Generation Europe: una generazione per l’Europa federale. Intervista a Kliton Aleksander

Giovane avvolto nella bandiera dell’Unione europea osserva il Parlamento europeo, con una mappa dell’Europa sullo sfondo e il logo Generation Europe.
Luca Cadonici
13/10/2026
Frontiere

Kliton Aleksander è un giovane imprenditore, Vicepresidente della Sezione Terziario Superiore dell’Unione Industriali di Savona (Confindustria Savona) e fondatore di Generation Europe, un movimento di giovani europei che promuove la nascita di un’Europa federale e sovrana.

Una visione che mette insieme il futuro delle nuove generazioni e quello del mondo imprenditoriale, partendo dalle opportunità, ma anche dai limiti, di un’Europa ancora divisa in molti sistemi nazionali. Lo abbiamo intervistato per parlare del progetto Generation Europe, delle sfide geopolitiche che attendono il continente e della sua idea di Europa.

Kliton, partiamo da te. Puoi presentarti e raccontarci brevemente il tuo percorso?

Sono un giovane imprenditore di Savona. Ho una formazione economica, mi occupo di consulenza societaria e in passato ho avuto esperienze nel mondo dell’alta finanza. Ho anche una grande passione per l’innovazione e le startup tecnologiche, un mondo al quale mi sono avvicinato già durante gli anni universitari.

In realtà, credo che siano state proprio queste esperienze, e soprattutto il fare impresa, a portarmi progressivamente verso la geopolitica. Quando lavori a stretto contatto con le aziende, ti rendi conto abbastanza in fretta che il talento e le capacità individuali, da soli, non bastano. Contano moltissimo l’accesso al capitale, il costo dell’energia, le infrastrutture, la tecnologia, le competenze. E conta soprattutto il contesto geopolitico nel quale tutto questo si inserisce.

Da qui ho iniziato a farmi una domanda che, col tempo, è diventata centrale nel mio modo di vedere l’Europa: com’è possibile che un continente che dispone di capitali, industrie, università, ricerca e di uno dei mercati più grandi del mondo faccia così tanta fatica a trasformare queste risorse in un peso economico, tecnologico e geopolitico all’altezza delle proprie dimensioni?

È anche da questa domanda che è nato Generation Europe.

Partiamo da Generation Europe. Che cos’è il movimento, qual è l’idea da cui nasce, quante persone ne fanno parte oggi e da chi è composto?

Generation Europe è un movimento di giovani europei nato con un obiettivo molto preciso: trasformare un’identità europea già presente nella nostra generazione in una comunità politica organizzata, capace di sostenere e legittimare la nascita di una federazione europea sovrana.

Partiamo dall’idea che oltre settant’anni di integrazione abbiano creato le basi sociali e culturali di una comunità europea. Il problema è che questa integrazione, per quanto profonda, non si è ancora tradotta in una vera coscienza politica collettiva. Ed è proprio su questo passaggio che vogliamo lavorare.

Non siamo un partito, perché non vogliamo competere per governare, né avere una posizione su ogni singola questione politica. Ma non siamo nemmeno un think tank. L’analisi per noi è importante, ci serve per capire i problemi e individuare le possibili soluzioni, ma il nostro obiettivo non è fermarci alle idee. Vogliamo organizzare persone attorno a un progetto politico comune.

La nostra convinzione è che una federazione europea non possa nascere semplicemente da una modifica dei trattati o da un accordo tra governi. Un nuovo ordinamento politico, per essere davvero legittimo e durare nel tempo, ha bisogno di cittadini che lo riconoscano come proprio e siano disposti a sostenerlo. Per questo ci definiamo l’incubatore del demos europeo emergente.

Oggi abbiamo una presenza digitale che supera i 60.000 follower complessivi e abbiamo generato oltre 50 milioni di visualizzazioni in tutta Europa. Ma, per quanto questi numeri siano importanti, il vero cuore del progetto è l’associazione. È attraverso questa che vogliamo trasformare l’interesse che raccogliamo online in partecipazione civica e politica concreta.

Ne fanno parte imprenditori, professionisti, manager, ingegneri, ricercatori, scienziati, artigiani e artisti, uniti non dall’appartenenza a una determinata categoria professionale o classe sociale, ma da una comune diagnosi del problema europeo e dalla volontà di contribuire, insieme, alla costruzione di una soluzione politica concreta.

Kliton Aleksander – fondatore di Generation Europe

Quando nasce Generation Europe e che cosa vi ha spinto a trasformare questa idea in un movimento? E come lo state costruendo?

L’idea ha iniziato a prendere forma verso la fine del 2024. Poi, nel febbraio 2025, abbiamo deciso di lanciare pubblicamente il progetto, inizialmente quasi come un esperimento. Volevamo capire se un messaggio federalista chiaro, espresso senza troppi giri di parole, potesse davvero suscitare interesse tra i giovani europei.

La risposta è arrivata molto rapidamente. Dopo circa un mese avevamo già superato i due milioni di visualizzazioni e raggiunto una decina di migliaia di follower, senza aver investito nulla in pubblicità. Per noi è stato un primo segnale importante: evidentemente avevamo intercettato un interesse che forse non trovava ancora una rappresentanza adeguata.

Da lì abbiamo passato circa un anno a consolidare la presenza digitale, migliorare il lavoro sui contenuti e costruire il team. Solo in un secondo momento abbiamo deciso di fare il passaggio dall’audience all’organizzazione vera e propria.

Il 18 giugno 2026 abbiamo costituito formalmente Generation Europe Italia come associazione e, dalla fine di agosto, abbiamo iniziato ad accogliere i primi soci.

Oggi lavoriamo quindi su due fronti. Da una parte c’è il digitale, che ci permette di raggiungere giovani sparsi in tutto il continente e parlare direttamente con loro. Dall’altra c’è l’associazione, che ci permette di mettere radici, creare relazioni, incontrarci, assumere responsabilità e iniziare a costruire una presenza concreta sui territori.

Dall’Unione Europea a un’Europa federale

Perché ritenete che l’attuale modello dell’Unione Europea non sia più sufficiente per affrontare le sfide di oggi?

Perché secondo noi il problema europeo va molto oltre le singole politiche. È soprattutto un problema di struttura. L’Europa ha buona parte delle risorse economiche, industriali, tecnologiche e demografiche di una grande potenza, ma non ha un’autorità politica unitaria in grado di utilizzarle in maniera strategica.

Per capire come mai questa situazione sia stata sostenibile così a lungo, credo sia utile guardare al realismo politico e alla teoria dei giochi, e in particolare al dilemma della sicurezza. Il ragionamento è abbastanza semplice. Nel sistema internazionale non esiste un’autorità superiore agli Stati che possa garantirne la sicurezza; quindi, ognuno deve preoccuparsi della propria sopravvivenza. E anche quando cooperare converrebbe a tutti, il rafforzamento di uno Stato può essere visto dagli altri come una minaccia: si finisce così per armarsi, per diffidare, per guardare con sospetto ai vantaggi altrui. È una dinamica che per secoli ha condizionato i rapporti tra le potenze europee.

Dopo la Seconda guerra mondiale, però, è successo qualcosa che ha cambiato profondamente questo equilibrio: gli Stati Uniti sono intervenuti dall’esterno, modificando gli incentivi del gioco. Con la loro presenza militare sono diventati il principale garante della sicurezza dell’Europa occidentale e, grazie alla loro netta superiorità, un’eventuale aggressione tra alleati europei è diventata molto più rischiosa e meno conveniente. Francia e Germania non hanno quindi semplicemente deciso, da un giorno all’altro, di fidarsi l’una dell’altra: è cambiato il contesto strategico nel quale prendevano le loro decisioni.

La presenza americana ha contribuito a ridurre gli incentivi alla competizione militare, permettendo agli europei di concentrarsi sull’integrazione economica e istituzionale senza dover risolvere da soli il problema della sicurezza. In questo senso, la Pax Americana ha consentito all’Europa di integrarsi senza avere la necessità immediata di unificarsi anche politicamente.

Oggi, però, questo equilibrio sta cambiando. L’ascesa della Cina, il ritorno della competizione tra grandi potenze e lo spostamento delle priorità americane verso l’Indo-Pacifico rendono sempre meno scontato che gli Stati Uniti continuino a garantire la sicurezza europea nelle forme a cui siamo abituati. E qui c’è un rischio che viene spesso sottovalutato: se la garanzia americana si indebolisse, non è affatto detto che gli europei reagirebbero unendosi. Potrebbe accadere esattamente il contrario.

Se ogni Stato dovesse tornare a occuparsi principalmente della propria difesa, tornerebbero anche gli incentivi a riarmarsi e a preoccuparsi degli equilibri militari con i propri vicini. Non sto dicendo che torneremmo a farci la guerra, ma che potrebbero riemergere logiche di competizione che la garanzia americana aveva contribuito ad attenuare.

Di fronte a questo scenario vedo sostanzialmente tre possibilità: continuare a dipendere da un garante esterno, tornare a una sicurezza organizzata prevalentemente su base nazionale, oppure rendere interna al sistema europeo la funzione di garanzia attraverso una federazione politica. Ed è quest’ultima la strada che riteniamo più convincente.

Una maggiore cooperazione tra governi, o anche una confederazione, certamente aiuterebbe, ma il problema di fondo rimarrebbe: se la sicurezza dipende dalle decisioni dei singoli Stati, ciascuno deve comunque chiedersi se gli altri interverranno davvero in sua difesa quando servirà. Una federazione cambierebbe invece strutturalmente questo problema, perché la sicurezza diventerebbe una responsabilità di un’autorità politica comune, con una propria legittimità, un bilancio e strumenti militari adeguati.

In sintesi, se la garanzia americana ha contribuito a rendere possibile l’integrazione europea modificando dall’esterno gli incentivi degli Stati, la federazione potrebbe internalizzare quella stessa funzione di garanzia, rendendola una responsabilità permanente dell’ordinamento politico europeo.

Quindi, nella vostra visione, la federazione è una risposta a un problema di potere?

Sì, esattamente.

Dal punto di vista del realismo politico, la sovranità non si può guardare soltanto sulla carta. Uno Stato può anche mantenere formalmente tutti i propri poteri, ma se per la propria sicurezza, per l’energia o per tecnologie fondamentali dipende dalle decisioni di altri, la sua libertà di scelta è comunque limitata.

E secondo noi è proprio questa la contraddizione dell’Europa di oggi. I singoli Stati cercano di conservare la propria autonomia, ma così facendo finiscono spesso per avere, tutti insieme, molto meno potere di quanto potrebbero.

Una federazione permetterebbe di affrontare questa contraddizione, mettendo in comune alcune funzioni fondamentali e dando finalmente una direzione politica a risorse che oggi sono divise tra tanti Stati.

Per questo, quando parliamo di federalismo, non intendiamo semplicemente avere «più Europa». Parliamo di cambiare strutturalmente il modo in cui la sovranità è organizzata, per trasformare il potenziale europeo in una reale capacità di agire e decidere autonomamente, quella che noi chiamiamo agency.

Da dove bisognerebbe cominciare? Quali competenze dovrebbero essere trasferite per prime a livello europeo: difesa, politica estera, energia, tecnologia, fiscalità?

Non credo che la questione principale sia decidere quale competenza trasferire per prima. Il punto, secondo me, è capire quali funzioni debbano necessariamente stare insieme perché una federazione possa funzionare davvero.

Se trasferiamo singole competenze senza un disegno complessivo, rischiamo di ritrovarci con responsabilità comuni, ma con le decisioni e le risorse che rimangono nazionali. E a quel punto non abbiamo risolto il problema della competizione tra Stati: lo abbiamo semplicemente spostato dentro le istituzioni europee.

Detto questo, partirei sicuramente dalla sicurezza, almeno sul piano concettuale, perché è la funzione più elementare della sovranità. Ma non puoi avere una vera difesa comune senza una politica estera comune, senza un bilancio che la finanzi e senza una base industriale e tecnologica capace di sostenerla. Sono funzioni interdipendenti.

Per questo pensiamo che la federazione debba nascere da un trasferimento organico delle competenze strategiche, e non semplicemente aggiungendo, una dopo l’altra, nuove competenze a Bruxelles.

Naturalmente il percorso potrebbe anche essere graduale. Ma bisogna distinguere la gradualità della transizione dalla natura dell’obiettivo: le tappe intermedie devono contribuire alla costruzione di un’autorità politica effettiva, anziché consolidare un sistema nel quale responsabilità, potere decisionale e risorse continuano a essere distribuiti tra livelli di governo incapaci di agire autonomamente.

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Ventisette Stati con storie, interessi e sensibilità politiche differenti: quale potrebbe essere concretamente la chiave per arrivare a un’Europa federale?

La verità è che non credo si possa sapere oggi quale sarà il percorso concreto che porterà, eventualmente, a una federazione europea. E sarei anche abbastanza diffidente verso chi sostiene di poterlo prevedere.

Le grandi trasformazioni politiche raramente avvengono seguendo un piano preciso. Di solito maturano nel tempo e poi, a un certo punto, una crisi o un cambiamento negli equilibri esistenti può accelerare tutto.

Possiamo immaginare diversi scenari, certamente. Ma credo che concentrarsi soltanto su questi rischi di farci perdere di vista la questione più importante: quella della legittimità.

Una federazione non sarebbe semplicemente l’Unione Europea con qualche competenza in più. Sarebbe un nuovo ordinamento politico, con poteri molto più importanti sulla vita dei cittadini. E una trasformazione di questa portata non può basarsi soltanto su un accordo tra governi. Deve esserci una comunità di cittadini che la riconosca, la voglia e sia disposta a sostenerla.

È proprio questo, secondo noi, il pezzo che ancora manca. L’Europa ha già istituzioni comuni, un proprio ordinamento giuridico e un mercato integrato. Quello che non ha ancora, almeno non in misura sufficiente, è una comunità politica continentale organizzata, capace di sostenere un vero passaggio costituente.

Ed è qui che entra in gioco Generation Europe. Il nostro lavoro è contribuire a costruire quella comunità.

Non sappiamo quale evento potrà aprire una finestra costituente. Ma sappiamo che, se un giorno dovesse presentarsi, serviranno persone già organizzate, consapevoli e pronte a sostenerla. È per questo che cerchiamo di costruire oggi le condizioni che potrebbero rendere possibile quella scelta domani.

C’è chi teme che costruire uno Stato europeo significhi perdere o cancellare le identità nazionali. Cosa rispondi a questa critica?

Credo che alla base di questa paura ci sia l’idea che unificarsi politicamente significhi per forza diventare tutti culturalmente uguali. Ma secondo me il ragionamento può essere fatto anche al contrario: una federazione europea potrebbe essere proprio lo strumento che ci permette di proteggere meglio le nostre diversità culturali.

Se guardiamo la questione da una prospettiva realista, il potere non è soltanto militare o economico. È anche la capacità di influenzare la cultura, i valori e perfino il modo in cui le persone vedono il mondo. Pensiamo agli Stati Uniti. Dal cinema alla musica, dalle piattaforme digitali ai modelli di consumo, una parte enorme della nostra vita quotidiana è influenzata dalla cultura americana, spesso senza che ce ne accorgiamo. È quello che viene definito soft power.

Il paradosso è che gli Stati europei, proprio mentre cercano di difendere la propria identità attraverso la sovranità nazionale, rischiano di non avere, da soli, abbastanza forza per proteggerla dall’influenza delle grandi potenze esterne. Una federazione potrebbe darci strumenti economici, politici e tecnologici molto più forti per sostenere le nostre culture.

Questo non significa, naturalmente, che una federazione eliminerebbe qualsiasi rischio di omologazione. Anzi, sarebbe ingenuo pensarlo. Anche all’interno di uno Stato federale potrebbero esserci culture maggioritarie che, nel lungo periodo, finiscono per prevalere su quelle minoritarie.

La differenza, però, è che all’interno di una federazione democratica avremmo maggiori possibilità di affrontare questi problemi attraverso istituzioni comuni, invece di dipendere prevalentemente da rapporti di forza esterni sui quali abbiamo pochissimo controllo.

E poi c’è un principio fondamentale del federalismo, quello della sussidiarietà. Non tutto deve essere deciso a livello europeo, anzi. Alcune competenze, come la difesa, la politica estera, l’energia o le infrastrutture strategiche, hanno bisogno di una scala continentale. Moltissime altre però possono e devono rimanere alle comunità nazionali, regionali e locali.

Per noi il principio è molto semplice: federale dove è necessario, locale dove è possibile.

Una questione generazionale

Generation Europe nasce anche con una forte dimensione generazionale. Pensi che le nuove generazioni abbiano un rapporto diverso con l’identità nazionale e con quella europea, e che proprio questo possa rendere più realistico il passaggio verso un’Europa federale?

È la nostra scommessa principale.

Non pensiamo che oggi esista già un popolo europeo pienamente formato dal punto di vista politico. Crediamo però che oltre settant’anni di integrazione abbiano creato, soprattutto tra le nuove generazioni, delle basi sociali e culturali sulle quali una comunità politica europea potrebbe davvero nascere.

Per tantissimi giovani l’Europa non è più soltanto un insieme di istituzioni lontane. È qualcosa che vivono nella propria quotidianità. Si studia all’estero, si lavora in altri Paesi, si viaggia, si costruiscono amicizie, relazioni professionali e imprese attraversando confini che oggi hanno un significato molto diverso rispetto al passato.

Questo, naturalmente, non basta a creare una comunità politica. Condividere esperienze e opportunità non significa automaticamente sentirsi parte di uno stesso popolo, con interessi e responsabilità comuni.

Il passaggio che manca è proprio quello: trasformare questa integrazione sociale in una vera coscienza politica, capace di organizzarsi e di agire.

Ed è quello che vogliamo fare con Generation Europe. Non pensiamo di dover inventare un popolo europeo dall’alto. Vogliamo piuttosto provare a dare una forma politica a qualcosa che, secondo noi, sta già nascendo nella società.

Il futuro dell’Europa

Se dovessi indicare un solo passaggio politico capace di trasformare l’Unione di oggi nell’Europa che immaginate, quale sarebbe?

Direi un momento in cui diventa evidente che alcune funzioni fondamentali non possono più essere garantite efficacemente dagli Stati europei separatamente. La sicurezza è probabilmente la più importante, e una minaccia esistenziale potrebbe certamente accelerare questo processo, ma non sappiamo quale sarà la circostanza decisiva.

Guardando avanti di vent’anni, pensi che parleremo ancora di 27 Stati membri oppure di un vero Stato federale europeo?

Non penso affatto che la federazione sia inevitabile.

Anzi, se guardassi soltanto agli incentivi attuali, e mi basassi sul progressivo indebolimento della garanzia americana, direi che potremmo andare nella direzione opposta: più autonomia militare nazionale, più competizione tra Stati e forse anche maggiori tensioni interne all’Europa.

Non necessariamente perché qualcuno voglia arrivare a questo risultato. È semplicemente, come abbiamo visto in precedenza, una delle dinamiche che possono emergere quando viene meno una garanzia esterna che per decenni aveva contribuito a ridurre la competizione.

Però io non sono soltanto un osservatore della politica internazionale. Sono anche un imprenditore, e probabilmente questo è un mio bias che influenza un po’ il mio modo di ragionare. Sono infatti abituato a pensare che i vincoli contino moltissimo, ma che non decidano tutto.

Le persone, le idee, i gruppi organizzati e le leadership possono cambiare anche traiettorie che sembravano già definite.

La federazione non è scritta nella storia. Proprio per questo dobbiamo costruirla.

Se dovessi spiegare a un ragazzo di vent’anni perché vale la pena impegnarsi oggi per costruire gli Stati Uniti d’Europa, cosa gli diresti?

Gli direi che, prima di tutto, è una questione di libertà.

La nostra generazione è cresciuta considerando normali cose che, se guardiamo alla storia europea, normali non lo sono affatto. Poter studiare in un altro Paese, lavorare oltre confine, aprire un’impresa pensando a un mercato continentale, costruire relazioni senza percepire continuamente il peso delle frontiere.

Sono possibilità che oggi diamo quasi per scontate, ma che non sono garantite per sempre.

E poi c’è una domanda ancora più importante: chi deciderà le condizioni nelle quali vivremo nei prossimi venti o trent’anni?

Per me la sovranità, in fondo, significa proprio questo. Significa che una comunità ha la possibilità di decidere il proprio futuro, invece di farselo determinare dagli altri.

Una federazione europea non ci garantirebbe automaticamente decisioni migliori, maggiore prosperità o maggiore sicurezza. Nessuna istituzione può garantire queste cose. Ma potrebbe almeno darci gli strumenti per scegliere da soli.

E se abbiamo anche soltanto una possibilità concreta di costruire questa capacità, credo che provarci sia una responsabilità della nostra generazione.

Il punto di vista dell’imprenditore

Tu sei un giovane imprenditore. Quali sono, dal punto di vista di chi fa impresa, i principali limiti derivanti dalla frammentazione dell’Europa in 27 sistemi nazionali?

Potrei citare tutti i problemi che conosciamo già: sistemi fiscali e amministrativi diversi, normative differenti, mercati dei capitali frammentati, ostacoli che rendono ancora complicato crescere da un Paese europeo all’altro.

Sono tutti problemi reali, sia chiaro. Però penso che, se ci fermiamo a questi aspetti, rischiamo di non vedere quello che per me è il problema più importante.

Alle imprese europee non manca soltanto un vero mercato unico. Manca soprattutto un soggetto politico che abbia un interesse strategico diretto nel sostenerne lo sviluppo.

Nei settori più avanzati non bastano infatti buone imprese e capitali privati. Servono investimenti enormi, tempi lunghi, infrastrutture, domanda iniziale e la capacità di sostenere rischi il cui ritorno può arrivare dopo molti anni.

È qui che entra in gioco quello che noi chiamiamo Stato imprenditore: non uno Stato che sostituisce il mercato, ma uno Stato che considera alcune capacità industriali e tecnologiche parte della propria sicurezza e della propria autonomia.

Il vero svantaggio europeo nasce qui. Le nostre imprese competono con aziende che crescono dentro sistemi politici per i quali il successo industriale e tecnologico è anche una questione di potenza.

Questo è il tetto strutturale europeo: non la mancanza di talento o capacità imprenditoriale, ma l’assenza, alla scala necessaria, di un soggetto politico capace di assumersi il rischio e il lungo periodo quando il mercato da solo non può farlo.

Che cosa cambierebbe concretamente per le imprese europee se l’Europa fosse maggiormente integrata sul piano politico, economico e strategico?

Cambierebbe soprattutto il rapporto tra impresa, scala e lungo periodo.

Completare il mercato unico e integrare i mercati dei capitali sarebbe fondamentale, ma nei settori strategici non basta. Spazio, difesa, semiconduttori o intelligenza artificiale richiedono spesso investimenti enormi, rischi elevati e ritorni molto lontani nel tempo.

È in questi casi che il potere pubblico può creare domanda, finanziare infrastrutture e ricerca e sostenere capacità che nessun singolo attore privato avrebbe interesse o possibilità di costruire da solo.

Gli Stati Uniti lo hanno fatto per decenni, anche attraverso la ricerca legata alla sicurezza e alla difesa. Una federazione europea potrebbe sviluppare una capacità analoga su scala continentale.

Non significherebbe scegliere le aziende vincenti o proteggerle dalla concorrenza. Significherebbe permettere a un imprenditore europeo di arrivare alla frontiera senza dover necessariamente cercare nell’ecosistema di una potenza esterna il capitale, la domanda e l’orizzonte strategico necessari per continuare a crescere.

Oggi si parla sempre più di competitività, autonomia strategica e sovranità tecnologica. Un’Europa federale potrebbe essere anche la risposta alla crescente competizione con Stati Uniti e Cina?

Sì, perché secondo noi la debolezza strategica europea non è innanzitutto un problema culturale. È un problema di struttura e di incentivi.

Stati Uniti e Cina sono sistemi profondamente diversi, ma condividono una condizione: sono direttamente responsabili della propria sicurezza e della propria posizione internazionale. Questa responsabilità li obbliga a pensare nel lungo periodo, assumere rischi e costruire oggi capacità che potrebbero diventare indispensabili domani.

Gran parte degli Stati europei, invece, ha potuto vivere per decenni in una condizione diversa, concentrandosi molto di più sull’amministrazione dell’esistente.

Una federazione cambierebbe proprio questo. Un’Europa direttamente responsabile della propria sicurezza e delle proprie dipendenze strategiche avrebbe incentivi diversi nel prendere decisioni.

Non perché gli europei diventerebbero improvvisamente più coraggiosi o lungimiranti, ma perché cambierebbe la posizione dalla quale sono costretti a ragionare.

Per questo non penso che l’Europa debba prima imparare a comportarsi come una grande potenza e poi federarsi. È assumendo le responsabilità di una grande potenza che l’Europa troverebbe gli incentivi per diventarlo.