Sui social Taiwan sta ritornando giapponese
Migliaia di cittadini taiwanesi al giorno stanno scegliendo di dichiarare la propria nazionalità come “Taiwan, Giappone” nei moduli digitali, nelle app e nelle piattaforme internazionali.
È un gesto silenzioso, ma potentissimo, che segnala come le nuove generazioni taiwanesi stiano ridefinendo la propria identità geopolitica, culturale ed emotiva. Questo fenomeno, apparentemente marginale, è in realtà un termometro politico del nuovo asse Taipei–Tokyo e del progressivo affievolirsi dell’influenza cinese sulle narrative dell’identità nazionale taiwanese.
L’asse Tokyo-Taipei
I legami tra Taiwan e Giappone affondano le radici in una storia complessa, segnata dal periodo coloniale ma anche da una lunga eredità culturale che si manifesta nella lingua, nel cibo, nelle infrastrutture ferroviarie e nella modernità urbana.
Negli ultimi anni questa relazione si è trasformata da semplice vicinanza storica a vero e proprio partenariato strategico di fatto, soprattutto dopo i segnali sempre più assertivi provenienti da Pechino negli ultimi tempi.
Il governo di Tokyo considera la stabilità dello Stretto di Taiwan un interesse nazionale diretto, mentre Taipei vede nel Giappone un attore affidabile, democratico e disposto ad esporsi in modo crescente per la sicurezza regionale.
Tale convergenza sta assumendo contorni sempre più espliciti nelle esercitazioni congiunte, nei dialoghi industriali e nella sicurezza delle supply chain dei semiconduttori.
La disputa sul trattato di San Francisco
Il dato più sorprendente — e politicamente significativo — è però il comportamento spontaneo di migliaia di taiwanesi sui social, nei moduli per prenotazioni internazionali, nelle piattaforme e-commerce e nelle iscrizioni a eventi globali. Sempre più di frequente, laddove compare la voce “Nationality”, molti taiwanesi selezionano o scrivono “Taiwan, Japan”.
Non si tratta di un errore o di una scelta casuale: è una forma soft di diplomazia dal basso, una dichiarazione identitaria, un modo per segnalare prossimità culturale e affinità geopolitica.
Un gesto che, inoltre, affonda anche in una certa ambiguità giuridica lasciata aperta dal Trattato di San Francisco del 1951, attraverso il quale il Giappone rinunciò alla sovranità su Taiwan senza però indicare chiaramente a quale Stato l’isola dovesse essere trasferita.
Questa “zona grigia” del secondo dopoguerra continua a influenzare il dibattito identitario e alimenta, almeno a livello simbolico, la percezione che la posizione internazionale di Taiwan non sia stata pienamente definita — un vuoto che gran parte della popolazione colma proprio scegliendo formule identitarie alternative come “Taiwan, Giappone”.
D’altro canto, il partito comunista cinese ci ha messo del suo: per alzare la tensione contro il Sol Levante ha dichiarato che il trattato di san Francisco è “illegale, nullo e vuoto”, dimenticando, però, che in tal caso Taiwan sarebbe tuttora un possedimento giapponese.
“Se ci costringono a essere cinesi, tanto vale essere giapponesi”
Taiwan non è riconosciuta come Stato sovrano da molte piattaforme globali, che ancora la inseriscono sotto la dicitura “Taiwan, Province of China”.
Per reazione, molti utenti preferiscono associare Taiwan a un paese democratico e vicino, come il Giappone.
A ciò si aggiunge una sempre più forte affinità culturale: il boom del turismo, della cultura pop giapponese, del design e dell’educazione superiore in Giappone contribuisce alla percezione di una comunità di valori.
Scrivere “Taiwan, Giappone” significa quindi comunicare che Taiwan non è Cina, che Tokyo è considerata il partner più affidabile nella regione e che, in assenza di piena sovranità riconosciuta, i cittadini scelgono simbolicamente una “famiglia geopolitica” alternativa.
Il fenomeno è ormai visibile su larga scala ed è diventato parte integrante della discussione interna sull’identità taiwanese.
La diplomazia dell’amicizia quotidiana
Negli ultimi anni, gesti e simboli hanno acquisito una valenza politica sempre più intensa. Dai tweet del Presidente giapponese alle visite parlamentari, fino alla scelta del presidente taiwanese Lai Ching-te di recarsi in un sushi bar come messaggio politico, i rapporti tra Tokyo e Taipei sono diventati parte di una narrativa pubblica che coinvolge entrambe le società civili.
Gli stessi media giapponesi osservano con attenzione questo riavvicinamento, che vede Taiwan come partner chiave nella sicurezza delle rotte marittime e nelle catene globali dei chip. Per molti think tanks, si sta formando una nuova solidarietà nippo-taiwanese, basata su valori democratici condivisi e sul comune timore per l’espansionismo cinese.
Il ruolo del Giappone nello Stretto di Taiwan
Tokyo, tramite la premier Takaichi, ha rafforzato il linguaggio sulla sicurezza regionale, sottolineando che un cambiamento unilaterale dello status quo (vale a dire una conquista cinese di Taiwan) non sarebbe tollerato. Una posizione che, pur calibrata diplomaticamente, segna una chiara distanza dalla postura più prudente del passato e che si avvicina di più alla dottrina Abe.
Il Giappone sa che un possibile conflitto nello Stretto avrebbe ricadute dirette sulle sue linee marittime, sulla sua economia e sulla sicurezza stessa, ad esempio nel caso del conteso arcipelago Ryukyu. Nonostante ciò, Tokyo continua a muoversi con grande attenzione, evitando provocazioni dirette ma rafforzando cooperazione tecnologica, cyber e marittima con Taipei.
Una scelta vincente
La scelta sembra aver pagato: i sondaggi indicano, infatti, che oltre il 75% dell’opinione pubblica giapponese esprime un forte gradimento nei confronti di Sanae Takaichi, figura politica che ha costruito una reputazione di fermezza sulla sicurezza regionale e di vicinanza strategica agli Stati Uniti e a Taiwan (nonché, occorre dirlo per completezza, sull’ostilità all’immigrazione).
Intanto, la fiducia dei taiwanesi verso il Giappone resta elevatissima, ma soprattutto costante, tra i livelli più alti in Asia.
Se i governi continueranno a rafforzare i legami, sarà proprio questo tessuto di affinità popolari — fatto di fiducia, gesti identitari, scelte simboliche e apprezzamento reciproco — a cementare un’alleanza che, per molti, non è più soltanto strategica, ma una componente naturale del nuovo Indo-Pacifico che verrà.
Un ricordo non ideologizzato dell’età coloniale
Scrivere “Taiwan, Giappone” non è solo un capriccio o una provocazione: è la riaffermazione di una storia che i cittadini dell’isola sentono propria, e che vogliono sottrarre ai tentativi di reinterpretazione politica calati dall’esterno (cercasi voce Pechino).
In questo processo di riappropriazione identitaria gioca un ruolo anche il passato coloniale giapponese: dal 1895 al 1945, il Giappone governò Taiwan implementando infrastrutture moderne, sistemi educativi e trasformazioni industriali che hanno lasciato un’impronta tuttora visibile. Pur essendo stato un dominio coloniale a tutti gli effetti, molti taiwanesi riconoscono che quell’epoca fu anche un periodo di modernizzazione accelerata e apertura al mondo.
Non sorprende, quindi, che in un contesto contemporaneo in cui Pechino ha spesso tentato di riscrivere la storia dell’isola per riportarla entro una narrazione unitaria cinese, la società taiwanese reagisca valorizzando elementi storici alternativi, più consoni alla propria esperienza collettiva.
Oggi Taiwan mostra una consapevolezza lucida delle sue origini, del suo percorso e della sua specificità: continua a cercare — anche attraverso piccoli gesti simbolici — il modo più efficace per dirsi al mondo per ciò che è davvero.








