Il Cile ha scelto: Josè Antonio Kast sarà il nuovo presidente

Guido Gargiulo
26/12/2025
Frontiere

Il Cile ha voltato pagina senza strappi, senza rumore, con una partecipazione ampia ed un risultato netto. In un contesto come l’America latina, segnato da disordini in passato nelle varie elezioni presidenziali, Santiago ha offerto un’immagine diversa: urne rispettate, avversari che si riconoscono, istituzioni che tengono.
La vittoria di José Antonio Kast su Jeannette Jara non è un cambio di colore politico, ma il segnale di una fase nuova, carica di interrogativi, ma anche di aspettative.

L’ascesa di Kast

Con la vittoria al secondo turno, José Antonio Kast diventa il presidente più conservatore del Cile dal ritorno alla democrazia (1988).
Avvocato, leader del Partido Republicano, Kast arriva a La Moneda dopo un percorso lungo e controverso, segnato da tre candidature presidenziali e da una progressiva trasformazione del suo profilo pubblico: da figura percepita come marginale e radicale a punto di riferimento di un’area politica che ha saputo capitalizzare paure diffuse, stanchezza sociale e domanda di ordine.

Il risultato finale è stato netto: circa il 58% dei voti per Kast, contro poco più del 41% per Jeannette Jara, candidata del Partito Comunista. Un distacco ampio, che ha smentito molte letture emerse nei giorni precedenti alle elezioni e che ha chiuso senza grosse ambiguità la contesa elettorale.

Dal primo turno al ballottaggio, tanti colpi di scena

Al primo turno, il panorama era apparso molto più incerto. Kast era arrivato secondo, alle spalle di Jeannette Jara, che aveva raccolto il consenso dell’area progressista in difficoltà dopo gli anni di governo di Gabriel Boric.
A sorprendere, tuttavia, era stata soprattutto la performance di Franco Parisi, outsider atipico, economista, figura antisistema e candidato capace di intercettare voti trasversali, in particolare tra gli elettori più disillusi.

Parisi aveva ottenuto una percentuale significativa, pari al 19,8%, diventando l’ago della bilancia di queste elezioni. Dopo il voto, infatti, la sua presenza mediatica è cresciuta: ospite frequente di MegaNoticias, il notiziario cileno di punta, ha analizzato il clima politico, parlando inizialmente di un possibile, leggero vantaggio di Jara su Kast. Lettura che il ballottaggio ha poi smentito con forza.

Nel passaggio tra primo e secondo turno, Kast ha saputo compattare l’elettorato conservatore e quello liberale, raccogliendo i consensi degli altri candidati di destra come Kaiser (quest’ultimo molto seguito e amato sui social, soprattutto su X e Tiktok) e presentandosi come argine ad un ritorno della sinistra più ideologica.

Jara, al contrario, non è riuscita ad ampliare sufficientemente la sua base oltre il campo progressista.

Chi è Kast e cosa ha promesso al Cile

Kast incarna un progetto politico tanto divisivo quanto chiaro.
Sul piano economico propone una linea liberista, con un forte ridimensionamento della spesa pubblica, incentivi all’iniziativa privata e una riduzione del perimetro dello Stato: un tema vicino soprattutto al Presidente argentino, Javier Milei.
Sul piano sociale, invece, difende posizioni ultraconservatrici: è contrario all’aborto, al matrimonio egualitario e ha più volte messo in discussione l’esistenza di ministeri dedicati alle politiche di genere.

Il cuore della sua campagna, tuttavia, è stato un altro: sicurezza e immigrazione.
Kast ha promesso tolleranza zero contro il crimine, ispirandosi apertamente al modello di Nayib Bukele in El Salvador. Ha fatto dell’espulsione degli immigrati irregolari — in particolare venezuelani — uno dei pilastri del suo programma, intercettando un sentimento crescente di insicurezza, soprattutto nelle periferie urbane.
Non è un caso che Kast, nel corso della sua campagna elettorale, abbia tenuto importanti incontri con il ministro della giustizia di El Salvador per discutere di importanti temi legati alla sicurezza nel paese.

Nonostante una retorica dura, tuttavia, Kast ha mostrato negli ultimi anni una maggiore attenzione alla forma istituzionale, evitando toni apertamente nostalgici e pinochetisti, presentandosi come garante di stabilità.

Jeannette Jara: una sconfitta che pesa sulla sinistra cilena

La candidata comunista Jeannette Jara esce sconfitta, ma non delegittimata. Il suo risultato rappresenta il peggior esito per il campo progressista dalla fine della dittatura, e certifica una fase di difficoltà profonda per la sinistra cilena, incapace di dare risposte convincenti su sicurezza, crescita e gestione dell’immigrazione.

Nel discorso post-elettorale, Jara ha riconosciuto la vittoria dell’avversario, sottolineando il valore del voto popolare e augurando a Kast di governare nel rispetto della democrazia. Un gesto che ha contribuito a mantenere un clima disteso e ha rafforzato l’immagine di maturità istituzionale del Paese.

Un esercizio di democrazia riconosciuto nella regione

Le elezioni cilene si sono svolte in un clima di ordine, trasparenza e partecipazione, anche grazie all’introduzione del voto obbligatorio. L’affluenza è stata alta e il risultato ampiamente riconosciuto.

Numerosi leader sudamericani si sono congratulati con il Cile per il processo elettorale: Javier Milei dall’Argentina, Santiago Peña dal Paraguay, rappresentanti del governo boliviano e altri presidenti della regione hanno parlato di un esempio di democrazia funzionante, indipendentemente dall’orientamento del vincitore.

Particolarmente significativo è stato il gesto del presidente uscente Gabriel Boric, che ha telefonato a Kast per congratularsi e garantire un passaggio di consegne ordinato. Un’immagine potente, in un continente dove le transizioni pacifiche non sono sempre scontate (vedasi Venezuela e Nicaragua).

Il Cile che verrà

La vittoria di Kast apre una fase delicata. Il nuovo presidente non disporrà di una maggioranza parlamentare automatica e dovrà muoversi in un Congresso frammentato, dove ogni riforma richiederà negoziazione e compromesso.
La promessa di ordine, sicurezza e rigore dovrà confrontarsi non solo con vincoli istituzionali, ma anche con una memoria storica ancora viva, che continua a pesare sul dibattito pubblico cileno.

Non è un caso che una parte consistente dell’elettorato di Jeannette Jara abbia vissuto la vittoria di Kast con inquietudine. I cronisti cileni e internazionali hanno più volte richiamato il profilo biografico del nuovo presidente: Kast è stato l’unico tra i candidati ad aver votato a favore del proseguimento della dittatura nel referendum del 1988, e la sua storia familiare — con un padre emigrato dalla Germania e in passato iscritto al partito nazista — è tornata ciclicamente al centro del dibattito.
Elementi che, pur non determinando da soli il voto, hanno alimentato il timore di una normalizzazione di un discorso indulgente verso l’eredità pinochetista, soprattutto tra i settori più giovani e progressisti della società.

In ogni caso, il dato politico che emerge dalle urne è più complesso. Una parte ampia del Paese ha chiesto un cambio di rotta non tanto per nostalgia del passato, quanto come risposta a inquietudini molto concrete: criminalità percepita come fuori controllo, immigrazione irregolare, stagnazione economica e sfiducia verso una classe dirigente incapace di offrire soluzioni rapide. In tal senso, Kast ha intercettato una domanda di protezione più che un desiderio di restaurazione.

Il Cile entra così in una nuova stagione, non priva di tensioni, semmai, ma sostenuta da un capitale fondamentale: una democrazia che ha dimostrato di saper reggere l’urto del cambiamento, garantendo un passaggio di potere ordinato e rispettoso. Resta ora da vedere se Kast saprà governare un Paese che lo ha eletto, ma che rimane profondamente plurale e vigile.

E, a margine, resta l’immagine quasi simbolica di Franco Parisi, grande protagonista del primo turno e poi commentatore instancabile del dopo-voto: mentre il Cile sceglieva una direzione netta, lui continuava a decifrarne le contraddizioni in studio televisivo. Forse anche quest’ultimo episodio è un segno di stabilità democratica nel paese.