L’aquila ai cancelli d’Europa, la Polonia alza lo scudo
“La Polonia fa un passo verso la guerra”, così “Il Manifesto” ha interpretato, nella sua prima pagina dello scorso 29 settembre, le dichiarazioni del viceministro polacco alla Difesa Tomczyk sulla sicurezza aerea. Come riportano le agenzie di stampa internazionale più accreditate, la Polonia consentirà ai propri caccia ed elicotteri di abbattere velivoli stranieri sulla base delle rilevazioni radar, senza la previa identificazione.
Questa misura risponde alle esigenze polacche di dover tutelare i propri cieli e il proprio territorio da droni, missili e velivoli russi. Negli ultimi anni, infatti, si è intensificato il numero di velivoli che da est violano lo spazio aereo polacco e il diritto internazionale. Il missile russo esploso in territorio polacco il 30 luglio 2026 e l’incursione del 9/10 settembre 2025 ne sono chiari esempi.
La Polonia, dunque, fa un passo verso la guerra, come riporta “Il Manifesto”; oppure adotta misure a difesa del proprio spazio aereo, del suo popolo e dei cancelli d’Europa?
Dagli albori del Diritto internazionale, un Paese che tutela il proprio territorio e i propri cieli non si prepara alla guerra, piuttosto si adegua a una situazione sempre più critica, determinata da un vicino belligerante.
Un vicino, la Russia, che di passi verso la guerra ne fa tanti. Spetta dunque alla Polonia e all’UE l’onere di fermare questi passi, incarnando la solidità dei confini esterni e contemporanea tenuta delle istituzioni interne.
Un Paese che attende le elezioni del 2027
Per la Polonia, come per Francia e Italia tra le altre, il 2027 sarà un anno elettorale. Le elezioni parlamentari, naturalmente, sono nel mirino della guerra ibrida russa, tuttalpiù trattandosi di uno Stato che investe già oggi il 4,8% del suo PIL nella difesa.
I principali partiti polacchi sono favorevoli ad investire nella difesa ma è nelle modalità che nascono le differenze: mentre l’attuale governo Tusk punta ad una maggior integrazione di difesa con l’UE, il PiS contrappone una via più polacca (lo scontro Tusk-Nawrocki sul SAFE ne è una prova). Una visione estremista è quella dell’euroscettica Konfederacja, nei sondaggi di oggi terzo partito, che propone addirittura una via autarchica.
A differenza della politica italiana, evidentemente, il riarmo non è un fattore di divisione. La società infatti ben vede le forze armate. Nel Bel Paese i pacifinti fanno sempre più proselitismo, ahinoi.

Un esercito ben integrato nella società polacca
I polacchi condividono una buona parte della loro quotidianità con la sfera militare; si pensi, ad esempio, ai patroni delle scuole polacche e alle numerose parate, famose quelle del 4 novembre in tutte le città polacche; si pensi alle attività sportive organizzate dall’esercito per la collettività, come quelle di orienteering, ed ancora all’alto numero di licei militari nelle città polacche.
Un esempio di ciò è la città di Kielce, circa 200 mila abitanti, dove ho vissuto, sono presenti 4 licei militari; il principale non militare è comunque intitolato a Pilsudski. Nel viale principale della città spiccano i murales dell’esercito; il 4 novembre la città si ferma per la parata militare, sempre gremita di spettatori, alla quale partecipano persino gli scout; camminando nei boschi, spesso mi sono imbattuto in ragazzi che gareggiano nelle competizioni di orienteering organizzate dall’esercito. Questi stralci di vita quotidiana mostrano quanto siano ben inserite le forze armate nel contesto civile.
La prima forza militare europea entro il 2030: le aspirazioni polacche tra innovazione e ampliamento
La Polonia è consapevole della sua posizione geografica e della sua storia recente di nazione oggetto di conquiste e influenze, russe e non solo. Pertanto, ha iniziato dal 1999, con l’ingresso nella NATO, e successivamente nell’UE, a tutelarsi ad Est e ad Ovest, in particolar modo nei confronti dell’indocile Russia.
Nel 2014, mentre la Russia occupa la Crimea, Varsavia decide di portare la spesa militare al 2% del PIL. La ripresa del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022 porta il governo (PiS) a varare “La legge sulla Difesa della Patria”, che prevedeva di aumentare la spesa per la difesa.
Con il successivo esecutivo a guida Tusk la Polonia incrementa ulteriormente gli investimenti, portando la spesa a sfiorare il 5% del PIL; se si considera l’elevato tasso di crescita del PIL polacco, l’aumento effettivo è ancora maggiore.
Il governo Tusk ha blindato gli investimenti nel settore militare con il “Programma di sviluppo militare 2025-2039”, con l’obiettivo di far diventare la Polonia il primo Paese in Europa in termini di capacità militare e deterrenza. Dopotutto, Varsavia comprende qualcosa che altre capitali occidentali rifiutano di capire: bisogna dimostrare alla Russia, e non solo, che si è pronti ad ogni situazione.
Il programma verte su varie direttrici: essere tra i vertici della NATO per rapporto di spesa sul PIL, costruire l’esercito terrestre più forte e vasto d’Europa, sfruttare i fondi SAFE europei, investire nell’industria militare polacca per produrre in loco e nell’innovazione. Quest’ultimo punto è fondamentale: infatti, Varsavia non punta solo ai numeri, ma soprattutto alla qualità: equipaggiamenti di ultima generazione ad ogni unità, sistemi di difesa aerea e anti-drone, maggiore sincronizzazione dei vari apparati militari nelle operazioni (forze di terra, mare, cielo, ma anche spazio, cyberspazio ed informazione), sviluppo dell’IA militare e addestramento sull’uso dei droni, sui quali Varsavia sta aumentando sempre di più il focus. Ad oggi, l’esercito polacco conta oltre 200 mila effettivi, il più grande dell’UE; l’obiettivo è di portare il numero a 300 mila effettivi e 200 mila riservisti e di aumentarne le competenze, formando l’esercito più vasto e addestrato d’Europa (dopo quello ucraino)
Una Polonia pronta a difenderci
L’ampliamento delle forze armate polacche e l’innovazione del settore militare hanno portato la Polonia ad essere centrale nella difesa dell’UE. Dopotutto, i suoi non sono solo i confini dei polacchi, ma quelli di tutti noi europei.
Eppure mentre a Varsavia la politica si divide sulle modalità di investimento nella difesa, a Berlino, a Roma, a Madrid, la politica si divide sulla questione di investire o meno.
La difesa, dobbiamo capirlo, non è una questione dei polacchi piuttosto che dei lituani, estoni o chicchessia… è una questione dell’Unione tutta. Per questo, l’Europa ed i singoli paesi dovrebbero guardare al modello polacco e cercare di assorbirlo in una visione europea di difesa. La deterrenza europea ne uscirebbe rafforzata.
In sostanza: una Varsavia forte oggi mette Berlino, Roma e Parigi più al sicuro. Ma non basta. Oltre alle risposte polacche, servono risposte concrete di Bruxelles e degli altri membri dell’UE. Arriveranno nel 2027?









