Fingere la pace: come Putin inganna l’America mentre l’Europa si riscopre protagonista

Donatello D'Andrea
08/12/2025
Frontiere

Nella lunga partita diplomatica tra Washington, Mosca e Kyiv, la guerra non si ferma. L’obiettivo russo è sempre più evidente: guadagnare tempo, congelare il fronte, indebolire gli alleati dell’Ucraina. Gli Stati Uniti, a guida Trump, sembrano più disposti a trattare con il Cremlino che a sostenere l’ordine europeo. In questo scenario, è l’Europa a doversi assumere la responsabilità storica di salvare l’Ucraina dalla resa. Il bluff di Mosca, il doppio gioco americano e la fragilità del momento si intrecciano in un mosaico diplomatico dai contorni sempre più pericolosi. Zelensky non ha bisogno di parole: ha bisogno di garanzie. E quelle, al momento, sembrano arrivare solo da questa parte dell’Atlantico.

Mosca non vuole la pace, vuole tempo

L’apparenza inganna. I negoziati tra Putin e gli inviati di Trump – durati ore, blindati alla stampa, svuotati di contenuto – non rappresentano un’apertura diplomatica, ma una sofisticata tattica dilatoria. L’obiettivo non è una pace, nemmeno un cessate il fuoco: è fingere il dialogo per prolungare la guerra.

Mosca non vuole la fine del conflitto. Vuole che lo si creda possibile, per confondere gli ucraini, rallentare gli aiuti militari europei, e aprire margini di manovra agli affaristi americani interessati a un accordo “di business”, come ha svelato l’inchiesta del Wall Street Journal: 2000 miliardi di dollari in scambi economici in cambio di una finta pace costruita sulle spalle di Kyiv.

Ma il tavolo è truccato. Le dichiarazioni post-incontro tra Putin e i delegati statunitensi parlano da sole: “non c’è stata alcuna svolta”, ha detto Yuri Ushakov dopo cinque ore con Kushner e Witkoff. Tradotto: Mosca ha ottenuto il palcoscenico senza concedere nulla. Anzi, mentre trattava, lanciava minacce dirette all’Europa.

“Non abbiamo intenzione di fare la guerra all’Europa… ma se dovesse iniziare, non avremo più con chi negoziare”. È una frase chirurgica. Putin non annuncia uno scontro, ma costruisce una narrativa: se Mosca attaccherà, sarà solo per autodifesa. È lo stesso schema visto nel 2021-2022: prima l’allarme sulla “minaccia NATO”, poi l’invasione dell’Ucraina. La Fase Zero è cominciata anche stavolta, e non riguarda più solo Kyiv.

Il messaggio è duplice: all’Europa si rivolge per seminare panico strategico, ai russi per legittimare un’eventuale escalation futura. È disinformazione ibrida al servizio di una strategia bellica a medio termine. Lo scopo: creare consenso interno, dividere l’avversario esterno.

E non è l’unica leva psicologica. Alla vigilia dei colloqui con Kushner, Putin ha affermato che l’Ucraina pratica “pirateria nel Mar Nero”, minacciando rappresaglie su porti e navi di Paesi terzi. Il messaggio implicito è chiaro: frenate Kyiv, o ne pagherete il prezzo. Il timing non è casuale: arriva mentre lo SBU colpisce la flotta ombra che alimenta l’economia russa eludendo le sanzioni. È una reazione nervosa, mascherata da messaggio razionale.

Putin sa che colpire le petroliere spaventa i partner regionali: Erdogan ha già criticato Kyiv, evocando una “escalation inaccettabile”. Mosca, insomma, punta a usare gli alleati ucraini per frenare l’Ucraina stessa.

E ancora: la falsa presa di Pokrovsk, rivendicata proprio mentre la delegazione americana attendeva notizie da Putin. Una mossa simbolica, priva di riscontro sul campo, ma funzionale a influenzare emotivamente i negoziatori: mostrare che la Russia avanza, anche se non è vero. Manipolare le percezioni, non i fatti.

Lo schema è collaudato: negoziare per rallentare, mentire per ottenere, minacciare per dividere.

Lo confermano anche fonti ucraine: “Ogni volta che abbiamo coordinato una posizione con gli Stati Uniti, Witkoff va a Mosca, e al ritorno Trump pubblica una dichiarazione che ci riporta al punto di partenza”. È una spirale regressiva, dove ogni colloquio finge progresso mentre Mosca guadagna solo tempo – per produrre armi, reclutare riservisti, costruire una narrazione.

E nel frattempo, logora Kyiv, disorienta Washington e tiene in ostaggio l’Europa.

La Casa Bianca parla con due voci. L’Europa è l’ultimo baluardo

Mentre Vladimir Putin recita il copione del negoziatore, la trattativa vera si consuma altrove: dentro l’amministrazione americana. O meglio, fra due Americhe.

Da un lato, la diplomazia parallela targata Witkoff–Kushner, che ha portato a Mosca un approccio privatistico, slegato dalle istituzioni federali. Un vertice blindato, durato cinque ore, che non ha prodotto alcun passo avanti. Solo una promessa: non parlare. Nessun risultato, nessuna trasparenza, solo un silenzio strategico – utile soprattutto a Mosca, che nel frattempo logora l’Ucraina e blandisce gli affaristi con proposte da 2.000 miliardi.

Dall’altro lato, la voce istituzionale incarnata da Marco Rubio, segretario di Stato e volto della corrente repubblicana “atlantista”. In una dichiarazione passata quasi sotto traccia, Rubio ha smontato la premessa dell’intera strategia Witkoff: “Solo Putin può porre fine alla guerra”. Un modo elegante per dire che trattare con Dmitriev è illusorio, che il vero obiettivo del Cremlino non è un accordo, ma una tregua fittizia utile a riorganizzarsi. Ed è, implicitamente, una critica durissima a chi ha gestito questi colloqui senza coinvolgere il Dipartimento di Stato, la CIA, o qualunque struttura deputata alla sicurezza nazionale.

In questo quadro disordinato, l’Europa è rimasta a guardare. Ma non più in silenzio.

La videoconferenza fra i leader europei e Zelensky – poi trapelata – è un segnale politico chiarissimo. Macron, Merz, Stubb, Rutte: tutti, con accenti diversi, hanno espresso paura e sfiducia. “Non dobbiamo lasciare Zelensky da solo con questi tipi”, dice Stubb. “Esiste un pericolo enorme”, rilancia Macron. Persino Rutte, storicamente vicino a Trump, parla della necessità di “proteggere Volodymyr”.

Dietro quelle parole non c’è solo la delusione verso Washington, ma la presa di coscienza che il vero piano russo è delegittimare Bruxelles, usando la linea affarista americana come leva geopolitica. Putin, lo ha detto apertamente a Trump: l’Europa va messa ai margini. E oggi la vera posta in gioco è questa.

L’UE – pur fra limiti, lentezze e spinte filorusse – ha cominciato a comportarsi da attore strategico. Le garanzie di sicurezza avanzate dalla “coalizione dei volenterosi”, le dichiarazioni filtrate dalla call, il ruolo crescente di Francia, Germania e paesi nordici indicano un cambiamento di passo.

La difesa dell’Ucraina non è più una missione idealistica, ma una condizione esistenziale. L’UE ha capito che non può condonare la guerra e sperare di sopravvivere intatta. Kyiv oggi è la linea rossa. E proprio perché non ha né arsenali nucleari né il dollaro come moneta globale, l’Europa può difenderla solo restando vigile, coesa e credibile.

Il rischio più grande? Che Trump ascolti la voce sbagliata. E che Putin continui a usare la pace come esca, mentre affila le armi.

L’ultima linea di resistenza per non condonare la guerra

La Russia non sta cercando la pace. Sta cercando di condonare la guerra. Il suo obiettivo non è negoziare, ma costruire un quadro illusorio di trattativa, utile a rallentare il supporto occidentale, indebolire la coesione transatlantica e normalizzare il proprio isolamento economico. Gli incontri a Mosca, svuotati di contenuto concreto, ne sono la prova. L’inchiesta del Wall Street Journal ha svelato ciò che Putin offre: non una soluzione politica, ma una tregua condizionata a un gigantesco patto commerciale.

In questo quadro, gli Stati Uniti parlano con due voci. Da un lato c’è la diplomazia parallela e transazionale incarnata da Kushner e Witkoff, che sembra disposta a barattare la sovranità ucraina con l’accesso alle risorse russe. Dall’altro, quella istituzionale, rappresentata da figure come Marco Rubio, che ammonisce: “Solo Putin può fermare la guerra, non i suoi consiglieri”. È lo scontro tra due concezioni della sicurezza: una mercantile, l’altra strategica.

L’Europa, consapevole di essere marginalizzata, ha smesso di illudersi. Lo dimostrano le parole trapelate dalla videocall con Zelensky: Macron, Merz, Stubb, Rutte colgono il rischio sistemico di una trattativa condotta senza l’Europa e sopra la testa dell’Ucraina. E lo confermano anche le indiscrezioni di Palazzo Chigi, che vedono Meloni indispettita dalle mosse dei leghisti. Ma tra preoccupazione e capacità di azione c’è ancora un divario.

Per Kyiv, oggi, l’Europa resta l’ultima sponda, ma è una sponda vulnerabile, attraversata da spinte filorusse, priva di una vera postura strategica autonoma. Se non vuole diventare spettatrice del proprio declino geopolitico, l’Unione deve decidere se restare vincolata ai tempi di Washington o diventare un attore strategico a pieno titolo.

Perché l’illusione di una pace negoziata alle condizioni di Mosca non congela solo la guerra in Ucraina, ma rischia di legittimare un nuovo disordine globale. E se l’Europa non lo impedisce, finirà per subirlo.