Un canestro pieno di parole: dieci anni dalla morte di Marco Pannella

Rosario Scognamiglio
19/05/2026
Appunti di Viaggio

Guitto; istrione; provocatore; narcisista; sterminatore di bambini; fuorilegge del matrimonio; omosessuale; drogato. Con questa violenza verbale la politica e l’informazione italiana hanno descritto per decenni Giacinto, detto Marco, Pannella, mentre il fondatore del Partito Radicale dava corpo alle idee e denunciava le reiterate violazioni del diritto da parte del sistema istituzionale italiano.

A dieci anni dalla sua morte, santificarlo o, peggio, imbalsamarlo in una nostalgica operazione di amarcord è una bestemmia laica verso ciò che ha rappresentato per il Paese. Ancora più grave sarebbe tentare di pontificare su una presunta “eredità” lasciata: significherebbe vanificare l’impeto di quel fiume di parole che ci avvertiva di diffidare dei saggi, dei testi più o meno sacri e dalle ideologie. Pannella non era un nuovo Zarathustra che scendeva dalla montagna per annunciare la “novella rivelatrice” della morte di Dio a un’umanità distratta. Non portava tavole della legge né favoleggiava di rivoluzioni messianiche. Non annunciava nulla che non fosse già sotto i nostri occhi. Obbligava, con il suo corpo, a scrostare le piaghe morali di una società che preferiva marcire nel decoro piccolo-borghese, piuttosto che vivere nel Diritto e in-amore per il Diritto. Non era un profeta in cerca di fedeli; era un perturbatore che obbligava il potere a guardare l’abisso della propria ipocrisia.

Il potere lo ha sempre scagliato dalle mani; sovente ripeteva che «il potere è per gli impotenti» e lo ha dimostrato sia nella sua vita politica di partito — rifiutando ruoli dirigenziali: fu segretario del Partito Radicale solo dal 1963 al 1967 — sia nel privato. In un’intervista del 1980, durante il programma di Gianni Minoli, Mixer, concluse dicendo: «Quella forza politica che parla delle notti e dei giorni, dei letti e dei parlamenti… e se lì non c’è il dialogo, non c’è amore, senza ruoli, non ci può essere un radicale che possa andare avanti». Il personale era politico per Pannella: il dialogo, l’amore, le carezze e gli amplessi più privati gli apparivano tanto più pubblici quanto più politici voleva farli apparire. Questo è il caso delle due grandi battaglie radicali e socialiste vinte nell’Italia a cavallo degli anni ’60 e ’70, ovvero l’aborto e il divorzio.

Le miserie quotidiane vissute dalle donne e stigmatizzate sul loro corpo divennero verità pubblica di una violenza di Stato. Quelle vittorie, sancite con il voto popolare referendario, non furono una “rivoluzione”, bensì la consapevolezza collettiva di una società che non voleva più accettare una violenza abusatrice istituzionalizzata. Infatti, il leader radicale ripeteva spesso che quei referendum furono vinti grazie alle «sagge donne anziane» del Sud Italia, che ben conoscevano la sofferenza delle più giovani costrette alla tortura dell’aborto clandestino. Ai rivoluzionari, preferiva i capelloni anfetaminizzati, i sottoproletari, i cecoslovacchi della Primavera e ideali antichi come il secolo dei Lumi e la centralità della donna e dell’uomo.

Proprio mentre l’Italia sprofondava nel gorgo della violenza politica, durante gli anni di piombo, stretta tra la P2 e le P38, Pannella sceglieva di abitare un’altra dimensione della forza. In un Paese che rispondeva al terrore con le leggi speciali e l’irrigidimento autoritario dello Stato, lui opponeva il corpo nudo della nonviolenza. Era una sfida frontale: la nonviolenza radicale era l’unica tecnologia politica capace di mandare in cortocircuito la “geometria della morte” che contrapponeva il terrorismo rosso e nero alla repressione istituzionale. L’uso del digiuno, della disobbedienza civile e del dialogo con il “nemico” — persino con chi imbracciava le armi — non era un vezzo estetico, ma la pretesa di riportare il conflitto sul terreno della vita e del Diritto. La violenza, sia quella rivoluzionaria che quella della ragion di Stato, nasceva dalla medesima matrice: l’annullamento dell’altro. La sua nonviolenza era invece “scandalosa” perché riconosceva l’umano anche nel mostro, costringendo il sistema a non diventare mostruoso per difendersi.



In pieno accordo con il monito di Pasolini — quello di «continuare a scandalizzare» — Pannella spinse l’azzardo al limite: candidò Toni Negri alle elezioni politiche del 1983. Non era l’abbraccio a un’ideologia, ma la denuncia dell’obbrobrio della carcerazione preventiva. Voleva dimostrare che le idee, anche se sbagliate, non possono essere processate e che un uomo non può marcire in cella in attesa di un giudizio che non arriva. Da quel corpo “eccellente” la lotta si spostò a quello dei detenuti anonimi, trasformando la battaglia per l’Amnistia nell’unica via per ridare legalità a uno Stato che, violando i propri codici e i principi costituzionali che esso stesso si era dato, aveva trasformato le carceri in università del crimine, condannando a una spirale inesorabile di violenza sia le vittime che gli stessi carnefici.

Pannella aveva intuito che il nuovo millennio richiedeva una rottura radicale: non più una politica delle nazioni, ma una politica oltre la nazione. La svolta del Partito Transnazionale del 1988 non fu un vezzo intellettuale, ma la traduzione pragmatica del Manifesto di Ventotene. Gli Stati Uniti d’Europa non erano un’architettura per banchieri, ma l’unico spazio politico capace di sottrarre la dignità dell’individuo — le sue carezze, i suoi amplessi — all’arbitrio dei piccoli tiranni domestici.

Nel suo ultimo congresso radicale del 2015, Pannella lanciò l’ultima sfida: il Diritto umano alla Conoscenza. Aveva capito che nel nuovo millennio la dittatura non sarebbe passata solo per le manette e per la violenza fisica, ma per l’opacità, per la negazione del sapere, per l’impossibilità del cittadino di conoscere come e perché il potere delibera. «Conoscere per deliberare» non era più solo un motto einaudiano, ma un’emergenza democratica globale. Senza la trasparenza del potere, il cittadino torna a essere suddito, e il Diritto una formula vuota.

Oggi, l’assenza di Marco è una forma prepotente di presenza

Una presenza che vivere attraverso il suo metodo, ora che la violenza politica riaffiora come grammatica del confronto politico. Dissentire non riguarda la legittimità del dissenso, sale della democrazia, ma le forme e i metodi con cui si esprime. Se è vero che i mezzi prefigurano i fini, riaffermare la legalità è una necessità di sopravvivenza. Perché dove c’è strage di Diritto, prima o poi, ci sarà strage di popoli.

E se il più grande delitto è starsene con le mani in mano, oggi non si può rimanere fermi dinanzi a quel canestro pieno di parole. È lì, a portata di mano: basta avere il coraggio di metterci la mano dentro, tirarle fuori e tornare a scuotere, con il corpo e con il diritto, questa nostra democrazia addormentata.