Quanto spesso pensi all’impero romano?

Samuele Dario Lunghi
18/10/2026
Radici

Un po’ di tempo fa su TikTok andava virale chiedere ai ragazzi quanto spesso pensassero all’impero romano. Sull’onda di questo trend, Ipsos ha fatto davvero i calcoli: un uomo britannico su otto ci pensa almeno una volta alla settimana. Se il sondaggio lo facessero in Italia, io starei in quel dodici per cento, insieme a chiunque abbia passato cinque anni di liceo classico sulle versioni di Cicerone.

Il 15 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, all’evento di Europeisti.eu, Carlo Calenda ha dato a questa ossessione una inquadratura politica: «L’Europa rischia di cadere perché l’età degli imperi è tornata, ma noi non siamo gli imperi, siamo le colonie. Abbiamo passato molto tempo a criticarci perché siamo stati degli imperi e attenzione a non diventare delle colonie, perché vi garantisco che è peggio che essere imperi».

Il senso di colpa di cui parla Calenda ha un testo di riferimento, e l’ha scritto un romano. Nell’Agricola, Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, la condanna più citata che un impero abbia mai ricevuto: «ubi solitudinem faciunt, pacem appellant», dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Per decenni l’Europa l’ha letta come un atto d’accusa contro se stessa. Nel frattempo a Mariupol, nella primavera del 2022, il deserto l’ha fatto qualcun altro, e lo chiama liberazione.

Calenda ha ragione. L’età degli imperi è un fatto di struttura: finiti il mondo bipolare della guerra fredda e quello unipolare che l’ha seguito, in un sistema multipolare ogni grande potenza si ritaglia una sfera, e chi non ne ha una finisce nella sfera di un altro. Noi siamo finiti nella sfera di tre.

Siamo colonie al plurale. Una multicolonia.

Multicolonia

Tre padroni, quattro guinzagli. La sicurezza la compriamo a Washington: fra il 2021 e il 2025, secondo il SIPRI, il 58% delle armi importate dai paesi europei della NATO è arrivato dagli Stati Uniti. La transizione verde la compriamo a Pechino, che produce il 94% dei magneti permanenti del mondo, quelli che servono alle auto elettriche e a molte pale eoliche. L’energia, fino al 2022, arrivava da Mosca, che nel 2021 ci vendeva il 45% del gas importato dall’Unione. I nostri dati, intanto, stanno su server americani: Amazon, Microsoft e Google hanno il 70% del cloud europeo, le aziende europee il 15%.

Davanti a questi numeri il dibattito italiano fa una cosa sola: litiga su quale padrone sia il cattivo. Chi sta con Mosca risponde che tanto anche gli americani ci spiano, “lo fanno tutti, mica solo i russi”, ed è vero: dal 2021 sappiamo che fra il 2012 e il 2014 la NSA ha intercettato Angela Merkel attraverso i cavi dei servizi danesi. Chi sta con Washington ricorda che i russi fanno di peggio, perché entrano nella rete dell’ente che gestisce il traffico aereo tedesco e il 29 dicembre 2025 attaccano le centrali polacche, che secondo Tusk avrebbero lasciato senza riscaldamento mezzo milione di persone. Facciamo un esperimento.

Ammettiamo che abbiano ragione tutti e due. Oppure che sia tutto falso, propaganda di tutti contro tutti. Il 58% delle armi, il 94% dei magneti e il 70% del cloud restano dove sono, in tutti e due i casi. Chi discute su quale padrone sia più onesto ha già accettato di averne uno, e una colonia che si sceglie il padrone resta una colonia. L’unico alleato su cui l’Europa può contare è l’Europa.

Il padrone da cui dipendiamo di più, del resto, ce l’ha messo per iscritto. Nella Strategia di sicurezza nazionale del dicembre 2025 Washington vede davanti all’Europa la prospettiva di una «civilizational erasure», una cancellazione di civiltà. Un egemone che ti descrive così ha già cominciato a chiudere l’ombrello.

Chi difende una colonia, quando il padrone comincia a considerarla un problema?

Conveniva essere romani

Gli eserciti li avevano anche Cartagine e i re di Macedonia, e sono finiti come capitoli nei libri di storia romana. Il motivo per cui Roma è durata lo spiega Cicerone, che nel De re publica lo mette in bocca a Scipione: un popolo è una moltitudine unita «iuris consensu et utilitatis communione», dal consenso sul diritto e dalla comunanza dell’utile. Diritto e interesse, nient’altro. 

Cicerone sapeva di cosa scriveva, perché a Roma era un forestiero. Era nato ad Arpino, un municipio sui monti della Ciociaria che aveva da poco ottenuto il diritto di voto a Roma. Non aveva un console fra gli antenati, e Catilina, in Senato, lo chiamò «inquilinus civis», un cittadino in affitto. Nel 63 a.C. diventò COnsole. Sette anni dopo difese Lucio Cornelio Balbo, un uomo di Cadice a cui volevano togliere la cittadinanza, e davanti ai giudici ricordò che Romolo, con il patto coi Sabini, aveva insegnato a far crescere la città accogliendo perfino i nemici. Balbo tenne la cittadinanza. Sedici anni dopo diventa console anche lui, il primo console non nato cittadino romano.

Poi c’è il 212. Caracalla estese la cittadinanza a quasi tutti gli uomini liberi dell’impero, e Cassio Dione, che lo detestava, scrive che lo fece per le tasse: più cittadini volevano dire più contribuenti per l’imposta sulle eredità, che lo stesso Caracalla raddoppiò. Forse è vero. Non cambia niente. L’interesse da sempre muove gli uomini e muove gli stati, e una cittadinanza che conviene a chi la dà quanto a chi la riceve è la più solida che esista. Roma reggeva perché conveniva essere romani.

All’Unione europea succede la stessa cosa, ed è per questo che c’è la fila per entrarci. Nel novembre del 2013 a Kyiv la gente scese in piazza perché Janukovyč aveva rinunciato all’accordo di associazione con l’Unione, e a febbraio, sul Majdan, si sparò su manifestanti che portavano le bandiere blu con le stelle. Nel novembre 2024, in Georgia, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, tutti i giorni per oltre un anno, con le bandiere dell’UE contro un governo che aveva congelato l’adesione. A febbraio di quest’anno perfino il Canada ha firmato per entrare nel programma europeo di finanziamento della difesa, primo paese non europeo a farlo. E dall’Unione si può anche uscire, cosa che a Roma non era prevista: il Regno Unito l’ha fatto, e a giugno il 58% dei britannici diceva a YouGov che è stato un errore.

Civis europaeus sum

Nel 70 a.C. Cicerone accusò Verre, governatore della Sicilia, e il passaggio più feroce dell’accusa è la morte di Publio Gavio. Verre lo fece frustare nel foro di Messina e poi crocifiggere rivolto verso lo Stretto, perché morendo vedesse l’Italia. Sotto le verghe Gavio ripeteva una frase sola: «civis Romanus sum», sono cittadino romano. Per Cicerone quelle tre parole dovevano bastare a proteggere un uomo fino agli ultimi confini della terra.

La frase oggi ha un equivalente. Dove l’Italia non ha un’ambasciata, un italiano può entrare in quella di qualunque altro paese dell’Unione e farsi assistere come uno dei loro. Siamo cittadini europei.

Il resto lo usiamo ogni giorno, è ubiquo ed è per questo che non lo vediamo più. Io stesso sono attualmente in Erasmus, uno degli oltre quindici milioni di europei partiti con quel programma dal 1987. Quest’inverno sceglierò la magistrale, e posso cercarla in ventisette paesi sapendo che in ognuno sarò trattato come chi ci è nato, e che dopo potrò lavorarci senza chiedere un permesso. Chi va in Spagna usa il telefono come a Milano, e dal 15 giugno 2017 non ci pensa più. Cicerone, nel De legibus, diceva che chi viene da un municipio ha due patrie, una per natura e una per diritto, Arpino e Roma, e che la seconda è più grande, abbastanza da contenere la prima. Io ne ho due come lui. La seconda ha ventisette capitali.

E smettiamola di ridurre l’Europa a Bruxelles, che è il mero indirizzo degli uffici. L’Europa è Roma, è Berlino, è Parigi, e anche Varsavia, Dublino, Riga, Tallinn, dove Roma vedeva soltanto barbari.

Cedant arma togae

Fermiamoci sui barbari. Almeno dieci capitali dell’Unione stanno fuori dai confini che l’impero raggiunse sotto Traiano: Berlino, Praga, Varsavia, Copenaghen, Stoccolma, Helsinki, Dublino, Tallinn, Riga, Vilnius. Oggi il confine dell’Europa passa da quelle parti, e là lo prendono più sul serio che altrove: nel 2026 la Polonia spende in difesa il 4,8% del PIL, più di qualunque altro paese della NATO. Il 19 settembre 2025 tre MiG-31 russi sono entrati nello spazio aereo estone e ci sono rimasti dodici minuti con il transponder spento; a scortarli fuori sono stati gli F-35 dell’Aeronautica militare italiana. Le legioni sul Baltico non ci sono mai arrivate. Oggi lo sorvegliano piloti italiani, e a chiamarli sono stati quelli che ci abitano.

Senza esercito Roma non avrebbe retto una generazione, e qui il discorso europeo si inceppa ogni volta, perché da noi la parola riarmo mette paura. Pacifista è chi può fare la guerra e sceglie di non farla. Chi non può farla è un agnello in un mondo di lupi, e la sua pace dipende dall’umore dei lupi.

Cicerone aveva una formula anche per questo: «cedant arma togae», le armi cedano alla toga. Pisone, anni dopo, gliela rinfacciò in Senato per prenderlo in giro, e qualche ragione l’aveva, perché era il verso di un uomo innamorato di sé e del suo ruolo. Dice però la cosa che il pacifismo europeo dimentica: perché le armi cedano, devono esistere. L’Europa non deve usare la forza. Deve essere capace di usarla, perché è questa capacità a rendere credibili i diritti che offre.

E quando si allarga, lo fa con i diritti. Ogni paese entrato nell’Unione l’ha chiesto, e ha ratificato l’ingresso con un voto del suo parlamento o con un referendum; nessuno ha visto un esercito alle porte. È l’unico impero della storia che si espande su domanda.

Al Parenti Calenda ha detto anche perché si diventa colonie: «la ragione per cui diventiamo colonie non è nella dimensione e nella nostra forza, ma nella nostra volontà, o meglio, dell’assenza di nostra volontà». Roma gli dà ragione. La cittadinanza, il diritto, la moneta e le strade senza dogane li aveva costruiti, e per dodici secoli ha avuto anche la volontà di difenderli. Noi le prime quattro cose le abbiamo già. Ci manca la quinta.

I trattati che hanno fondato l’Europa unita sono stati firmati a Roma, in Campidoglio, il 25 marzo 1957. Il mio impero romano ha sessantanove anni. Per arrivare a dodici secoli gli serve soltanto la volontà, e la volontà è l’unica cosa che nessun padrone ci può vendere.