Alireza Sepahi, curato per essere impiccato: la perversione dello Stato-boia degli Ayatollah
Ci sono vicende che non raccontano soltanto la brutalità di una dittatura. Ci sono vicende che rivelano fino a che punto uno Stato possa piegare il diritto, la medicina e le istituzioni alla logica del terrore. La storia di Alireza Sepahi, giovane iraniano di venticinque anni, arrestato durante le proteste di gennaio 2026 in Iran e giustiziato nella prigione centrale di Isfahan il 5 ottobre scorso, è una di queste.
Alireza non è soltanto una delle migliaia di vittime della repressione della Repubblica Islamica. La sua storia racchiude un dettaglio che mostra tutta la vera crudeltà della dittatura teocratica degli Ayatollah.
Pochi giorni prima di essere portato al patibolo, il suo corpo aveva ceduto. Secondo le testimonianze raccolte da attivisti e familiari, un grave malore — probabilmente un ictus o un infarto — lo aveva condotto a un passo dalla morte. A provocarlo non sono state solo le torture e i lunghi periodi di isolamento. A pesare sulla sua condizione psicofisica è stato anche l’orrore quotidiano della prigione, dove era costretto ad assistere alla preparazione delle esecuzioni di altri detenuti politici, tra i quali il proprio cugino.
In qualunque Stato che conservi almeno un residuo di civiltà giuridica, un simile evento avrebbe imposto l’interruzione della procedura esecutiva e l’immediata tutela della persona detenuta. Nella Repubblica Islamica, invece, è accaduto il contrario.
Il regime lo ricovera, lo cura e lo rianima. Non per salvargli la vita. Non per restituirgli la dignità. Ma per assicurarsi che fosse il boia a portare a termine la condanna. Gli apparati dello Stato teocratico hanno utilizzato la medicina non per curare la persona, ma per consegnarla alla perfetta esecuzione del supplizio.
La crudeltà della vicenda appare ancora più evidente se si considera la storia personale di Alireza e della sua compagna, Mahshad Kashani. Anche Mahshad era detenuta per aver manifestato a gennaio per i suoi diritti più naturali: primo fra tutti, essere finalmente libera di scegliere. I due sono riusciti a sposarsi mentre si trovavano entrambi in carcere, celebrando il loro matrimonio a distanza, attraverso una telefonata. Senza mai potersi abbracciare, senza potersi sfiorare, senza poter vivere nemmeno per un istante la normalità che ogni coppia dovrebbe avere il diritto di vivere. E mentre veniva loro negata perfino la possibilità di sfiorarsi le mani, la burocrazia teocratica preparava meticolosamente l’impiccagione.
Questa vicenda non riguarda soltanto l’Iran. Riguarda anche l’Europa e la credibilità stessa dell’idea di Stato di Diritto e della promozione dei diritti umani.
Tra l’8 e il 9 gennaio il regime iraniano ha represso nel sangue le proteste popolari, causando un numero impressionante di vittime e arresti nell’ambito della più ampia campagna di repressione contro il movimento nato dopo l’uccisione di Mahsa Amini.
Oggi, gli stessi vertici della Repubblica Islamica pretendono di impartire lezioni di democrazia all’Occidente e accusano il governo francese di non rispettare la libertà di manifestazione degli studenti.
Siamo di fronte a un vero e proprio sovvertimento della realtà. Una teocrazia che impicca dissidenti, perseguita donne, imprigiona oppositori politici e utilizza la medicina per riconsegnare un detenuto al patibolo tenta di presentarsi come difensore dei diritti e di accusare la culla dello Stato di Diritto di pratiche che appartengono, invece, al proprio sistema repressivo. È la stessa logica che porta i carnefici a vestirsi da vittime e i persecutori a presentarsi come garanti della libertà.
Marco Pannella ci ha insegnato che la lotta contro la pena di morte e il Diritto alla Conoscenza non rappresentano una battaglia marginale o semplicemente umanitaria: rappresentano il cuore stesso della democrazia. Perché là dove il potere può uccidere nel silenzio, manipolare i fatti e riscrivere la verità, nessuna libertà è davvero al sicuro.
Alireza Sepahi aveva venticinque anni. È stato ucciso da uno Stato che teme i propri giovani, che considera il dissenso una minaccia esistenziale e che ha trasformato la pena di morte in uno strumento ordinario di governo. Ricordare Alireza Sepahi non significa soltanto rendere omaggio a una vittima. Significa difendere quel Diritto alla Conoscenza. Perché il primo alleato delle dittature non è il cappio. È il silenzio.








