L’Islanda oggi: una democrazia-laboratorio ai confini dell’Europa

Nanni Schiavo
30/07/2026
Poteri

Dalla crisi finanziaria del 2008 alla nuova costituzione mai approvata, l’isola ha usato i traumi per sperimentare nuove forme di partecipazione al potere dal basso.

Il 29 agosto i cittadini dell’Islanda dovranno scegliere se rimettere in moto il processo di adesione all’Ue. Non una adesione dunque, i preliminari. Questa la domanda che potrebbe riaprire la partita dell’allargamento a Nord che, in caso di vittoria dell’Europa, sarebbe sottoposta ad un secondo referendum confermativo. L’alternativa per l’islanda è chiudere in modo probabilmente definitivo, in caso di vittoria del no, ogni tentativo di agganciare Bruxelles.

A far da sfondo, un’Islanda già profondamente inserita nello spazio europeo: membro SEE, di Schengen, dell’EFTA, con circa il 70% della legislazione già allineata alle norme UE.

Ieri e oggi dell’Islanda

Cerchiamo di capire come funziona la democrazia islandese, quando nasce, chi decide cosa e perché questo referendum non è una semplice formalità.

L’Islanda come Repubblica nasce da un referendum del 1944. Già territorio danese (come la Groenlandia) quando nel 1940 la Danimarca venne presa dai nazisti l’isola fu occupata prima dal Regno Unito e poi dagli Stati Uniti. Nel Maggio 1944 si tenne il referendum per l’indipendenza dove oltre il 90% degli islandesi votò per sciogliere l’unione con la Danimarca e diventare una Repubblica.

Oggi l’Islanda è un Paese piccolo, con poco meno di 400 mila abitanti, grande quanto Firenze per capirci.

Vanta tuttavia una delle tradizioni parlamentari più antiche al mondo: l’Althing, l’assemblea parlamentare nata già nell’anno 930, oggi è il centro della vita politica del Paese. Attorno a quest’aula di 63 seggi e alla figura del Presidente eletto direttamente dai cittadini si è costruito un sistema che tende a gestire i conflitti con il voto e il compromesso, più che con la rottura.

I 63 deputati sono eletti con un sistema proporzionale che rende inevitabili i governi di coalizione e costringe i partiti a negoziare continuamente. Il Presidente ha poteri limitati ma non solo simbolici, diventando una valvola di sfogo quando la fiducia tra cittadini e politica si incrina.

Una democrazia abituata alle crisi

La storia recente dell’Islanda è scandita da crisi che avrebbero potuto spezzare questo equilibrio e che invece lo hanno trasformato.

Il crollo del sistema bancario nel 2008 è stato un trauma fondativo: nel giro di pochi mesi le tre principali banche islandesi sono collassate, la disoccupazione è aumentata improvvisamente e la fiducia nella politica è precipitata ai minimi.

Proprio il modo in cui l’Islanda ha reagito però – con processi ai banchieri, dimissioni del governo e esperimenti di partecipazione dei cittadini alle scelte politiche – alimenta oggi l’idea di un Paese-laboratorio per la democrazia.

Tra l’autunno 2008 e l’inizio del 2009, davanti al parlamento di Reykjavík, migliaia di persone hanno manifestato battendo pentole e padelle, al ritmo di slogan contro il governo e la finanza. Fu la cosiddetta “rivoluzione delle pentole e padelle” che costrinse alle dimissioni il governo di centrodestra e portò alla sostituzione dei vertici della banca centrale e dell’autorità di vigilanza. In un sistema in cui molti si conoscono personalmente la piazza ha dimostrato che la pressione dal basso può ribaltare equilibri consolidati, trasformando una crisi di fiducia in un cambiamento istituzionale.

La costituente mancata

Dopo il crack finanziario del 2008 l’Islanda tenta un esperimento costituzionale unico: un processo partecipativo che combina un sorteggio fra i cittadini, consultazioni pubbliche online e un’assemblea costituente eletta di 25 membri.

Nel 2012 un referendum consultivo approva la bozza di nuova costituzione con circa due terzi dei voti, indicando chiaramente la volontà di riforma nel Paese. La pratica referendaria in Islanda non è frequente ma quando viene adoperata si tratta spesso di dilemmi morali e politici ad alto tasso di conflitto.

A quel punto la nuova costituzione sembrava fatta, ma il parlamento non ha mai trasformato quel testo in legge. Complice l’opposizione dei partiti conservatori e interessi economici forti, in particolare nel settore della pesca, la riforma si arena e il Paese resta con la carta del 1944.

Per molti è una ferita aperta che condizionerà anche la partita di questo referendum: quella volta la volontà popolare venne ignorata.

Partiti e geografia del potere

Quanto ai partiti l’Islanda resta in mano ad alcune famiglie politiche europee storiche: il Partito Socialdemocratico espressione della Premier Kristrún Frostadóttir da una parte e il Partito dell’Indipendenza di centrodestra liberal-conservatore dall’altra. In mezzo a questi varie formazioni centriste e un partito populista pigliatutto. Fuori dal Parlamento invece altre formazioni di sinistra e verdi e una menzione speciale per il Partito Pirata.

Dopo la crisi del 2008 una parte dell’elettorato ha cercato risposte fuori dai partiti tradizionali, sostenendo movimenti nati su singole cause e costringendo l’intero sistema a confrontarsi con una domanda crescente di trasparenza. Ad oggi poco rimane di quell’esperienza politica.

Islanda, un laboratorio per la scelta europea

Mettere insieme questi tasselli – il vecchio parlamento medievale, il presidente come figura di garanzia, le coalizioni obbligate, i movimenti di piazza, la costituente mancata, i referendum precedenti – significa guardare all’Islanda come a una democrazia che ha già attraversato scelte traumatiche e ne ha fatto un laboratorio politico.

Il colpo del 2008 ha mostrato che il Paese può decidere di non salvare le banche a ogni costo, piuttosto processarne i responsabili e coinvolgere direttamente i cittadini nella riscrittura delle regole.

Da questa memoria di crisi, di piazze e di referendum nasce la nuova domanda sull’Europa: gli islandesi sanno che un voto popolare può cambiare la direzione del Paese, ma anche che il Parlamento avrà l’ultima parola sul modo in cui quel mandato verrà scritto nelle leggi.

Europa, una battaglia trasversale agli schieramenti

Il posizionamento pro/contro UE non si riduce semplicemente a destra-sinistra, in mezzo passano linee di frattura reali. La questione Europa taglia in modo trasversale il sistema politico: il posizionamento pro/contro UE incrocia sovranità, pesca, finanza e rapporto con le élite più che il classico schema destra/sinistra.

Una parte della sinistra socialdemocratica vede l’UE come ancoraggio alla stabilità economica e politica dopo il trauma del 2008, mentre pezzi della sinistra “movimentista” e rurale temono Bruxelles come una tecnocrazia eurocrata-burocrata comunque troppo lontana.

Nel centrodestra, l’euroscetticismo è la solita forma di miopia in nome della sovranità nazionale, soprattutto sulle risorse di pesca e sulle politiche macroeconomiche, ma una parte del centrodestra liberale vede un’occasione nei vantaggi del mercato unico.

A dividere non è solo la politica: pesano molto di più la collocazione sociale (pescatori, agricoltori, lavoratori del turismo, élite finanziarie) e quella geografica (città costiere integrate nei flussi globali da una parte, aree rurali interne dall’altra). Approfondiremo più avanti.

Cosa dicono i sondaggi

I sondaggi più recenti restituiscono un paese diviso, con un leggero vantaggio per la riapertura del negoziato europeo ma senza una maggioranza solida. Il dato più significativo non è tanto il margine, quanto l’alta volatilità dell’elettorato e la quota ancora rilevante di indecisi, segno che la questione europea resta sensibile.

In questo contesto, oltre che un voto sull’Unione europea in sé, il referendum rischia di diventare un test sulla fiducia nelle istituzioni e sulla direzione futura del modello economico islandese. Il sostegno all’adesione tende a concentrarsi nelle aree urbane e tra i settori più integrati nell’economia globale, mentre lo scetticismo è più forte nelle comunità legate alla pesca e nelle aree rurali. Un film che abbiamo già visto.