Le 20 ricette del M5S che farebbero fallire un chiosco di piadine (figuriamoci l’Italia)

20 ricette m5s
Yuri Brioschi
29/09/2026
Miscellanea

Se la matematica non fosse un’opinione e l’economia non fosse considerata in Italia alla stregua di una disciplina esoterica riservata ai poteri forti, la kermesse Nova del Movimento 5 Stelle non si sarebbe svolta in un palazzo congressi di Milano, ma a Zelig.

Perché serve un talento comico fuori dal comune per salire su un palco e presentare venti punti programmatici che, alla prova dei conti, sembrano scritti da Babbo Natale sotto acidi.

I venti comandamenti della cosiddetta “Alleanza per la Costituzione”, partoriti dall’ingegno di Giuseppe Conte e votati a furor di popolo da una base ormai assuefatta all’illusione del denaro infinito, rappresentano un capolavoro di creatività contabile.

Un’agenda politica che spazia dal pacifismo di maniera alla solita, inossidabile passione per i sussidi a pioggia. Ma quando si spegnono le luci della festa e si calcolano i costi reali di questo luna park della spesa in deficit, la risata lascia rapidamente il posto al terrore.

La matematica dei balocchi


Prendiamo uno dei fiori all’occhiello della kermesse: l’assegno di partenza da 15.000 euro destinato a ogni neo diciottenne. Una misura definita “progressista”, che in realtà assomiglia molto al più classico voto di scambio, aggiornata ai tempi dei social media.

Facciamo due conti da normodotati, di quelli che non richiedono una cattedra alla Bocconi ma solo una calcolatrice tascabile (forse basterebbe anche un abaco).
In Italia la platea dei nuovi maggiorenni si attesta ogni anno tra le 570 e le 580 mila persone. Moltiplicate questo numero per i 15.000 euro promessi ed otterrete la modica cifra di 8,5 – 8,7 miliardi di euro all’anno. Solo per questa singola trovata.

Ma la vera magia avviene quando si prova a fare il totale dell’intero programma di Nova. Tra “Reddito 2.0”, sanità per tutti, piano casa, fondi a pioggia per la cultura e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (senza che nessuno spieghi chi paga la differenza di produttività), la stima di minima dei costi si attesta tra i 60 e i 120 miliardi di euro all’anno. Ovvero tra i 3 e i 6 punti di PIL.
Ogni anno.
A vita.

E le coperture?
Nel documento M5S si evidenziano ipotetiche entrate per 8-15 miliardi annui, affidate alle solite evocazioni alchemiche sulle “tasse sulle rendite” e sugli “extraprofitti”. Anche ammesso che esistano nel mondo reale, siamo comunque davanti a una voragine contabile da almeno 100 miliardi l’anno.

C’è poi un dettaglio tecnico che alla politica piace comodamente ignorare.
A differenza del PNRR o dei bonus edilizi, che per quanto devastanti erano interventi delimitati nel tempo, la maggior parte delle misure di Nova ha natura strutturale e permanente.
Se attualizziamo questi flussi di cassa annui da 120 miliardi con un tasso del 2%, il Valore Attuale Netto — cioè il costo effettivo, reale, la mega-cambiale che andiamo a stampare oggi sulle spalle di noi stessi tra vent’anni — risulta di N volte superiore. Stiamo parlando di una manovra finanziaria che equivale a un Superbonus agli steroidi sparato a getto continuo nel motore di un Paese già in panne.

I due volti del populismo a saldo


Sarebbe ingiusto, tuttavia, attribuire l’esclusiva di questo circo al solo “Avvocato del Popolo”.
C’è anche lui, Matteo Salvini.
Conte e Salvini sono semplicemente le due facce della stessa, impresentabile medaglia.

Da una parte abbiamo il capitano leghista che, un giorno sì e l’altro pure, invoca a gran voce uno “scostamento di bilancio” — che nel linguaggio comune significa banalmente fare altri debiti — perché “non ci sono gli sghei” per completare i cantieri. Cantieri che, sia chiaro, affogano già tra i miliardi dei fondi europei, del PNRR e degli stanziamenti ordinari. Il tutto condito dalle periodiche fesserie sulle pensioni e dai blitz per smontare qualsiasi criterio di sostenibilità previdenziale.

Dall’altra parte abbiamo il fautore del Superbonus 110%, una misura che la storia economica ricorderà con lo stesso entusiasmo con cui la storiografia ricorda le piaghe d’Egitto, che torna sul luogo del delitto proponendo un programma di governo che fa sembrare la spesa pubblica una roulette russa.

Siamo presi nella tenaglia di due populismi speculari: uno chiede soldi a puffo per fare le grandi opere e mandare la gente in pensione a quarant’anni; l’altro propone soldi a strozzo sotto forma di paghette di cittadinanza. Il metodo, però, è esattamente lo stesso: promettere la luna credendo che il conto non arrivi mai.

La dura realtà


Il dramma di questa narrazione sta tutto nell’incapacità strutturale della classe politica di comprendere la differenza tra una risorsa e un debito.

Provate a fare un esperimento mentale. Prendete uno di questi politici lautamente pagati con i soldi dei contribuenti e spogliatelo della sua giacca istituzionale. Mettetelo alla guida di un’azienda reale. Un’azienda non proprio floridissima, gravata da un fatturato stagnante e costretta a pagare una montagna di interessi passivi alla banca già solo per tenere aperti i cancelli.

Secondo voi, quel sedicente imprenditore andrebbe dal direttore di filiale a chiedere un altro prestito per regalare un bonus ai figli dei dipendenti o per pagare le ferie a tutti?
Lo farebbe soltanto se avesse una sfrenata e perversa voglia di schiantarsi contro un muro alla velocità della luce.

L’Italia si trova esattamente in questa condizione. Siamo costantemente ai vertici mondiali per incidenza della spesa per interessi sul PIL, superati in questa folle classifica mondiale quasi solo dagli Stati Uniti (che però, a differenza nostra, stampano la moneta di riserva globale).

Ogni anno bruciamo tra gli 80 e i 90 miliardi di euro solo per pagare gli interessi a chi ci ha prestato i soldi.

Non per costruire ospedali, non per pagare i medici, non per ammodernare le ferrovie. Soldi bruciati per cucire il buco del passato.
E in questo scenario, cosa fa la politica? Propone di alzare la posta e chiedere altri soldi a “puffo” o a “strozzo”.

L’insopportabile narrazione sui dati


A rendere il quadro ancora più surreale c’è la sistematica riscrittura della realtà a uso e consumo dei talk show. Senti Giuseppe Conte dichiarare in TV, con la sicurezza di chi pensa di interloquire esclusivamente con una platea di amanti della fantascienza: “Sotto il mio Governo, e con le nostre riforme progressiste, abbiamo abbassato il rapporto Debito/PIL di 20 punti”.

Ora, un qualsiasi cittadino dotato di un quoziente intellettivo nella media, di fronte a un’affermazione del genere, prende i grafici ufficiali del MEF e di Eurostat, li guarda e non può che chiedersi: Dove? Quando? Ma a cosa ti riferisci?

Nel quinquennio a cavallo della pandemia abbiamo assistito a un’esplosione del rapporto Debito/PIL schizzato ben oltre il 154%, seguito soltanto dai rimbalzi tecnici del post-lockdown e dall’eredità devastante dei crediti d’imposta che peseranno sui conti pubblici per i prossimi vent’anni. Spacciare le dinamiche d’emergenza o i rimbalzi contabili per un trionfo di politica economica è una narrazione semplicemente insopportabile.

La trappola dell’analfabetismo finanziario


Se personaggi del genere possono sguazzare liberamente nel dibattito pubblico proponendo ricette che farebbero fallire anche un chiosco di piadine, la colpa non è soltanto loro. La triste verità è che questi salti mortali senza rete funzionano perché si appoggiano sul terreno fertilissimo di un Paese che detiene il primato europeo per analfabetismo finanziario.

In un Paese in cui la maggioranza dei cittadini non conosce la differenza tra deficit e debito pubblico, non ha idea di come funzioni un tasso d’interesse e pensa che lo Stato possieda un albero delle monete in giardino, è facilissimo vendere l’illusione che le risorse siano infinite.
Non c’è la percezione che ogni euro regalato oggi sotto forma di mancetta elettorale sarà un euro tolto domani ai servizi essenziali, o una tassa in più sulla busta paga dei soliti noti.

Finché la gente non capirà che il “puffo” non esiste e che la politica della spesa facile è soltanto un furto premeditato ai danni dei propri figli, la commedia continuerà ad andare in scena. E noi continueremo a pagare il biglietto per uno spettacolo che ci sta portando dritti al fallimento.