Nel Mediterraneo vince chi si muove. Cioè la Turchia. Mentre l’Italia è ferma

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Donatello D'Andrea
23/10/2026
Frontiere

Il 20 ottobre 2026 il Parlamento di Bengasi, uno dei due che si contendono la Libia, ha approvato all’unanimità il memorandum marittimo firmato nel novembre 2019 tra la Turchia e l’allora governo di accordo nazionale di Tripoli.
È lo stesso Parlamento che nel 2020 aveva respinto quell’accordo all’unanimità e aveva interrotto le relazioni politiche con Ankara.
È lo stesso Parlamento legato al maresciallo Khalifa Haftar, che la Turchia combatteva militarmente fino a pochi anni fa sostenendo le forze rivali di Tripoli.

In un voto solo, Bengasi ha fatto tre cose insieme: ha ratificato un accordo marittimo che ridisegna le zone economiche esclusive del Mediterraneo orientale, ha sepolto sette anni di ostilità con Ankara, e ha dimostrato che la Turchia è riuscita a trasformare un memorandum controverso e contestato in uno strumento di influenza riconosciuto da entrambe le Libie.

La Turchia ha accolto con favore il voto.

Grecia e Unione Europea lo hanno dichiarato nullo.

L’Italia non ha ancora detto niente di rilevante.

Questo silenzio è il problema.

Un accordo, cinque partite aperte


Il memorandum marittimo del 2019 non è solo una questione di confini. È una leva geopolitica che Ankara usa contemporaneamente su cinque tavoli diversi, e su ognuno di questi tavoli ci sono interessi italiani precisi.

Il primo è quello libico. Saddam Haftar, figlio del maresciallo e figura in ascesa nell’apparato della Cirenaica, ha incontrato di recente il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan.
Quella che fino a ieri era un’impossibilità politica, la Turchia che parla con entrambe le Libie, è oggi una realtà. Ankara ha costruito ponti dove prima c’erano trincee, senza che nessuno degli altri attori regionali riuscisse a impedirlo.
Per l’Italia, che ha interessi energetici enormi in Libia attraverso Eni e che considera Tripoli un pilastro della propria sicurezza energetica, questo significa che il principale interlocutore libico ha ora un ulteriore canale con un competitor diretto.

Il secondo tavolo è quello energetico. Il memorandum definisce zone economiche esclusive che si sovrappongono alle aree dove operano Eni, Chevron e altri operatori europei. Le concessioni esplorative di Chevron a sud di Creta, che dovrebbero portare gas in Europa, si trovano esattamente nelle aree contese. Se partono attività di esplorazione in quelle zone, il rischio di tensioni con Ankara diventa concreto.
Eni lo sa da anni: la Turchia ha già bloccato le esplorazioni italiane a Cipro in passato, incurante delle licenze affidate ad altri.

Il terzo tavolo è quello egiziano. Il Cairo considerava la Cirenaica una delle proprie aree di influenza privilegiate. Il voto di Bengasi dimostra che la Libia orientale è disposta a muoversi anche contro gli interessi egiziani quando lo ritiene conveniente.
Per l’Italia, che ha costruito parte della propria strategia mediterranea sull’asse con il Cairo, questo riposizionamento della Cirenaica è un segnale che richiede una lettura attenta.

Il quarto tavolo è quello greco. La Grecia ha già dichiarato il voto “privo di base giuridica” e ha comunicato agli alleati che adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare i propri diritti sovrani. La frattura tra Ankara e Atene nel Mediterraneo orientale si approfondisce, e l’Italia si trova geograficamente e strategicamente in mezzo a questa frattura, con interessi che si sovrappongono a quelli di entrambe le parti.

Il quinto tavolo è quello delle infrastrutture digitali.
Nella regione passano cavi strategici come BlueMed di Sparkle, infrastrutture di connettività che hanno una rilevanza non solo economica ma di sicurezza nazionale.
Ogni ridefinizione degli equilibri marittimi nella regione ha conseguenze sulla protezione di queste infrastrutture.

L’avversario che preferiamo non nominare


La Turchia è membro NATO. È un partner commerciale rilevante. È l’interlocutore necessario per la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo.
Tutto questo è vero, e spiega perché Roma fatica a nominare Ankara come quello che è: il principale competitor strategico dell’Italia nel Mediterraneo.

La Francia è un competitor economico, con cui esistono sia divergenze che alleanze.
La Turchia è qualcosa di strutturalmente diverso: un attore che usa la propria posizione nell’Alleanza Atlantica come scudo mentre persegue obiettivi che confliggono direttamente con gli interessi italiani nel Mediterraneo centrale e orientale.

«Il nemico è turco, non francese»: questa tesi, sostenuta da chi studia la geopolitica mediterranea con attenzione, descrive una realtà che il dibattito pubblico italiano preferisce ignorare.

La dottrina della “Patria Blu”, il concetto che guida la politica marittima turca e che rivendica giurisdizione su vaste aree del Mediterraneo, dell’Egeo e del Mar Nero, è ormai accademia.

Si tratta di una strategia operativa che si traduce in accordi marittimi, presenza militare diretta, trivellazioni nelle acque contese, costruzione di basi e proiezione di influenza diplomatica.
In Libia, in Siria, nel Corno d’Africa, nel Caucaso: la Turchia si muove con una coerenza strategica che l’Italia fatica persino a leggere, figurarsi a contrastare.

L’analisi dell’ISPI ha notato che potrebbe profilarsi un meccanismo trilaterale tra Turchia, Italia e Libia che includa sicurezza energetica e giurisdizione marittima. Se questa ipotesi si materializzasse, l’Italia si troverebbe in un ruolo di mediazione strutturale con un attore che ha sistematicamente usato ogni accordo come leva per espandere la propria influenza.

Mediare con chi ti sta superando è gestione del declino, non politica estera.

Il nodo che nessuno vuole sciogliere


L’interdipendenza economica tra Italia e Turchia è il vero motivo per cui Roma fatica a nominare Ankara come quello che è.
Nel 2024 l’interscambio commerciale tra i due paesi era di circa 30 miliardi di euro, con un accordo firmato durante la visita di Erdogan a Roma nell’aprile 2025 per portarlo a 40 miliardi.
L’export italiano verso la Turchia nel 2025 ha raggiunto 13,7 miliardi di euro, con macchinari, mezzi di trasporto, metalli e prodotti chimici come voci principali. L’Italia è il primo partner commerciale della Turchia nel Mediterraneo e il secondo in Europa dopo la Germania.

A questo si aggiunge una dimensione ancora più delicata: quella della cooperazione industriale nella difesa.
Durante la stessa visita di Erdogan a Roma, Leonardo e Baykar Technologies, il principale produttore turco di droni militari, hanno firmato un accordo per la creazione di una joint venture dedicata alla progettazione, sviluppo e produzione di sistemi aerei senza pilota.

La joint venture avrà sede in Italia e utilizzerà tecnologie di entrambe le aziende.
Non è un accordo marginale: è una partnership tra la principale azienda pubblica italiana della difesa e il produttore dei droni Bayraktar, gli stessi droni che la Turchia ha impiegato in Libia per sostenere le forze di Tripoli contro Haftar, e che Ankara usa come leva di influenza militare nel Mediterraneo.

Il paradosso è presto detto. L’Italia stringe accordi di co-produzione militare con la Turchia nello stesso momento in cui la Turchia usa quella capacità militare per espandere la propria influenza in Libia, in aree dove gli interessi italiani sono direttamente coinvolti.

La Turchia compare stabilmente tra i destinatari dell’export militare italiano, che nel 2025 ha raggiunto il record di 9,1 miliardi di euro di autorizzazioni. Si sta costruendo, in sostanza, un competitor nel proprio cortile strategico, con tecnologie italiane e risorse italiane, mentre quel competitor ridisegna gli equilibri del Mediterraneo a svantaggio dell’Italia.

Questa non è una critica alle scelte commerciali in sé, sia chiaro: l’interdipendenza economica è uno strumento di influenza, non solo un vincolo.

Il problema è che l’Italia usa quell’interdipendenza come strumento di avvicinamento diplomatico, mentre la Turchia la usa come copertura per procedere con la propria espansione strategica. Il commercio bilaterale cresce, la cooperazione nella difesa si consolida, e Bengasi ratifica il memorandum marittimo. I due piani procedono in parallelo, senza che Roma sembri avere una strategia per farli convergere a proprio vantaggio.

Il peso che non diventa influenza


Il paradosso italiano nel Mediterraneo è preciso e documentato. Italia, Francia e Grecia assorbono insieme il 41% dell’export libico, contro appena lo 0,01% della Turchia. Il peso economico europeo, e italiano in particolare, è incomparabilmente superiore a quello turco. Ankara ottiene ratifiche, costruisce ponti, trasforma accordi controversi in fatti compiuti.

La ragione di questa asimmetria non è misteriosa. L’Italia ha scelto negli anni di usare l’interdipendenza economica con la Turchia come strumento di avvicinamento diplomatico, nella convinzione che legare Ankara agli interessi italiani attraverso il commercio e la cooperazione industriale producesse stabilità e influenza.

La logica non è sbagliata in astratto. Il problema è che funziona solo se entrambi gli attori la usano con la stessa finalità.

L’Italia usa strumenti soft: il settore energetico, gli investimenti, la diplomazia economica. Questo approccio ha prodotto risultati nel tempo. Un attore che usa anche strumenti duri, presenza militare diretta, accordi marittimi imposti, trivellazioni nelle acque contese, non si contrasta con i soli strumenti soft.

Il Piano Mattei va nella direzione giusta quando punta a fare dell’Italia un hub energetico tra Europa e Africa. Un hub ha bisogno, però, di un perimetro difeso, e il perimetro del Mediterraneo centrale si sta restringendo.

Quello che il voto di Bengasi chiarisce


Il voto di Bengasi non è una semplice sconfitta per l’Italia. È qualcosa di più sottile e più preoccupante: la dimostrazione che la Turchia riesce a muoversi in modo coerente e strategico in uno spazio che l’Italia considera storicamente proprio, ottenendo risultati che sembravano impossibili fino a pochi anni fa, senza che Roma riesca a produrre una risposta altrettanto coerente.

L’Italia ha costruito con la Turchia un’interdipendenza così profonda, commerciale, industriale, diplomatica, da rendersi strutturalmente difficile contrastarne l’espansione.

Non è una trappola in cui è caduta: è una scelta, fatta con una logica precisa, che produce però un effetto collaterale preciso.

Chi non può nominare il proprio competitor non può nemmeno costruire una strategia per contenerlo. E chi non costruisce una strategia per contenerlo si ritrova, voto dopo voto, accordo dopo accordo, a registrare il proprio arretramento come se fosse inevitabile.

La Libia non è persa. Ma si sta allontanando.

Il Mediterraneo non aspetta chi è fermo. E l’Italia, in questo momento, non è solo ferma: ha anche costruito ottimi motivi per non muoversi.