Trump odia l’Europa unita: l’antidoto è un vero sovranismo europeista
Prendete due immagini mentali. Nella prima, in bianco e nero, ci sono i leader del secondo dopoguerra che disegnano l’architettura atlantica: l’idea che Stati Uniti ed Europa condividano, pur con squilibri e conflitti, lo stesso orizzonte politico di sicurezza. Nella seconda, a colori, c’è un file PDF sullo schermo: la nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Per settant’anni quelle due fotografie simboliche sono state nello stesso album. Oggi sembrano provenire da due pianeti diversi.
La nuova National Security Strategy non è un rapporto tecnico scritto per generali e analisti. È una dichiarazione di rottura. L’Europa non è più descritta come alleata con cui condividere rischi e responsabilità, ma come spazio politico da riplasmare. Oggetto di “correzione”, non soggetto di cooperazione.
Il passaggio chiave è sulle pagine 25–27, dove l’amministrazione fissa un obiettivo che, tradotto nel linguaggio della diplomazia classica, sarebbe stato impensabile: gli Stati Uniti devono “coltivare la resistenza alla traiettoria attuale delle nazioni europee”. In pratica, Washington dichiara di voler lavorare affinché gli equilibri politici interni dei Paesi Ue cambino. Non si limita a registrare che in Europa esistono forze critiche verso Bruxelles; le presenta come interlocutori privilegiati e come strumento per riportare il continente entro una nuova orbita americana.
I governi democraticamente eletti del Vecchio Continente vengono liquidati come élite minoritarie che “calpestano i principi democratici”; i “partiti patriottici europei” sono celebrati come segnale di “grande ottimismo”. È l’abbozzo di una dottrina di cambi di regime in casa dell’alleato storico. Per la prima volta dal 1945, la Casa Bianca codifica in un documento ufficiale l’idea che la stabilità desiderabile per l’Europa passi non dal rafforzamento delle sue istituzioni, ma dalla loro delegittimazione politica.
La cosa più rivelatrice è il tono. Questo testo non assomiglia alle Strategie di Sicurezza Nazionale asciutte e fredde che elencano minacce, priorità, strumenti. Somiglia piuttosto alla piattaforma ideologica di un movimento politico che parla allo stesso tempo a un pubblico interno ed esterno: alla base MAGA in America, alla galassia delle destre radicali in Europa, agli autocrati da imbonire in giro per il mondo. In questo senso segna davvero la fine di un’epoca: la relazione transatlantica nata nel 1945, fatta di fiducia di fondo e di riconoscimento reciproco, viene sostituita da un rapporto asimmetrico in cui l’Europa diventa teatro, non più partner.
Dentro quel che Thomas Friedman chiamerebbe la “macchina” del mondo – i flussi mediatici, digitali, finanziari che ridisegnano la politica – la leva è chiara: usare la forza del sistema americano per spingere l’Europa in una direzione politica più favorevole alla Casa Bianca. Il problema è che quella direzione coincide con il logoramento sistematico delle istituzioni che, con tutti i loro difetti, garantiscono pluralismo e stato di diritto nel continente.
L’Europa come problema: identità, demografia, regimi da cambiare
Il cuore della sezione europea è costruito su tre fili narrativi intrecciati: immigrazione, demografia, architettura istituzionale. È un racconto che chiunque segua la destra trumpiana riconosce subito.
L’immigrazione viene presentata come matrice principale di “trasformazione e conflitto”. I governi europei sono accusati di reprimere l’opposizione e manipolare gli strumenti elettorali. Il quadro tratteggiato nel documento non è lontano dalla caricatura che certi canali vicini al Cremlino propongono ogni sera ai propri spettatori: un’Europa decadente, guidata da élite ostili al popolo, incapace di controllare i confini e la propria identità. “Il presidente francese è gay, la moglie è un uomo e lo picchia”: una battuta che circola tanto negli ambienti trumpiani che sui canali della propaganda russa.
Poi c’è la demografia. La strategia sostiene che alcuni Paesi europei della NATO diventeranno, entro pochi decenni, a “maggioranza non-europea”, e lascia intendere che questo fatto potrebbe ridurne l’affidabilità come alleati. Qui non c’è una dottrina di sicurezza, c’è una teoria etnico-identitaria dell’alleanza: lo status di partner dipenderebbe non tanto dalle istituzioni, dalle capacità militari o dal contributo industriale, ma dalla composizione “etnica” della popolazione. È una linea rossa che la strategia americana non aveva ancora superato e che oggi viene varcata senza esitazioni.
Questo racconto identitario si intreccia con la delegittimazione dell’Unione Europea in quanto tale. Le istituzioni sovranazionali sono descritte come apparato “soffocante” che spegne libertà e talento, allontana i Paesi dalla loro presunta “vera civiltà” e li rende dipendenti da burocrazie distanti. L’Europa non appare come parte della soluzione ai problemi globali, bensì come fonte principale di instabilità.
Qui avviene il rovesciamento più clamoroso rispetto alla tradizione atlantica. La Russia esce dai panni di minaccia centrale per la sicurezza europea. Il concetto di deterrenza – il mattone su cui si è retto per ottant’anni l’equilibrio strategico – scivola in secondo piano. Al suo posto entra la formula rassicurante della “stabilità strategica” con Mosca, quasi che la guerra di aggressione contro l’Ucraina fosse un incidente da archiviare a costo di un compromesso qualsiasi.
Mentre Putin resta impegnato in una guerra di annientamento contro uno Stato sovrano, il documento sposta il fuoco. L’anomalia da gestire diventano i governi europei che sostengono Kyiv, difendono l’allargamento della NATO, investono in politiche climatiche e regolano i mercati digitali. In altre parole: la nuova dottrina americana identifica nella combinazione Unione Europea più democrazie liberali la variabile da correggere.
Se si scorre fino in fondo la parte dedicata all’Europa, il quadro operativo si chiarisce. Gli obiettivi dichiarati sono costruire un rapporto stabile e pacificato con la Russia; favorire un’Europa fatta di nazioni meno integrate e più gelose delle loro sovranità; frenare ulteriori allargamenti della NATO; ampliare l’accesso dei prodotti americani ai mercati europei; stringere relazioni privilegiate con l’Europa orientale e meridionale attraverso armamenti, scambi economici e penetrazione culturale; sostenere in modo esplicito l’opposizione interna contro le attuali classi dirigenti europee.
Messi in sequenza, questi tasselli compongono un disegno coerente: un’Europa politicamente frammentata, commercialmente più aperta agli interessi americani, militarmente più esposta, guidata da partiti ultranazionalisti che condividono con il trumpismo la stessa grammatica identitaria e la stessa indulgenza verso l’autoritarismo russo.
In questo contesto, i “pupazzi prezzolati” (come li definì Draghi) che si accodano a Trump e a Putin – spesso a giorni alterni – assumono un ruolo chiaro nella macchina. Sono amplificatori di un messaggio scritto altrove. Predicano un sovranismo di facciata, agitano bandiere e slogan, mentre aprono il varco a un’etero-direzione politica che ridurrebbe la reale sovranità degli europei sul proprio destino. Sono sintomo e strumento della nostra debolezza strategica: fragilità culturale, paura demografica, dipendenza militare.
Fine dell’illusione atlantica: oggi il vero sovranismo è l’europeismo
A questo punto la tentazione è cedere a un riflesso semplicistico: “Gli Stati Uniti sono diventati un nemico dell’Europa”. Sarebbe un errore di lettura. Il documento esprime la linea di un’amministrazione e del blocco politico che la sostiene; l’America resta un Paese molto più complesso. Il Congresso, il Pentagono, le agenzie di intelligence, il mondo scientifico e industriale non si muovono in un unico coro. Esistono culture politiche americane che vedono nell’Unione un pilastro essenziale di stabilità e non un problema da smantellare.
Ed è proprio qui che la situazione si fa, allo stesso tempo, più rischiosa e più interessante. Perché la verità scomoda è un’altra: l’Europa ha vissuto per decenni dentro un’illusione atlantica. Si è convinta che l’ombrello americano fosse una costante di natura, qualcosa di dato una volta per tutte. Ha discusso all’infinito di regole di bilancio e di procedure, di curvature dei cetrioli e di motori elettrici, delegando altrove l’architettura della propria sicurezza.
La nuova strategia manda un messaggio che va preso alla lettera: quella stagione è finita. L’amministrazione Trump, nella versione codificata in questo testo, non guarda più all’Unione come a un alleato da rafforzare. La considera una regione da trasformare. Il conflitto russo in Ucraina diventa un dossier da “chiudere” con una stabilizzazione qualsiasi; la priorità è liberare risorse e attenzione per altre partite globali (oltre che lasciare che i vari Witkoff e Kushner si mettano a fare affari a Mosca e dintorni). Il rischio è evidente: un compromesso imposto su Kyiv, costruito sopra la testa degli ucraini e degli europei, destinato a congelare le conquiste territoriali di Putin e a spostare ancora più a ovest la linea dell’insicurezza.
Da qui in avanti, la sicurezza europea dipenderà dalla rapidità con cui sapremo cambiare mentalità. L’Unione deve smettere di presentarsi come osservatore preoccupato di fronte a una trattativa in cui altri definiscono i parametri. Deve costruire un proprio spazio strategico, usando tutte le leve disponibili: diplomazia, commercio, capacità militari, intelligence, tecnologia. Difendere l’Ucraina significa anche rafforzare la base industriale della difesa, coordinare produzione e acquisto di munizioni, mettere in sicurezza infrastrutture energetiche e digitali, sviluppare una politica comune verso il Mediterraneo e l’Africa che non sia solo reazione alle crisi, ma proposta di sviluppo.
In questo quadro, il sovranismo di cartone che riempie le piazze digitali europee appare per quello che è: una retorica di dipendenza. Urla di nazione, ma si appoggia all’ombrello americano per la difesa e a forniture autoritarie per l’energia. L’alternativa non è rifugiarsi in una nostalgia impotente dell’Atlantico che fu, né immaginare improbabili autarchie nazionali. L’alternativa è una sovranità europea finalmente presa sul serio.
Tradotto: oggi il vero sovranismo necessario è l’europeismo. Vuol dire che chi ha a cuore la sovranità italiana, francese, tedesca, polacca deve impegnarsi per costruire una capacità comune europea. Capacità di decidere, difendersi, negoziare. Vuol dire rimettere mano agli assetti dell’Unione per renderla più politica, meno paralizzata dai veti, più rapida nelle crisi. Significa anche ridefinire il rapporto con Washington: da rapporto protettore–protetto a rapporto tra alleati adulti che sanno di avere interessi in parte condivisi e in parte no.
La strategia americana ci mette davanti a uno specchio spiacevole. Vediamo un’Europa percepita come fragile, divisa, permeabile ai nazionalismi di ritorno. Possiamo indignarci per le caricature di Bruxelles, oppure possiamo usare quello specchio come strumento di lavoro. Il mondo intorno a noi è già fatto di blocchi continentali e potenze autoritarie che non aspettano. Restare terreno di contesa significa diventare oggetto delle strategie altrui.
Fare dell’Europa un polo autonomo – democratico, aperto, ma capace di deterrenza e di iniziativa – è la sfida politica ed esistenziale dei prossimi anni. È il modo concreto per rispondere a una strategia americana che ci vede come problema. Non con un atto d’accusa sterile, bensì con una decisione di maturità: se vogliamo restare padroni della nostra storia, quell’Europa più forte e più unita di cui parliamo da decenni non è più un capitolo di libri bianchi. È un’urgenza strategica. E sì, in questo tempo strano, europeismo è la parola nuova per dire sovranità.
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