L’UE del “vorrei ma non posso”: il Mercosur in tribunale e il trionfo del cortile populista
Mentre il resto del mondo corre e i blocchi geopolitici si ricompattano con una velocità che non ammette distrazioni, l’Unione Europea decide di farsi un altro giro di valzer nei corridoi polverosi della burocrazia. La decisione del Parlamento Europeo di rinviare l’accordo con il Mercosur alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) non è un atto di prudenza legale, né una necessaria verifica di compatibilità: è il certificato di morte della geopolitica comunitaria. È la vittoria della “melina” parlamentare, il trionfo di una classe dirigente che preferisce la sicurezza di un timbro burocratico all’incertezza di una visione strategica.
La politica del “non possiamo”: l’outsourcing della responsabilità
Buttare la palla in tribuna — o meglio, nelle aule di Lussemburgo — è l’ultimo rifugio di una classe politica che ha smarrito la propria missione. Il Parlamento Europeo ha ufficialmente abdicato al suo ruolo. Invece di decidere sul futuro commerciale e strategico del continente, assumendosi la responsabilità di un “sì” ambizioso o di un “no” coraggioso, Bruxelles ha scelto il limbo.
Si chiama immobilismo procedurale: è l’arte di nascondersi dietro un parere legale che richiederà mesi, se non anni, pur di non dover affrontare le piazze, i mercati o, peggio ancora, la propria coerenza. È una paralisi decisionale travestita da scrupolo tecnico, un modo elegante per dichiarare che l’Europa non è più un attore in grado di governare i processi mondiali, ma un semplice spettatore che si rifugia nei codicilli. Mentre i giudici sfoglieranno i fascicoli, il mondo continuerà a girare, ignorando un continente che ha trasformato la propria democrazia in una catena di montaggio di ritardi.
Il paradosso geopolitico: servire il Sudamerica alla Cina
Mentre noi ci interroghiamo sulla conformità delle virgole, i nostri competitor non perdono tempo. L’espansione dei BRICS non è più una proiezione statistica, ma una realtà che sta ridisegnando le rotte del potere mondiale. Rinviare l’accordo con il Mercosur significa, di fatto, appendere un cartello con scritto “Chiuso per burocrazia” sopra un mercato di oltre 260 milioni di persone.
Il risultato è un suicidio assistito della nostra influenza. In politica estera il vuoto non esiste: ogni centimetro di spazio che l’Europa cede per ignavia viene istantaneamente occupato. Mentre Bruxelles firma ricorsi, Pechino firma assegni e contratti di infrastrutture, legando a sé il destino economico dell’America Latina per i prossimi decenni. Stiamo spingendo il Brasile e l’Argentina tra le braccia del Dragone su un piatto d’argento, tutto per non disturbare il sonno di chi teme il confronto con il mercato globale. La storia ricorderà questo rinvio come il momento in cui l’Europa scelse di essere un museo invece che una potenza.
L’Internazionale dell’immobilismo: l’asse Lega-M5S
Ma il vero “capolavoro” della giornata di voto si è consumato nelle fila della delegazione italiana. In un commovente quanto grottesco ritorno di fiamma, Lega e Movimento 5 Stelle si sono ritrovati uniti nel votare per il rinvio. Un “asse giallo-verde” in versione Strasburgo che marcia compatto verso l’irrilevanza internazionale, riscoprendo un’intesa che sembrava sepolta dai tempi del primo governo Conte.
Il M5S conferma la sua natura di “burocrate del no”. I paladini della democrazia diretta, quelli che volevano “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, oggi si rifugiano nella tecnocrazia giudiziaria. Sperano che siano i giudici della Corte di Giustizia a togliere loro le castagne dal fuoco, evitandogli di dover spiegare agli elettori perché un partito che si dice “progressista” preferisca l’isolazionismo allo sviluppo coordinato con partner democratici. È il populismo del dubbio perenne, dove non decidere è l’unica forma di sopravvivenza politica rimasta.
La Lega e il “sovranismo da spiaggia”
Ma è sulla Lega che il sarcasmo rischia di farsi amara rassegnazione. Il partito che sventola quotidianamente la bandiera del “Made in Italy” ha votato contro l’accordo che eliminerebbe dazi su oltre il 90% delle nostre merci, spalancando le porte alle eccellenze della nostra meccanica, del design e dell’agroalimentare di qualità. Perché? Perché, secondo la loro narrazione, la protezione passa per la chiusura.
È il sovranismo delle piccole cose: la Lega fa la voce grossa contro i trattati internazionali, contro l’Euro (a fasi alterne) e contro il MES (per pura bandiera ideologica), ma diventa minuscola e servile quando si tratta di toccare i privilegi di tassisti e balneari. Sono i giganti della retorica anti-Bruxelles che però si barricano dietro i privilegi di corporazioni che bloccano il Paese da decenni. Difendono ferocemente il bagnasciuga di Cervia e la licenza bloccata del taxi di Roma, ma affossano l’industria esportatrice del Nord che è il vero motore economico della nazione. Per il Carroccio, la sovranità non è la capacità dell’Italia di pesare nel mondo, ma la difesa di un’economia immobile, fatta di concessioni polverose e rendite di posizione.
L’ipocrisia degli standard e il Labirinto di Dedalo
Il rinvio viene presentato come una nobile difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Chiamiamolo col suo nome: protezionismo agricolo mascherato da virtù. È intellettualmente disonesto usare la Corte di Giustizia per risolvere nodi che sono puramente economici e politici. Se l’UE applicasse questo presunto rigore morale a tutti i suoi scambi, dovremmo smettere di importare gas, petrolio e terre rare da tre quarti dei nostri attuali partner. Invece, si preferisce fare un regalo alle lobby agricole più retrive, sacrificando sull’altare del consenso immediato le opportunità per le nostre imprese più innovative.
Chi vorrà più sedersi a un tavolo con l’Unione Europea in futuro?
Dopo vent’anni di negoziati estenuanti, finire nel limbo dei ricorsi è un insulto alla diplomazia internazionale. L’Europa appare oggi come un partner inaffidabile, intrappolato nei propri veti incrociati e nelle proprie procedure bizantine. Siamo diventati un Labirinto di Dedalo: i trattati vi entrano vivi, carichi di promesse, e ne escono anni dopo sotto forma di polvere burocratica, mentre i nostri partner hanno già cambiato numero di telefono.
Con la decisione di oggi, il Parlamento Europeo non ha protetto gli standard dei cittadini: ha semplicemente confermato che l’Unione è diventata un gigante dai piedi di argilla, incapace di muoversi per paura di inciampare sui propri stessi cavilli. E l’Italia, rappresentata da chi sogna un Paese chiuso in un recinto tra un ombrellone e una corsa in taxi, rischia di essere la prima vittima di questo suicidio collettivo.
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