Navi nello stretto di Taiwan: coraggio e limiti del testo approvato a Strasburgo

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Guido Gargiulo
09/10/2026
Orizzonti

Con 454 voti favorevoli il Parlamento europeo ha chiesto una presenza navale continua nello Stretto di Taiwan. The Left prova a cancellare il passaggio, mentre resta da capire con quali mezzi e da quali basi potrebbe essere sostenuta una simile presenza, e, intanto che Strasburgo vota, il commissario Šefčovič è in viaggio per Pechino.

Il voto


Mercoledì 7 ottobre, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato con 454 voti favorevoli, 86 contrari e 110 astenuti la raccomandazione sulle relazioni UE-Cina firmata dalla relatrice Hilde Vautmans (Renew, Belgio).
Il testo non indulge in sfumature diplomatiche: indica Pechino come un fattore decisivo per la tenuta della guerra russa in Ucraina e giudica la sua politica industriale una minaccia esistenziale per la base industriale europea.

Il passaggio più osservato e fondamentale riguarda però Taiwan. I deputati chiedono all’Unione di lavorare con gli Stati membri e con altri partner democratici dell’area a un più stretto coordinamento di sicurezza, che includa «una presenza navale continua ed esercitazioni congiunte» nell’area dello Stretto di Taiwan. Restano ferme la politica di «una sola Cina» e il rifiuto di ogni modifica unilaterale dello status quo.

Un salto di qualità, non un inizio


Sarebbe in un certo senso scorretto raccontarlo come una svolta improvvisa: Strasburgo si schiera con Taiwan da anni. Nel 2021 approvò con 580 voti una raccomandazione sulle relazioni UE-Taiwan, nel 2022 una risoluzione sullo Stretto con 424, nel 2024 quella contro la distorsione cinese della risoluzione ONU 2758 con 432, e a luglio un testo che cita Taiwan quarantaquattro volte. Già a febbraio 2024 una relazione sulla difesa comune aveva invitato gli Stati membri a moltiplicare le operazioni di libertà di navigazione nello Stretto.

Quello che cambia è il passo, la velocità.
Non più transiti occasionali, ma una presenza continua, coordinata con i partner dell’area. Nella bozza arrivata in aula c’erano anche l’obiettivo di scoraggiare Pechino da un’escalation e piani di contingenza per gli scenari futuri.

È il passaggio dalla condanna alla postura. E il testo ci è arrivato nonostante un’intensa attività di lobbying cinese: stando alle ricostruzioni giornalistiche, la relatrice ha incontrato sei volte delegazioni di Pechino durante la stesura, e una versione preliminare aveva persino tolto la definizione di «rivale sistemico» per venire incontro ai socialisti, prima che tornasse nel testo finale.

Chi ha detto sì, chi invece no


Sulla linea dura, la stessa Vautmans, secondo cui il rapporto dell’Europa con la Cina «non può continuare così com’è oggi» e la pace nello Stretto è un interesse europeo diretto.
Il PPE ha spinto perché l’Unione faccia pesare la propria forza con Pechino, mentre l’ECR ha chiesto di spezzare la dipendenza strategica dalla Cina.

Spaccati, dall’altro lato, i socialisti: tedeschi, francesi e scandinavi hanno sostenuto la linea dura, mentre le delegazioni di Spagna, Portogallo, Italia e Romania si sono astenute, secondo la newsletter Rapporteur.

Sul fronte opposto “The Left”. L’eurodeputato italiano Danilo Della Valle (M5S) ha presentato un emendamento per cancellare il riferimento alla presenza navale, avvertendo del rischio di una deriva militarista in Asia e sostenendo che la Cina vada trattata più da partner che da rivale. L’emendamento non è passato: la formula è nel testo approvato. Il tentativo è stato respinto con 541 voti contrari, 91 favorevoli e 13 astensioni.

Resta però una domanda molto concreta: da dove arriverebbero queste navi?
L’UE non dispone di una propria flotta permanente e gli assetti resterebbero nazionali.
La Francia parte da una posizione privilegiata, grazie alla presenza militare nei suoi territori dell’Indo-Pacifico; l’Italia ha dimostrato nel 2026 di poter proiettare una nave da Taranto fino a Singapore.
Ma una presenza continua richiederebbe rotazioni, rifornimenti e un impegno logistico molto più oneroso rispetto al singolo transito.

Perché la votazione conta


La postura conta, prima di tutto, perché lo Stretto non è una questione asiatica: lo ricordava lo stesso Parlamento nel 2022, è la principale rotta per le navi che dall’Asia orientale vanno verso l’Europa.

Conta perché la deterrenza vive di credibilità, e la credibilità costa: una dichiarazione non rischia nulla, una nave sì, ed è esattamente questo a renderla un messaggio.

E Taipei ha accolto molto positivamente il passaggio: il suo rappresentante presso l’UE, Shieh Jhy-wey (謝志偉), ha accolto con favore l’attenzione europea per la stabilità nello Stretto. Dalla Missione cinese presso l’UE, per ora, nessun commento: a SCMP (South China Morning Post) non ha risposto, mentre nel 2024 testi analoghi del Parlamento erano stati bollati come grave ingerenza negli affari interni cinesi.

Il voto di Strasburgo resta una raccomandazione: non vincola Commissione, Consiglio né Alto rappresentante, e non cambia la politica di una sola Cina. Ma una dichiarazione si smentisce con un comunicato, una nave nello Stretto no. È questa la differenza che il Parlamento ha messo sul tavolo, e che ora spetta agli Stati membri, quelli che le navi le hanno, decidere se raccogliere.