Vietnam: arte nel flusso globale
In un tempo segnato da fratture profonde e conflitti laceranti, il Vietnam sceglie di affacciarsi per la prima volta alla Biennale d’Arte di Venezia attraverso un flusso intimo ed evocativo.
L’inaugurazione è prevista l’8 maggio alle ore 11.00 nello spazio di Ca’ Faccanon, in calle delle Acque, nel sestiere di San Marco.
Il padiglione è intitolato “Vietnam: Arte nel flusso globale”.
Il Vietnam si racconta scegliendo la pace come orizzonte culturale, l’arte che ricompone e crea armonia. È già scritto: non una semplice esposizione, ma un attraversamento.
Tra i dieci artisti, Lê Huu Hiêu (classe 1982) ha ideato un percorso espositivo che saprà sorprendere lo spettatore attraverso un senso di armonia e pace. La connessione con le origini del Paese, la “Madre Terra”, immagini che toccano l’origine della Vita. L’artista rinuncia a sopraelevare le sue opere su piedistalli, le sculture sono direttamente a contatto con il suolo, la terra, l’origine. La tecnica utilizzata è l’hom dat: il legno di giaca viene ricoperto di argilla lavorata e mescolata con acqua, paglia e pula, e in seguito cotto nel fuoco per giorni all’interno di una fossa. Questo materiale ha il pregio di avere una durata straordinaria e di conservare una patina antica che non è riproducibile con nessun artificio moderno. La materia ha la sua memoria, nulla è superficiale.
Sono opere realizzate in tempi lunghi, ricche di valore simbolico. Nessun riconoscimento alle memorie traumatiche della guerra, lo sguardo è orientato verso la dimensione della vita quotidiana: il lavoro, le pratiche spirituali, la terra, la memoria condivisa.
Anche lo spettatore dovrà percorrere lo spazio immergendosi in questo stesso flusso vivo: un corso inarrestabile dove le persone comuni diventano le protagoniste della storia. Quello che crea Lê Huu Hiêu è una tensione tra materia e vita, allevando un’antica specie di baco da seta sulle sue opere. Creature che diventano una metafora perfetta dell’essere umano: costruiscono, mutano, si evolvono. Trasformazioni silenziose fino alla rottura dell’involucro.
E del volo.
Il debutto vietnamita a Venezia si inserisce in un momento in cui il Paese sceglie una diplomazia che non si impone, ma naviga con grazia tra le placche tettoniche della geopolitica contemporanea. Hanoi ha costruito la propria politica estera su un principio che chiama “bamboo diplomacy” — flessibilità delle radici, resistenza del fusto — e questo padiglione ne è, forse inconsapevolmente, la traduzione estetica più precisa. Un equilibrio perfetto tra adattamento e resistenza.









