L’Islanda al referendum per l’Europa: che problema c’è?

Nanni Schiavo
05/08/2026
Frontiere

Il ritrovato magnetismo per Bruxelles e le ambizioni artiche di Donald Trump, ma la sovranità sulle risorse del mare resta ancora l’ostacolo principale.

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Il 29 agosto l’Islanda tornerà alle urne per una domanda che divide il Paese dal 2009 o dal 2013, ma la posta in gioco non è mai stata così alta. Il referendum per riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea è una scelta sul posto che Reykjavík vuole occupare nel mondo.

Le spinte geopolitiche: Trump, la Groenlandia e l’Artico

Il vero acceleratore è da cercarsi nelle politiche dei dazi di Donald Trump – con nuove tariffe del 15% su vari prodotti islandesi – che hanno reso evidente la vulnerabilità dell’Islanda alle decisioni unilaterali altrui. A questo si aggiungono le ambizioni di Washington sulla vicina Groenlandia. Per noi è lontana la Groenlandia, per gli islandesi invece è molto vicina.

In un’area artica in pieno riarmo, dove si apre la corsa alle nuove rotte settentrionali e alle risorse marine, l’idea che l’Islanda possa continuare semplicemente “stando in mezzo” tra Stati Uniti ed Europa appare sempre meno sostenibile.

Il messaggio del governo allora è che l’UE non è più solo un mercato, ma un moltiplicatore di peso politico. Solo partecipare all’UE può garantire all’Islanda una “massa sufficiente” nella competizione per il controllo dell’estremo Nord.

Il voto del 29 agosto serve anche al governo per chiudere una disputa che polarizza l’opinione pubblica da tempo, trasformando una questione di politica estera in una grande operazione di politica interna. Da una parte si propone l’integrazione per proteggere i redditi, dall’altra l’isolamento per proteggere le reti da pesca.

Il referendum non chiederà semplicemente agli islandesi cosa pensano di Bruxelles, ma obbligherà il Paese a scegliere quale vulnerabilità affrontare per prima: quella internazionale in un mondo in tempesta, o quella nazionale legata alla sovranità sulla pesca.

Il fattore economico e il bisogno di stabilità, accesso rapidissimo alla EU

La campagna per il “sì” fa leva su due argomenti molto concreti per le famiglie islandesi: inflazione e costo della vita. Il governo di centrosinistra sta cercando di capitalizzare una finestra di opinione pubblica più favorevole a un ancoraggio europeo per sfuggire alla volatilità dei prezzi.

In un’economia di piccola scala come quella dell’Islanda, profondamente dipendente dall’export e dal turismo, il valore della corona islandese (la króna)incontra ben presto i suoi limiti. Una prospettiva di discussione sull’Euro è l’unico argine contro le fluttuazioni economiche e il rischio di isolamento commerciale.

In Islanda, come in Norvegia, si soffre del non aver voce in capitolo nei processi decisionali europei. Al momento Reykjavík viene condizionata profondamente da questi, senza però potervi partecipare democraticamente. In questo il triste destino dei paesi geograficamente in Europa ma non ancora nell’Unione Europea. Ma non tutto il male è venuto per nuocere: l’Islanda potrebbe avere un accesso rapidissimo all’Unione Europea, proprio per il suo corpo normativo già aderente in larghissima parte agli standard continentali.

La pesca e il fantasma delle “cod wars”

Se l’economia attira verso l’Europa, il mare sta in mezzo fra noi e l’Islanda. Nella memoria collettiva del Paese, ogni discorso sull’adesione all’Unione Europea si scontra con il timore di cedere quote di sovranità sulla pesca e sulle risorse ittiche.

In Islanda la gestione delle acque territoriali non è una questione tecnica, ma la definizione stessa di indipendenza nazionale.

È un immaginario forgiato durante le Cod Wars, le tre guerre del merluzzo dal 1958 al 1976 contro il Regno Unito. Pescherecci e guardia costiera islandese affrontarono la Royal Navy a colpi di reti tagliate e speronamenti per imporre l’allargamento della zona di pesca da 4 a 200 miglia nautiche. Quella vittoria navale e diplomatica, ottenuta minacciando di chiudere la strategica base NATO di Keflavík, ha cementato questa idea di “mare illorum” nelle persone.

Per l’elettorato rurale e i critici dell’adesione, l’ingresso nel mercato europeo equivale a consegnare a Bruxelles il controllo su risorse marine per cui l’Islanda ha già combattuto e vinto da sola.

Nonostante questo, da Bruxelles arrivano segnali su possibili esenzioni speciali per Reykjavík durante gli eventuali negoziati, ma la paura di dover condividere le quote ittiche resta il tema più duro da superare.

Alla fine, il referendum dirà se l’Islanda vuole difendere la propria autonomia a tutti i costi, anche restando ai margini dell’Europa, o se preferisce cercare nell’Unione una nuova forma di collaborazione in un tempo così instabile.