Le violenze di Milano e l’equivoco delle piazze sul capitalismo
Le immagini di Milano messa a ferro e fuoco, delle vetrine distrutte e dei poliziotti aggrediti durante la manifestazione contro il carovita sono vergognose. Spero che i responsabili vengano individuati e ne rispondano. Su questo non credo ci sia molto da discutere. La violenza non è una forma di protesta, è violenza. Punto.
Quello che invece trovo interessante è il dibattito che ne è seguito. In queste ore ho letto decine di dichiarazioni, da destra a sinistra, tutte sostanzialmente identiche: condanniamo fermamente i metodi, però le ragioni della protesta sono comprensibili, giuste, condivisibili.
Ecco, io non sono così sicuro che lo siano. O meglio, sono comprensibili i problemi, non necessariamente le soluzioni. E mi sembra che questa distinzione sia ormai scomparsa dal dibattito pubblico.
Da Milano a Parigi, passando per altre capitali europee, assistiamo a una crescente insofferenza verso il costo della vita, gli stipendi insufficienti, gli affitti insostenibili e la mancanza di prospettive. Problemi che conosco e che riguardano anche la mia generazione. Ma il racconto politico che accompagna buona parte di questo malcontento continua a individuare nel capitalismo, nel profitto e nel mercato i principali responsabili della situazione.
Non tutti i manifestanti la pensano allo stesso modo, naturalmente. A Milano si è protestato anche contro la pressione fiscale, e questo dovrebbe aprire una discussione interessante. Ma il riflesso culturale dominante in Europa rimane quello di chiedere alla politica di intervenire ancora, spendere di più, regolare di più, proteggere di più.
Io credo che il problema sia esattamente l’opposto. L’Europa non è diventata meno prospera perché ha avuto troppo capitalismo. È diventata meno dinamica perché ha progressivamente smesso di credere nella libertà economica.
Il capitalismo che non c’è
C’è qualcosa di paradossale nel sentir parlare continuamente dei fallimenti del libero mercato in un continente nel quale il settore pubblico rappresenta una parte enorme dell’economia.
Nel 2024 la spesa pubblica italiana equivaleva al 50,4% del PIL. Nell’Unione europea, nello stesso anno, la media era del 49,1%. Sono numeri della Commissione europea, non di qualche pericoloso circolo libertario.
Metà del PIL. Eppure nel dibattito politico l’impressione è sempre quella di vivere in una specie di Far West capitalistico, dove lo Stato sarebbe un povero spettatore impotente davanti allo strapotere dei mercati.
Mi domando dove sia questo capitalismo selvaggio.
Nel Paese in cui aprire un’impresa significa spesso passare mesi tra autorizzazioni, permessi e adempimenti? Dove il legislatore cambia continuamente le regole del gioco? Dove intere categorie economiche vivono protette da concessioni, licenze e privilegi garantiti dalla politica?
Abbiamo costruito un sistema nel quale lo Stato pretende di decidere come dobbiamo produrre, assumere, investire, costruire e perfino consumare. Poi, quando l’economia non cresce, accusiamo il mercato.
Ci siamo abituati a considerare normale che un’attività debba ottenere il permesso di esistere. Che un imprenditore dedichi una parte considerevole del proprio tempo a compilare documenti. Che le imprese più grandi possano permettersi eserciti di consulenti per affrontare una regolamentazione che spesso scoraggia chi vorrebbe entrare nel mercato.
Questo non è libero mercato. È un’economia nella quale il potere pubblico ha accumulato un’influenza enorme, mentre la concorrenza è diventata qualcosa da tollerare, possibilmente senza disturbare troppo chi occupa già una posizione di vantaggio.
E a forza di proteggere tutti dalla concorrenza abbiamo finito per proteggere soprattutto chi non vuole averne.
Vogliamo stipendi più alti? Lasciamo crescere le imprese
Prendiamo uno dei temi principali delle proteste: i salari.
In Italia sono bassi. Troppo bassi. Ma sento parlare continuamente della necessità di nuovi interventi pubblici e assai meno delle condizioni economiche che permetterebbero alle imprese di pagare di più.
Nel 2025 il cuneo fiscale e contributivo per un lavoratore single con stipendio medio era pari al 45,8% del costo del lavoro. La media OCSE era del 35,1%. Significa che, su cento euro spesi da un’impresa per quel lavoratore, quasi quarantasei sono assorbiti da imposte e contributi, anziché arrivare nella sua retribuzione netta.
E questa dovrebbe essere un’economia nella quale manca l’intervento dello Stato?
Naturalmente il cuneo fiscale non spiega da solo trent’anni di stagnazione salariale. Ma trovo assurdo che, mentre discutiamo di come aumentare gli stipendi, si parli così poco di quanto costa produrre lavoro in questo Paese.
La questione fondamentale, comunque, è un’altra: la produttività.
Se un’impresa produce poco valore, difficilmente potrà pagare salari elevati. Se non investe in tecnologia, se non può crescere, se non riesce ad attrarre capitali, continuerà a competere comprimendo i costi. E se le imprese competono poco tra loro anche per assumere, i lavoratori avranno meno alternative e meno potere contrattuale.
Non serve essere particolarmente liberisti per capire il meccanismo. Serve semplicemente smettere di credere che la prosperità nasca da una decisione politica.
La politica può stabilire un salario minimo, può modificare i contratti, può distribuire incentivi. Ma non può decretare un aumento della produttività. Non può inventarsi aziende innovative per legge. Non può rendere competitivo un sistema economico attraverso una conferenza stampa.
Per far crescere stabilmente i salari servono investimenti, capitale, innovazione e imprese che si contendano i lavoratori. In Italia abbiamo invece passato decenni a scoraggiare la crescita dimensionale delle aziende, complicare gli investimenti e difendere un’infinità di piccoli e grandi privilegi.
Non stupisce che poi la ricchezza prodotta cresca poco. La Commissione europea ha registrato per l’Italia una crescita del PIL di appena lo 0,5% nel 2025 e continua a segnalare la debolezza della produttività e gli ostacoli alla concorrenza tra i problemi strutturali del Paese.
Possiamo continuare a discutere per altri trent’anni di come redistribuire la ricchezza. Ma se non torniamo a crearne in quantità maggiore, avremo semplicemente sempre meno da distribuire.

La casa costa troppo. E se provassimo a costruirne?
C’è poi il problema delle abitazioni, particolarmente evidente a Milano. Una città nella quale un giovane lavoratore può trovarsi a spendere una parte spropositata del proprio stipendio per una stanza.
La risposta politica più frequente è chiedere nuovi sussidi, più edilizia pubblica, maggiori controlli sugli affitti. Qualsiasi cosa, insomma, purché sia lo Stato a occuparsene.
Io vorrei partire da una domanda molto più semplice: perché non rendiamo più facile costruire case?
Perché ogni nuovo intervento residenziale deve scontrarsi con procedure interminabili, vincoli e opposizioni? Perché guardiamo all’investimento immobiliare quasi fosse un’attività moralmente sospetta, anziché una possibile risposta alla domanda crescente di abitazioni?
Quando la domanda di case aumenta e l’offerta non riesce a starle dietro, i prezzi salgono. È una delle leggi più elementari dell’economia. Eppure è incredibile quanto spesso venga ignorata.
Questo non significa che ogni terreno debba diventare edificabile o che non esistano esigenze urbanistiche e ambientali. Significa riconoscere che impedire la costruzione di nuove abitazioni ha un costo. E quel costo lo pagano soprattutto coloro che una casa ancora non ce l’hanno.
Certo, si può intervenire anche con l’edilizia sociale e con strumenti di sostegno per chi ne ha bisogno. Ma non possiamo pensare di risolvere la scarsità di abitazioni soltanto distribuendo denaro per permettere alle persone di competere per le stesse poche case disponibili.
È una soluzione politicamente comoda, perché promette un beneficio immediato. Economicamente, però, rischia di lasciare intatto il problema.
Ci siamo convinti che per rendere qualcosa accessibile basti finanziarne l’acquisto con soldi pubblici. Abbiamo quasi dimenticato la possibilità di renderlo meno costoso aumentando la produzione e la concorrenza.
Il vero nemico del libero mercato è spesso chi dice di difenderlo
E qui voglio essere chiaro: non sto parlando soltanto delle sinistre.
Una parte consistente della destra europea ha ormai abbracciato un interventismo economico che, sotto molti aspetti, non ha nulla da invidiare a quello dei suoi avversari.
Ci si dichiara liberali quando bisogna criticare le tasse, ma appena un’azienda entra in crisi si chiede allo Stato di salvarla. Si parla di concorrenza, salvo poi difendere concessioni e categorie protette. Si celebra l’imprenditore, purché non sia straniero, non acquisisca un’impresa nazionale e non metta in difficoltà qualche campione industriale considerato strategico.
È il capitalismo a giorni alterni. Il mercato va benissimo quando produce profitti, ma se produce una sconfitta elettoralmente scomoda allora deve intervenire il governo.
Non è questa la mia idea di liberismo.
Io non credo nello Stato che sceglie i vincitori, distribuisce favori alle imprese amiche e protegge dalla concorrenza quelle che non riescono a sopravvivere. Non credo neppure in un capitalismo fatto di aziende che privatizzano i profitti e cercano di scaricare le perdite sui contribuenti.
Il libero mercato non è un sistema costruito per garantire il successo degli imprenditori. È un sistema nel quale gli imprenditori devono continuamente meritarsi il proprio successo.
Chi offre un prodotto migliore, un servizio più efficiente o un prezzo più conveniente deve poter conquistare il mercato. Chi non ci riesce deve poter fallire. Anche se è un’azienda storica, anche se dà lavoro a migliaia di persone, anche se ha ottimi rapporti con il ministro di turno.
Naturalmente è più facile difendere a parole il capitalismo quando tutto va bene. La prova arriva quando la concorrenza mette in difficoltà qualcuno.
Il problema è che in Europa abbiamo progressivamente trasformato ogni difficoltà economica in una richiesta di protezione politica. E a furia di proteggere il presente abbiamo reso sempre più difficile costruire il futuro.

Abbiamo paura perfino della ricchezza
C’è però un problema ancora più profondo, culturale prima che economico. L’Europa sembra aver sviluppato una sorta di diffidenza istintiva nei confronti del successo economico individuale.
Arricchirsi è diventato qualcosa di cui quasi scusarsi. Il profitto viene guardato con sospetto. L’imprenditore di successo deve continuamente dimostrare di non essersi arricchito a spese della collettività.
Io trovo questa mentalità insopportabile.
Non c’è nulla di immorale nel voler guadagnare molto denaro, costruire un’impresa di successo o diventare ricchi. Non c’è nulla di cui vergognarsi nell’avere ambizione.
Eppure il dibattito politico europeo ruota quasi interamente attorno alla distribuzione della ricchezza. Parliamo continuamente di chi possiede troppo, di quanto debba essere tassato, di come redistribuire il suo patrimonio. Molto meno di come creare le condizioni affinché altre persone possano arricchirsi a loro volta.
L’economia non è un gioco a somma zero. Il successo di un’impresa non comporta necessariamente l’impoverimento di qualcun altro. Una nuova tecnologia, un prodotto migliore, un investimento produttivo possono creare ricchezza che prima semplicemente non esisteva.
È questa la straordinaria forza del capitalismo. Non quella di garantire a tutti lo stesso risultato, ma di permettere a milioni di persone di perseguire i propri obiettivi e, attraverso gli scambi volontari, contribuire alla prosperità generale.
Il mercato non promette che tutti avranno successo. Promette qualcosa che considero molto più importante: che il successo non debba dipendere dal permesso della politica.
E invece abbiamo costruito una cultura nella quale chiedere allo Stato sembra sempre più rispettabile che cercare di fare fortuna.
Vorrei vivere in un continente nel quale un ragazzo di vent’anni possa dire apertamente di voler diventare milionario senza essere guardato come un egoista. Nel quale aprire un’impresa sia considerato almeno tanto meritorio quanto vincere un concorso pubblico. Nel quale l’ambizione individuale sia incoraggiata anziché trattata come un problema sociale da correggere.
Un’Europa che non ha più fiducia nella possibilità di arricchirsi finirà inevitabilmente per concentrarsi soltanto su come amministrare il proprio declino.
I giovani dovrebbero chiedere meno permessi, non più protezione
È soprattutto da giovane che faccio fatica a comprendere certe richieste che arrivano dalle piazze europee.
Appartengo a una generazione alla quale viene continuamente raccontato che avrà meno opportunità delle precedenti. Case più costose, stipendi più bassi, pensioni più incerte. E troppo spesso la risposta che ci viene proposta è quella di cercare protezione nello Stato.
Più bonus, più sussidi, più garanzie, più interventi.
Ma a me non interessa che lo Stato mi prometta una vita mediocre, purché sufficientemente protetta. Mi interessa vivere in un’economia nella quale sia possibile fare meglio. Molto meglio.
Vorrei poter scegliere tra imprese che competono per assumermi, anziché dover ringraziare per avere trovato un posto. Vorrei che fosse più facile aprire un’attività, investire, cambiare lavoro, costruire qualcosa. Che un ragazzo senza conoscenze politiche e senza una famiglia facoltosa potesse competere con chi parte da una posizione di vantaggio.
Per questo trovo singolare che tanta parte del malcontento giovanile venga indirizzata contro il capitalismo anziché contro le barriere che limitano la concorrenza e la mobilità sociale.
Non pretendo che chi scende in piazza condivida questa visione. Ma non accetto nemmeno l’idea che chiunque critichi le ricette stataliste sia automaticamente insensibile ai problemi dei giovani.
Anzi. È proprio perché quei problemi esistono che credo sia necessario cambiare radicalmente approccio.
Non voglio uno Stato che mi protegga dalla possibilità di fallire. Voglio uno Stato che non mi impedisca di provare ad avere successo
Uno Stato che faccia rispettare i contratti, tuteli la proprietà privata, garantisca la sicurezza, amministri una giustizia efficiente e impedisca che la concorrenza venga soffocata da monopoli e privilegi. Non uno Stato che pretenda di pianificare il futuro economico di milioni di persone.
Perché, alla fine, il punto è questo: in Europa abbiamo scambiato troppe volte la sicurezza con l’immobilismo, la tutela con il privilegio, la solidarietà con la dipendenza dal potere pubblico.
E oggi ci sorprendiamo se la crescita economica è debole e i giovani guardano al futuro con pessimismo.
Non serve un altro intervento pubblico. Serve una rivoluzione liberale
Le proteste di questi giorni, al netto delle violenze che non possono trovare alcuna giustificazione, dovrebbero costringerci a discutere seriamente del futuro economico europeo.
Ma non credo serva l’ennesimo dibattito su quanto debba aumentare la spesa pubblica, su quale nuova imposta introdurre o su quali settori dell’economia debbano essere sottoposti a ulteriori controlli.
Abbiamo già percorso quella strada. Per decenni.
Vorrei che si tornasse a parlare di liberalizzazioni, privatizzazioni, concorrenza, riduzione delle imposte, deregolamentazione. Di un mercato unico europeo che sia davvero unico, non un insieme di ventisette sistemi economici che continuano a frapporre ostacoli alla libera circolazione di servizi, capitali e attività imprenditoriali.
Vorrei che la politica avesse il coraggio di dire che non tutte le imprese devono essere salvate, che non tutti i settori meritano un sussidio, che non ogni problema richiede una nuova legge.
E soprattutto che la ricchezza non nasce nei ministeri. Nasce dalle idee, dal capitale investito, dal lavoro, dal rischio. Dalle persone che decidono di fare qualcosa e trovano altre persone disposte a pagare volontariamente per ciò che hanno creato.
È un messaggio forse meno rassicurante di quelli che sentiamo nelle piazze, perché la libertà comporta responsabilità, incertezza e anche la possibilità di fallire. Ma è l’unico modello economico nel quale credo davvero.
Mi piacerebbe vedere una generazione arrabbiata non perché qualcuno è diventato ricco, ma perché le viene impedito di provarci. Una generazione che protesti contro le tasse che soffocano il lavoro, contro i privilegi di chi è già arrivato, contro una burocrazia che rende l’iniziativa privata un percorso a ostacoli.
E mi piacerebbe soprattutto che chi si definisce liberale avesse il coraggio di esserlo anche quando è scomodo, senza rifugiarsi nell’interventismo alla prima difficoltà.
Le vetrine distrutte a Milano verranno sostituite. I danni materiali, per quanto gravi, potranno essere riparati. Ma il problema culturale che emerge dal dibattito di queste ore è molto più difficile da affrontare.
Continuiamo a vivere in un continente convinto che la libertà economica sia qualcosa da limitare e che lo Stato debba essere la soluzione a ogni crisi. Salvo poi lamentarci delle conseguenze di un’economia che cresce troppo poco.
Io credo che sia arrivato il momento di mettere in discussione questa convinzione. Non con qualche timida riforma, non con l’ennesimo compromesso tra interventismo e mercato, ma recuperando una visione autenticamente liberista dell’economia e della società.
Non dobbiamo chiedere al capitalismo di fare un passo indietro. Dobbiamo smettere di impedirgli di fare passi avanti.
Perché il problema dell’Europa non è che abbiamo lasciato troppa libertà al mercato. È che, da troppo tempo, abbiamo paura di lasciargliene abbastanza.









