Il triangolo mediorientale che cambia tutto
Un triangolo diplomatico emerso nelle ultime quarantotto ore dice qualcosa di preciso su come sta cambiando l’architettura di potere nel Medio Oriente. Il 16 settembre, a Pechino, Wang Yi incontrava il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il comunicato cinese era formulato con la consueta vaghezza diplomatica, ma Wang Yi aveva aggiunto qualcosa di più diretto: ha chiesto che lo Stretto di Hormuz venga riaperto “al più presto”, che sia garantita la sicurezza delle rotte marittime internazionali, che venga preservata la stabilità del trasporto energetico mondiale. Il giorno successivo, Reuters rivelava, citando tre fonti iraniane, che il messaggio privato di Pechino a Teheran era stato molto più diretto: la Cina aveva chiesto all’Iran di utilizzare la propria influenza per frenare gli Houthi nello Yemen. E quella richiesta era arrivata dopo che era stata l’Arabia Saudita a rivolgersi a Pechino in cerca di aiuto.
La notizia sta tutta in quel triangolo. Riad si rivolge a Pechino. Pechino si rivolge a Teheran. La monarchia saudita, per decenni abituata a chiedere protezione a Washington, cerca oggi a Pechino ciò che le flotte occidentali non hanno garantito. Gli Stati Uniti hanno rifiutato un intervento diretto contro gli Houthi, anche per via della frattura diplomatica con Riad maturata a maggio, quando l’Arabia Saudita aveva sospeso l’accesso americano alle proprie basi e negato lo spazio aereo durante il «Progetto Libertà» a Hormuz. Trump era “indignato”, scriveva il New York Times. Riad aveva scommesso di poter stare dalla parte americana senza pagarne i costi. Ora li paga, e senza un alleato affidabile a Washington si rivolge a Pechino.

Interessi concreti e leve reali
La Cina acquista la quasi totalità del petrolio iraniano venduto nonostante le sanzioni. Quando Pechino alza la voce, in Iran ascoltano. Ma gli interessi cinesi in gioco sono anche diretti e misurabili. La produzione petrolifera saudita ad agosto è scesa ai minimi dal 1990, a 6,238 milioni di barili al giorno. Il 10 settembre, droni provenienti dall’Iraq hanno danneggiato le stazioni di pompaggio 8 e 9 dell’oleodotto Est-Ovest, l’unica alternativa saudita a Hormuz. Il 16 settembre il traffico navale attraverso Bab el-Mandeb si è ridotto a tre unità contro una media decennale di diciassette. Le infrastrutture portuali cinesi lungo tutta la costa orientale africana dipendono da quella rotta. Non è solo una crisi mediorientale: è una crisi che colpisce gli interessi cinesi in modo diretto.
La risposta di Pechino non è stata solo diplomatica. A fine luglio, Reuters rivelava che la Cina aveva già avviato contatti diretti con gli Houthi per garantire il passaggio delle proprie petroliere, con ogni nave negoziata individualmente. Due superpetroliere Cosco avevano transitato per lo stretto dopo aver ottenuto l’autorizzazione houthi. È la logica pragmatica di Pechino: negoziare con chi esercita il controllo effettivo senza riconoscerne formalmente la sovranità, mantenere aperte tutte le relazioni senza schierarsi con nessuno.
Teheran ha risposto con una formula che è al tempo stesso una risposta e un rifiuto: «La stabilità dipende dalla fine della guerra tra Usa e Israele contro l’Iran». È una condizione che Pechino non può soddisfare da sola, e che trasforma la richiesta cinese in una leva negoziale iraniana verso Washington. L’Iran ha bisogno della Cina molto più di quanto la Cina abbia bisogno dell’Iran. E lo sa.
Il frame della potenza responsabile
Ciò che il triangolo rivela va oltre la tutela degli interessi energetici. Ogni mossa cinese in questa crisi, la richiesta pubblica di riaprire Hormuz, il messaggio privato a Teheran, i contatti diretti con gli Houthi, costruisce sistematicamente il frame della «potenza responsabile»: l’unica capitale che mantiene canali aperti con tutti, che chiede moderazione invece di minacciare, che produce risultati senza ricorrere alla forza. Non è diplomazia nel senso tradizionale. È la costruzione progressiva di una posizione strutturale: in un Medio Oriente in cui Washington non è più un arbitro affidabile, Pechino si posiziona come l’interlocutore indispensabile, quello senza cui nessuna soluzione è possibile.
Nel marzo 2023, sempre a Pechino, Wang Yi aveva presieduto la firma del disgelo tra Arabia Saudita e Iran, ponendo fine a sette anni di rottura diplomatica. Quel capitale diplomatico accumulato allora è esattamente quello che Pechino sta spendendo oggi. E lo spende con la stessa logica: non schierarsi, non minacciare, costruire le condizioni dentro cui tutti gli attori finiscono per aver bisogno di Pechino per risolvere i propri problemi.
La Cina non vuole un nuovo ordine nel Golfo – non ha né l’interesse né la capacità di fare il gendarme di una regione instabile e costosa. Vuole qualcosa di molto più preciso e molto meno oneroso: un cambio di referente. Che gli attori del Golfo smettano di rivolgersi a Washington come numero da chiamare quando hanno un problema, e comincino a rivolgersi a Pechino. Non vuole governare il Golfo – vuole essere l’unico che parla con tutti, che accumula capitale diplomatico senza mai spenderlo in modo definitivo, che è indispensabile senza essere responsabile.
Il fatto che Riad abbia chiamato Pechino invece di aspettare Washington è già, di per sé, il risultato. Non serve che gli Houthi si fermino. Il cambio di referente è già avvenuto.









