L’Iran degli ayatollah, dieci anni fa
Queste riflessioni sono state scritte durante un soggiorno in Iran del maggio 2016. Uno spaccato sulla Repubblica islamica “profonda”, oltre Teheran.
Con più di un milione di abitanti, Ahvaz è il capoluogo della regione sud-occidentale a maggioranza araba del Khuzestan. È anche la più calda, nonché — a detta di molti — quella con l’aria peggiore, per via del particolato atmosferico proveniente dalla sabbia e dalla combustione fossile. A circondare la città, infatti, ci sono innumerevoli pozzi di petrolio, mentre le raffinerie si trovano lungo la strada per l’aeroporto; il gas naturale associato, quello che fuoriesce dal processo d’estrazione, non si recupera e brucia. E così i grossi fuochi sulle torrette illuminano di notte le rive del fiume Karun e rappresentano l’attrazione locale per le coppiette in cerca di romanticismo. Il petrolio ha reso Ahvaz estremamente ricca o estremamente povera: se ti è andata bene puoi goderti la vita in quartieri agghindati all’europea, altrimenti sei condannato, senza sentenza di tribunale, a un’esistenza durissima. Certo, dal punto di vista del viaggiatore la città è piacevole: ha un bel mercato coperto e delle zone che meritano una visita, come Zaytoun Karmandi, con le sue strade strette e reticolari; piena di vita è la via dei ristoranti, Lashkar Abad, che si anima dopo le 22 per cena e narghilè.
Un viaggio oltre la superficie
Ma io mi trovo qui per un’altra ragione.
Ad Ahvaz si trova una delle ultime comunità mandee rimaste. Il culto della mandayya, ossia della conoscenza, ci fa tornare indietro nel tempo di migliaia di anni, dalle parti dello zoroastrismo e del manicheismo. Nella loro tradizione Adamo ricevette per la prima volta le istruzioni per ben vivere direttamente da Dio, e San Giovanni Battista fu l’ultimo e il principale tra i profeti, chiudendo quindi le rivelazioni divine. Tra i loro testi sacri c’è innanzitutto il Ginza Rabba, un trattato cosmologico che regola la vita dei fedeli a partire dalla purificazione del corpo e della mente attraverso abluzioni nell’acqua corrente, dalla valenza quasi miracolosa. Nel mandeismo la salvezza dell’anima avviene attraverso la conoscenza esoterica — quindi riservata agli iniziati — delle sue origini divine. Ci si mettono di mezzo, però, gli Arconti, esseri caduti dalla luce nell’oscurità che ostacolano l’ascensione delle anime e quindi il loro ritorno verso il divino. Insomma, chi ama lo gnosticismo troverà nel pensiero e nella pratica religiosa mandea pane per i propri denti.
Da notare che il Corano li menziona come “popoli del libro” nella sura della Vacca, mentre con il cristianesimo non hanno nulla a che fare, perché non riconoscono Gesù Cristo come profeta: ci sono più somiglianze, semmai, con l’ebraismo poiché — secondo il sito Britannica — si riconosce nei loro scritti e nella loro cultura religiosa una familiarità con la Torah. Una tra le prime a studiare il mandeismo e a distinguerlo da altre religioni fu Ethel Drawer, un’antropologa inglese, coniuge di un diplomatico a lungo di stanza in Iraq; da allora vi sono stati molti contributi scientifici, ad esempio quelli della studiosa norvegese Jorunn Jacobsen Buckley, e la conoscenza di questa fede è diventata nel tempo più ampia e particolareggiata.
Alla ricerca dei mandei
La riservatezza nella pratica è un loro cardine perché, sin dal tempo delle conquiste islamiche medievali, i mandei nascosero la propria fede per evitare conversioni forzate. Trovarli non è facile: nessuna guida riporta un centro culturale o le loro attività. Mi giunge all’orecchio, però, che molti di loro lavorano nella lavorazione dei metalli preziosi: dunque mi reco al bazar ed entro in una gioielleria. Una volta usciti tutti, chiedo indicazioni e il titolare, un po’ sorpreso, mi invia in un altro negozio, invitandomi alla massima discrezione. Qui non piacciono a nessuno. Sono stati presi di mira ripetutamente sotto il regime della Repubblica islamica, e chi lo faceva o era stato mandato direttamente dalle autorità oppure agiva con la loro piena conoscenza. Riprovo, mi presento, spiego che cosa sto cercando. Uno dei due commessi si guarda intorno, prende un pezzo di carta, scrive un indirizzo e mi augura buona fortuna.
Nel frattempo il papà del mio amico Sadegh è ad Ahvaz e approfittiamo per fare due passi insieme in direzione della riva sud del fiume. Gli mostro il pezzo di carta con l’indirizzo. Per mia sorpresa si impaurisce ed è imbarazzatissimo quando si avvicina a qualcuno per chiedere dove si trovi il posto che ci hanno indicato. Alla fine troviamo il luogo dove si tengono le funzioni religiose, ma arrivano cattive notizie: per parlare con loro ho bisogno di un permesso scritto dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica, l’Ershad. Senza di questo niente chiacchierata, o finiremo in guai seri.
Tra burocrazia e incontro
Il giorno dopo mi presento da solo all’ufficio di cui sopra e incontro un ayatollah con turbante bianco, vestito in maniera elegante. Gli spiego che sono uno studioso di storia delle religioni, gli mostro il passaporto e la tessera della mia università. Dopo un paio di tazze di tè, il religioso e gli altri impiegati spiegano che non hanno obiezioni all’incontro, ma devo andare in un altro ufficio, ossia il direttorato del Ministero, per ottenere il permesso. Li saluto con cortesia e gratitudine e mi allontano.
Dopo una mezz’ora entro in un altro edificio dove vengo presentato a due impiegati. Mi va male: qui ad Ahvaz non si possono rilasciare permessi, devo andare a Teheran e fare domanda in un altro ufficio. Però mi autorizzano a una visita informale, purché io non vada in nessun altro posto. In mia presenza chiamano il capo della comunità, Abou Manouchar, per informarlo del fatto che non hanno obiezioni a un nostro colloquio. Di nuovo li ringrazio sentitamente e prendo con me la copia delle Rubayyat di Omar Khayyam che mi regalano.
Abou Manouchar mi apre la porta. È vestito di bianco e ha una lunga barba, anch’essa bianca. Mi invita alle celebrazioni pubbliche per la festa annuale di San Giovanni Battista, la Dahwa ed Manaa, prevista per l’indomani, quando tutti i fedeli della comunità arriveranno sulle rive del fiume per fare le abluzioni con le loro famiglie e i loro figli. La mattina dopo, alle otto, mi reco sul posto, tenendomi a una distanza di una trentina di metri, come richiesto. Con me c’è Abou Majid, un simpatico signore sulla cinquantina che mi spiega in arabo e in inglese le varie fasi del rito. Un centinaio di loro, vestiti di bianco con un turbante in testa, sono seduti sotto una tenda sulla riva del fiume. I fedeli entrano nelle acque fangose uno a uno mentre il capo spirituale li benedice.
Tradizione, persecuzione e diaspora
Le loro famiglie sono numerose e hanno in comune con gli ebrei la concezione sacrale del matrimonio. Non ci sono corsi istituzionali per i bambini, mi spiega la mia guida: la loro formazione avviene in casa. Nei giorni sacri camminano verso l’acqua del fiume e i loro genitori li ricoprono d’acqua, come Giovanni Battista avrebbe fatto con Gesù Cristo. L’intera comunità nella regione è scesa a circa 30 mila unità dopo innumerevoli persecuzioni, dagli achemenidi in poi: la storia di conversioni forzate, espulsioni e stermini di massa è lunga. Le peggiori si verificarono sotto gli ottomani: nel 1870 la comunità di Shushtar venne espulsa con violenza su ordine diretto del governatore. Si spostarono verso i villaggi delle paludi, ma non c’era acqua corrente e non potevano mettere in pratica i loro riti: alla fine si stabilirono ad Ahvaz proprio per via della presenza del fiume Karun.
La pace relativa del periodo degli shah Pahlavi ebbe fine con la rivoluzione islamica e il fondamentalismo che si portò appresso. Così come i baha’i e altre minoranze, devono sottostare a una serie di restrizioni, in particolare nell’accesso all’università e alle posizioni nella pubblica amministrazione. Inoltre, essendo pacifisti, si rifiutano di far parte dell’esercito — cosa che viene percepita come una forma di tradimento per il Paese. Alcuni anni fa l’Ayatollah Ali Khamenei aveva emesso un pronunciamento giuridico in cui li aveva dichiarati “popoli del libro” e non kufr (contro la fede), cosa che aveva dato loro un minimo di protezione quantomeno formale. Ai tempi dell’ISIS, però, i mercenari arabi, caucasici e del Centro Asia bramavano di scovarli e ucciderli, perché nella loro interpretazione ammazzare cinque infedeli garantisce l’apertura delle porte del paradiso. Niente di nuovo: l’intolleranza è una costante della storia degli esseri umani. Si spera però che nei luoghi più sicuri della diaspora mandea, soprattutto in Europa, si vivano condizioni più favorevoli e che non ci si debba nascondere come — e peggio — dei ladri per pregare e predicare la pace.









