare il mondo, piuttosto che da politici che passano il tempo a spiegare loro perché non dovrebbero farlo.
La sinistra può anche continuare a definirsi progressista, naturalmente. Ma sarebbe interessante capire perché, quando il progresso arriva davvero, così spesso la sua prima reazione sia chiedergli di fermarsi.








