Il senso disperso del 25 aprile
L’eco degli incidenti del 25 aprile persiste e trova nell’identificazione del giovane estremista ebreo romano, reo confesso degli spari ad aria compressa contro due attivisti ANPI, solo un’ulteriore occasione per mostrificare un’intera comunità e alimentare un clima di colpevolizzazione e radicalizzazione, sempre più incapace di distinguere tra memoria, odio e propaganda. Le responsabilità sono individuali per tutti, tranne che per gli ebrei.
Quest’anno non è stato una semplice ricorrenza: è stato uno spartiacque
L’aggressione a Milano contro la Brigata Ebraica segna un punto di non ritorno nella deriva antisemita che sta emergendo con inquietante evidenza nel nostro Paese. E di fronte a tutto questo, la reazione della politica è stata, nella migliore delle ipotesi, insufficiente. Nella peggiore, imbarazzante.
Il silenzio del Quirinale lascia sgomenti. Nessuna parola, nessuna condanna: difficile comprenderne le ragioni, impossibile giustificarlo. E lo dico con sincero rispetto per il Presidente Mattarella.
Sul fronte politico, la posizione di Elly Schlein certifica una rottura ormai definitiva: quella con la tradizione riformista e laburista che aveva anche saputo guardare a Israele come a una democrazia da sostenere. Oggi prevale una subcultura ideologica che mescola antiamericanismo, indulgenza verso estremismi e una preoccupante ambiguità sull’antisemitismo. Definire “provocazione” una bandiera israeliana il giorno della Liberazione significa smarrire il senso della storia.
E mentre si contestano i simboli delle democrazie occidentali – Israele, gli Stati Uniti, chi lotta per la libertà in Ucraina o in Iran – nelle piazze sfilano senza vergogna vessilli che richiamano regimi autoritari, teocrazie e totalitarismi del passato.
Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui
Perché anche a destra si consuma l’ennesimo esercizio di opportunismo: ci si indigna per le violenze della sinistra, dimenticando episodi analoghi quando a colpire sono altri, come nell’agguato di Roma. E soprattutto si evita il punto centrale: l’ordine pubblico è responsabilità del governo. Non si può commentare a posteriori ciò che si aveva il dovere di prevenire.
E poi resta l’ambiguità, mai davvero sciolta, sul giudizio storico del fascismo. Parlare di “pacificazione nazionale” mettendo sullo stesso piano chi ha combattuto per la libertà e chi per la Repubblica di Salò non è riconciliazione: è confusione morale.
Se il 25 aprile deve ancora avere un senso, è questo: difendere la libertà senza ambiguità, senza doppi standard, senza opportunismi.
Perché quando la memoria diventa selettiva, il rischio non è solo quello di dimenticare il passato. È quello di ripeterlo.









