Una cronaca di quattro Americhe

Andrea Maniscalco
11/06/2026
Appunti di Viaggio

Appunti sparsi da un viaggio tra California e New York. Non un’analisi, non una ricerca accademica, semplicemente alcune cose che mi hanno colpito attraversando città che, sulla carta, appartengono allo stesso Paese ma che nella realtà sembrano mondi diversi.

Sono tornato dagli Stati Uniti da pochi giorni e, come ogni volta che ci vado, mi sono portato a casa più domande che risposte. C’è una cosa che continuo a pensare ogni volta che sento parlare dell’America in Italia: spesso discutiamo degli Stati Uniti come se fossero un’entità unica, quasi un personaggio. L’America fa questo, l’America pensa quello. Poi ci vai davvero e ti accorgi che tra una città e l’altra esistono differenze enormi, non solo politiche ma culturali, sociali e persino nel modo in cui le persone vivono gli spazi pubblici.

San Francisco, la città dove il degrado è diventato parte del paesaggio


San Francisco è probabilmente il posto che mi ha colpito di più, nel bene e nel male. Perché è una città bellissima. E non lo dico per modo di dire. Ci sono scorci che sembrano irreali, il Golden Gate che emerge dalla nebbia, le colline, le case vittoriane, la baia. È una di quelle città che ti ricordano perché gli Stati Uniti continuino ad avere una capacità straordinaria di affascinare il resto del mondo. Eppure è anche la città dove ho visto il degrado più evidente.

Una sera io e i miei amici siamo andati nel Mission District perché volevamo mangiare messicano. Ci avevano detto che era una delle zone migliori della città per quel tipo di cucina. Cinque minuti dopo essere scesi dal nostro Uber ci siamo imbattuti in una scena che, francamente, non mi aspettavo di vedere in una delle città più ricche e importanti del pianeta. C’era quello che sembrava a tutti gli effetti un mercato improvvisato di merce rubata. Biciclette, telefoni, vestiti, oggetti di ogni tipo appoggiati sul marciapiede. Quasi tutti quelli che vendevano sembravano essere tossicodipendenti. Non voglio fare diagnosi a nessuno, ma chiunque abbia visto le immagini del fentanyl negli Stati Uniti riconosce immediatamente certe situazioni.

A un certo punto è arrivato un poliziotto e nel giro di pochi secondi il mercato si è dissolto. Letteralmente. Ognuno ha preso le proprie cose e si è disperso nelle strade vicine. Noi siamo rimasti lì a guardarci intorno cercando di capire cosa fosse appena successo e pochi istanti dopo un uomo si è messo tranquillamente a urinare contro una cassetta delle lettere. Non era tanto l’episodio in sé a colpirmi. Era la sensazione che nessuno sembrasse particolarmente sorpreso.

Questa è probabilmente la cosa che mi porto via da San Francisco. Non il degrado, che esiste in tante città del mondo, ma la sua normalizzazione. E da osservatore europeo faccio fatica a capire come una parte della politica locale possa continuare a considerare secondari problemi che appaiono così evidenti a chiunque passi qualche giorno in città. Poi magari è una percezione superficiale, magari vivendo lì si capirebbero meglio certe dinamiche, però è stata un’impressione molto forte.

Los Angeles, il sogno californiano finisce dopo il tramonto


Los Angeles mi ha dato sensazioni simili, anche se in modo diverso. Los Angeles è una città che sembra vivere costantemente tra due estremi. Da una parte ci sono posti come Malibu, che credo sia uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Le ville affacciate sul Pacifico, le spiagge, le scogliere. È esattamente la California che uno immagina quando pensa alla California.

Dall’altra parte ci sono situazioni che sembrano appartenere a un’altra realtà. L’esempio che mi è rimasto più impresso è Venice Beach. Di giorno è piena di turisti, famiglie, surfisti, persone che fanno sport. È un posto piacevole, vivace, quasi inevitabile da visitare se si passa da Los Angeles.

Poi però ci siamo tornati dopo il tramonto e sembrava davvero un altro quartiere. Molti passanti normali erano spariti, mentre erano comparsi senzatetto, persone evidentemente sotto effetto di droghe e una sensazione generale di degrado che poche ore prima non c’era. Non sto dicendo che fosse una zona di guerra, perché non lo era. Però mi ha colpito la rapidità con cui il contesto potesse cambiare.

Anche qui il contrasto è costante. La California continua ad essere una delle economie più dinamiche e innovative del pianeta, ma alcune delle sue città sembrano aver perso la capacità di garantire standard minimi di decoro e ordine pubblico in determinate aree. Ed è proprio questo contrasto, più ancora del degrado stesso, che colpisce chi arriva dall’Europa.



San Diego, l’America moderata esiste ancora


Dopo San Francisco e Los Angeles, San Diego è stata quasi una sorpresa. In Europa si parla continuamente della California come se fosse una realtà uniforme, ma San Diego mi è sembrata molto diversa. Più tranquilla, più ordinata, più normale. È difficile spiegare cosa intendo con questa parola, ma credo sia quella giusta. Si ha la sensazione di una città che funziona. Non perfetta, ovviamente, ma funzionante.

Anche politicamente ho avuto un’impressione diversa. San Diego viene spesso considerata una città democratica, e lo è, ma non mi ha dato l’impressione di essere dominata da quel clima ideologico che spesso associamo alle grandi città della costa occidentale. Allo stesso modo, i repubblicani della zona sembrano generalmente molto moderati. Da europeo ho avuto la sensazione di trovarmi in una delle poche aree degli Stati Uniti dove esiste ancora una larga fascia di persone che non vive la politica come una guerra religiosa.

Probabilmente è anche per questo che San Diego mi ha lasciato un’impressione positiva. Non perché sia perfetta, ma perché sembra conservare un equilibrio che in altre città americane appare sempre più difficile da trovare.

La Jolla e Coronado, quando la qualità della vita non è un lusso, ma un privilegio


Onestamente, se qualcuno mi chiedesse quale sia il posto più bello che ho visto durante il viaggio probabilmente citerei La Jolla o Coronado. Camminando per le loro strade si ha quasi l’impressione di trovarsi in una versione idealizzata della California. Tutto è pulito, ordinato, curato. Non ho visto tende, non ho visto sporcizia, non ho visto le situazioni che avevo osservato pochi giorni prima a San Francisco.

C’è poi un episodio che probabilmente ricorderò più di tanti altri. Appena arrivati sulla spiaggia di Coronado avevamo visto alcuni campi da beach volley e ci era venuta l’idea di fare due palleggi. Dopo pochi minuti siamo stati avvicinati da un gruppo di ragazzi americani che ci ha chiesto se volessimo fare una partita contro di loro. Può sembrare una sciocchezza, ma in quel momento ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una scena di un film americano. Stavamo giocando a beach volley con ragazzi conosciuti cinque minuti prima, su una spiaggia enorme affacciata sul Pacifico, con le palme, il celebre Hotel del Coronado sullo sfondo e un tramonto che sembrava costruito apposta per una cartolina. Sono quei momenti che difficilmente finiscono nei dibattiti politici sull’America, ma che aiutano a capire perché questo Paese continui ad esercitare un fascino particolare su milioni di persone.

Ovviamente c’è una spiegazione molto semplice: sono posti estremamente ricchi. Le case costano cifre fuori dalla portata della maggior parte delle persone. Sarebbe ingenuo ignorarlo. Però il contrasto era talmente evidente che era impossibile non notarlo.

La domanda che mi sono fatto più volte passeggiando tra Coronado e La Jolla è se davvero il degrado urbano sia inevitabile oppure se, più semplicemente, ci siano comunità che pretendono standard elevati e amministrazioni che riescono a garantirli. Non ho una risposta definitiva, ma dopo aver visto certe differenze nel giro di pochi giorni è difficile non porsi la domanda.

New York, la capitale del mondo che sembra vivere sul filo del caos


L’ultima tappa è stata New York. E New York, come sempre, è New York.

Forse sarò controcorrente, ma è probabilmente la città che mi ha convinto meno delle quattro. Rimane uno dei grandi centri del mondo, questo è indiscutibile. Manhattan continua a trasmettere una sensazione di potenza economica e culturale che poche città possono eguagliare. Basta guardare lo skyline da Lower Manhattan per capire perché continui a essere il centro finanziario dell’Occidente.

Però ho trovato una città molto più degradata di quanto immaginassi. Le metropolitane, in particolare, mi hanno colpito negativamente. Molte infrastrutture sembrano invecchiate male e il disagio sociale è visibile praticamente ovunque.

In alcuni momenti ho avuto quasi una sensazione distopica. Non perché New York sia una città fallita, tutt’altro. Ma perché il contrasto tra la sua enorme importanza globale e certi problemi quotidiani è davvero difficile da ignorare. È una città che continua a esercitare un fascino enorme, ma che allo stesso tempo sembra portarsi addosso il peso di decenni di problemi mai davvero risolti.

Quattro città, quattro Americhe


Dietro la parola “America” si nascondono realtà che spesso non si assomigliano nemmeno tra loro.

Alla fine del viaggio mi sono convinto ancora di più che parlare dell’America al singolare abbia poco senso. Esiste la San Francisco della Silicon Valley e quella del fentanyl. Esiste la Los Angeles delle ville di Malibu e quella del degrado di Venice Beach dopo il tramonto. Esiste la San Diego moderata e pragmatica. Esistono La Jolla e Coronado, che sembrano quasi un altro pianeta. Ed esiste New York, che continua a essere contemporaneamente una delle città più influenti e una delle più contraddittorie del mondo.

Non so se queste osservazioni abbiano un particolare valore politico. Probabilmente no. Sono semplicemente le impressioni che mi sono portato a casa. Però credo che viaggiare serva anche a questo: a ricordarci che la realtà è quasi sempre più complicata degli slogan con cui proviamo a raccontarla.