Il vero crollo che ha cambiato la storia, purtroppo, è quello della statua di Saddam

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Emanuele Pinelli
20/02/2026
Radici

La mia generazione è cresciuta sentendosi raccontare da quelle più anziane che il momento di svolta nella storia recente era stato il crollo del muro di Berlino.

Comprensibile, dal loro punto di vista. Venivano da quasi mezzo secolo in cui la contrapposizione bipolare tra il blocco comunista guidato dall’URSS e quello capitalista guidato dagli USA aveva definito la politica economica, interna ed estera di centinaia di paesi, nonché larga parte del loro dibattito culturale.

Il fatto che le due superpotenze incarnassero ciascuna un’agenda ideologica, non solo un mero perseguimento di interessi tattici, rendeva poi lo scontro ancora più totalizzante.

Se a ciò aggiungiamo la velocità con cui caddero i regimi comunisti tra il 1989 e il 1991, che spiazzò persino la stessa amministrazione Bush, possiamo comprendere la reazione sbigottita degli Hobsbawm e degli altri teorici che etichettarono il ‘900 come “secolo breve”: un secolo iniziato e finito insieme all’URSS, legato nel suo intimo all’esistenza di lotte per instaurare la presunta “società senza classi”.

Era inevitabile, insomma, che il crollo del muro di Berlino apparisse come la fine di un sogno, o come la liberazione da un incubo, in ogni caso come l’evento determinante di un’epoca.

Ebbene: a quasi quarant’anni di distanza, guardando quel che siamo diventati nei paesi dell’ex blocco occidentale, dovremmo forse rivedere quel giudizio.

Il 1989 non aveva cambiato nel profondo la nostra identità, i nostri istinti e i nostri assunti morali collettivi.
A cambiarli, e purtroppo in peggio, è stata invece l’invasione dell’Iraq.

Un cambio di pelle irreversibile

Da quell’esperienza traumatica, le nostre opinioni pubbliche hanno creduto di trarre due lezioni:

  • La democrazia non è mai esportabile;
  • Se anche fosse esportabile non ne varrebbe la pena, perché le istituzioni democratiche sono intrinsecamente bugiarde e corrotte.

Queste due convinzioni sono state indossate come una seconda pelle dai nordamericani e dagli europei occidentali, modificando gradualmente la loro sensibilità verso l’attualità e persino quella verso il passato.

Sia a destra che a sinistra, sia nei campus che sui social, in modo trasversale tra le fasce di età, le due presunte lezioni della guerra in Iraq si sono via via trasformate in buonsenso comune, con una pervasività che l’ideologia comunista non si era mai neanche avvicinata ad avere, da nessuno dei due lati della cortina di ferro.

Amnesia e sospetto

È bastata, insomma, una finta fiala di armi chimiche per rimuovere dalla memoria collettiva la trionfale esportazione della democrazia che le politiche di Reagan avevano ottenuto appena un quindicennio prima nell’Europa centrale e orientale, nonché (una volta svanita la minaccia sovietica che induceva gli USA a tollerare i rispettivi regimi) in Cile, Sudafrica, Taiwan, Corea del Sud e altre nazioni filoamericane.

Non solo: è bastata quella finta fiala di armi chimiche per invertire l’onere della prova sulla sincerità delle istituzioni occidentali, che da allora vengono ritenute ingannatrici per definizione su qualunque argomento, dall’11 settembre allo sbarco sulla Luna, dai risultati elettorali all’efficacia dei vaccini.

Partendo proprio dagli Stati Uniti, e sfruttando la fortuita combinazione di crisi economica e diffusione degli smartphone, i partiti populisti di destra hanno quindi condotto le loro cavalcate vittoriose contro “il mainstream”, “il deep state”, “l’élite globalista”, “i legacy media”, “la scienza ufficiale”, “la casta” e “il sistema”, mentre le università di sinistra improntavano la trasmissione del sapere a fantasiose mitologie “decoloniali” e “intersezionali”.

Trump non nasce dal nulla


Stritolata su due fronti, la mentalità occidentale novecentesca si è di fatto disintegrata.

Oggi un Trump può governare gli Stati Uniti come un comitato d’affari, ignorando qualunque scrupolo sulla libertà dei cittadini e sull’indipendenza dei popoli, perché l’uomo della strada (anche quando quella strada è la 5th Avenue) in fondo crede che gli Stati Uniti siano sempre stati questo e che i vecchi scrupoli sulla libertà fossero solo una copertura ipocrita.

Trump può inventarsi a piacimento nuovi club di governo mondiale (come i “Core Five”) o locale (come il “Board of Peace” sulla Palestina), i cui membri non condividono la fede in un sistema politico, bensì la mera capacità di ostentare potenza e di garantire profitto alle rispettive cerchie oligarchiche.
E può farlo perché in fondo molti americani hanno ormai introiettato l’idea che i sistemi politici siano indifferenti e tutti egualmente oppressivi.

Il cinismo europeo

In Europa questo fenomeno non ha ancora trovato un’incarnazione personale megalomane come Trump. Tuttavia, da anni sta sottilmente distorcendo il nostro giudizio sulle crisi internazionali e sul ruolo che in esse dovremmo giocare.
In breve, ci siamo talmente convinti che la libertà sia solo una farsa che non riconosciamo più una lotta per la libertà nemmeno quando ce l’abbiamo davanti agli occhi. E, anche quando la riconosciamo, riteniamo comunque un sacrilegio immischiarci in essa.

Proprio alle porte dell’Unione Europea, ne stanno facendo le spese gli ucraini.
“Impossibile”, ci siamo ripetuti dal 2014, “che questi ucraini stiano davvero combattendo e morendo per avere la libertà invece della tirannia. Ci deve essere un malinteso. Sarà un conflitto etnico, un regolamento di conti interno tra slavi, il solito scontro per un territorio conteso tra gruppi linguistici, un complotto della CIA”.

Anche quando le violenze commesse dai russi nei territori occupati ci hanno dato un’idea più chiara del perché gli ucraini si stessero difendendo, siamo comunque rimasti refrattari ad ogni ipotesi, anche remota, di intervento diretto. Non abbiamo chiuso i cieli con la nostra aviazione, non abbiamo inviato truppe a proteggere le città lontane dal fronte, non abbiamo sequestrato le petroliere della “flotta fantasma” russa, non abbiamo fornito missili capaci di impensierire le basi russe. Per gli ucraini siamo stati solo banchieri, non alleati.

Del resto non c’era da aspettarsi niente di diverso in una società post-Iraq, dove il principio di non-ingerenza negli affari degli altri paesi ha smesso di essere un principio fra i tanti e si è sopraelevato al livello di principio assoluto che annulla da solo tutti gli altri.

La tragedia dell’Iran ce l’ha ricordato.

Valori sbilanciati

“Impossibile che queste iraniane stiano davvero protestando e morendo per non mettersi più un velo”, ci siamo detti ai tempi di Mahsa Amini. “Deve esserci un malinteso”.
Poi si sono aggiunte le proteste perché la moneta non valeva più nulla, perché a Teheran mancava l’acqua potabile, contro la corruzione dei pasdaran, contro la scelta suicida di attaccare Israele.
Per le strade si gridava “Viva il Re” e si implorava apertamente l’intervento dall’estero.
Il regime ha risposto assassinando in pochi giorni 30.000 persone.

Su un piatto della bilancia, dunque, c’erano tutti i princìpi del vecchio Occidente: laicità, democrazia, trasparenza, lotta alla povertà, parità dei sessi, diritto alla vita, umanità delle pene, autodeterminazione dei popoli.
Sull’altro piatto c’era, isolato, il dogma della non-ingerenza.

E il dogma della non-ingerenza ha vinto.

Se gli iraniani verranno aiutati contro i loro aguzzini, sarà per mano della cricca di affaristi di Trump, con il disinteresse sprezzante verso la transizione alla democrazia che quella cricca ha già mostrato in Venezuela.
Sembra di vedere un film già scritto: Trump interverrà, l’opinione pubblica americana non si entusiasmerà e quella europea griderà allo scandalo, come ha gridato allo scandalo dopo il bombardamento dei siti di arricchimento dell’uranio nel 2025.
Scandalizzarsi perché una teocrazia imperialista non ha potuto fabbricarsi le bombe nucleari: ecco a che cosa si è ridotto l’Occidente, che un tempo parlava di diritti, disarmo e non-proliferazione atomica.

Ma quel tempo è finito.
È finito quando la sfiducia nelle libertà democratiche e nella loro reale desiderabilità fuori dall’Occidente è diventata per noi una seconda pelle, un dato di fatto e un indicatore di buonsenso comune.

È finito nel 2003, quando è caduta la statua di Saddam. Che cadendo, anche se ancora non lo sapevamo, ha fatto molto più rumore del muro di Berlino.