Dopo quattro anni al governo, la colpa è ancora degli altri

dopo quattro anni governo
Eriseld Zeneli
29/09/2026
Poteri

Il governo celebra il record di durata, ma il deficit resta sopra la soglia europea, l’inflazione torna a correre e i salari non hanno recuperato il potere d’acquisto. La stabilità conta solo se migliora la vita delle persone.

C’è un momento, nella vita di ogni esecutivo, in cui non è più possibile governare come se si fosse ancora all’opposizione. Dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, per Giorgia Meloni quel momento è arrivato da tempo.

Nel mese in cui la maggioranza ha celebrato il primato di durata del governo nell’Italia repubblicana, la presidente del Consiglio ha rivendicato la stabilità e assicurato di voler arrivare alla fine della legislatura. È un risultato politico che va riconosciuto. Ma proprio la longevità rende meno credibile il riflesso con cui ogni difficoltà viene attribuita all’eredità dei governi precedenti, a Bruxelles, ai giudici, alle opposizioni o ai giornalisti.

Mentre il dibattito pubblico viene trascinato verso l’ennesima emergenza identitaria, l’Italia reale fa i conti con la spesa, le bollette, le visite mediche e stipendi che non hanno recuperato quanto perso negli anni dell’inflazione.

È su questa realtà, non sulla capacità di trovare un nuovo avversario, che si misura il bilancio di un governo.

Il conto pubblico non è ancora chiuso


La notizia arrivata oggi dall’Istat riporta il confronto sul terreno dei fatti. Il deficit del 2025 è stato confermato al 3,1% del PIL, in calo rispetto al 3,4% del 2024 ma ancora sopra la soglia europea del 3%. L’auspicata revisione al ribasso non è arrivata e l’Italia non potrà uscire anticipatamente dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha espresso rammarico e indicato il 2027 come possibile anno di uscita.

Anche gli altri numeri invitano alla prudenza. La crescita del PIL nel 2025 è stata rivista al rialzo, ma solo allo 0,6%. Il debito pubblico ha raggiunto il 137,1% del PIL, 2,4 punti in più rispetto all’anno precedente. La spesa per interessi è rimasta al 3,9% del PIL: quasi 90 miliardi che vengono pagati prima di finanziare sanità, scuola e protezione sociale.

Il miglioramento del deficit è reale e non va negato. Ma non equivale a una vittoria definitiva sui conti, né autorizza una narrazione autocelebrativa. Dopo quattro anni, la responsabilità di un governo è dire con chiarezza quali margini esistano per la prossima legge di bilancio e chi sosterrà il costo delle scelte necessarie.

L’emergenza vera è nel portafoglio


Ad agosto l’inflazione è risalita al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio. L’aumento è stato trainato soprattutto dall’energia, i cui prezzi sono cresciuti del 17,1%. Per i prodotti acquistati più frequentemente, l’incremento ha raggiunto il 4,3%. Sono percentuali che entrano direttamente nelle bollette e nelle spese quotidiane.

Sul lavoro, i dati offrono un quadro più articolato di quello raccontato nei comizi. A luglio gli occupati erano 24 milioni e 370 mila, 307 mila in più rispetto a un anno prima, mentre la disoccupazione era al 5,8%. È un risultato positivo. Ma l’OCSE ricorda che nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani, pur cresciuti dell’1,3% in un anno, restavano inferiori del 6,1% rispetto al 2021: il divario più ampio tra le maggiori economie dell’organizzazione.

Un Paese può avere più occupati e, nello stesso tempo, lavoratori più poveri. Se lo stipendio cresce meno dei prezzi, il record occupazionale non si traduce automaticamente in benessere. È qui che la propaganda incontra il limite della vita materiale.

La sanità che diventa un lusso


Nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a cure mediche necessarie, contro il 6,3% del 2019. Le liste d’attesa sono state la causa principale. La spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha raggiunto il 23,7% del totale, contro una media europea del 14,9%.

Il governo rivendica la nuova piattaforma nazionale di monitoraggio, il Piano 2026-2028 sulle liste d’attesa, oltre mille Case della Comunità aperte e maggiori stanziamenti. Sono interventi che meritano una valutazione sui risultati. Ma la domanda decisiva resta semplice: quanto tempo deve aspettare oggi un cittadino per una visita, un esame o un intervento? Se la risposta continua a dipendere dalla possibilità di pagare, l’universalità del Servizio sanitario nazionale si indebolisce.

La privatizzazione della sanità non richiede un decreto che abolisca il servizio pubblico. Avanza quando, davanti a mesi di attesa, chi può estrae la carta di credito e chi non può rinuncia a curarsi. Lo stesso Giorgetti ha riconosciuto che le famiglie spendono di tasca propria circa 41 miliardi l’anno per la salute. È questa la misura concreta del problema.

L’immigrazione usata come paravento


Quando il costo della vita morde e i servizi pubblici arrancano, nel dibattito politico torna puntualmente l’immigrazione. È il terreno sul quale la distanza tra propaganda e governo appare più evidente.

L’immigrazione è un fenomeno strutturale, alimentato da guerre, demografia e domanda di lavoro. Dopo i circa 105 mila arrivi del 2022 e i 157 mila del 2023, gli sbarchi sono scesi a circa 66 mila nel 2024 e si sono mantenuti su livelli simili nel 2025. Le oscillazioni mostrano quanto i flussi dipendano dalle rotte, dalle crisi internazionali e dagli accordi con i Paesi di transito, non dagli slogan.

Intanto il cosiddetto modello Albania, finanziato con centinaia di milioni e presentato come soluzione esportabile, resta impigliato nel contenzioso giuridico e nella ricerca di una funzione stabile per i centri di Shëngjin e Gjadër. Il governo ora propone di estendere a livello europeo gli hub per i rimpatri nei Paesi terzi. Prima di trasformare un esperimento incompiuto in un modello, servirebbe però un bilancio pubblico di costi, persone effettivamente gestite, rimpatri realizzati e garanzie rispettate.

Stabilità, regole e democrazia


La stabilità è un bene se consente di affrontare problemi che richiedono tempo. Non può diventare un argomento con cui sottrarsi alla verifica dei risultati. Anche per questo lascia perplessi che, mentre la legislatura entra nella sua fase finale, il Senato abbia approvato una nuova legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza per le coalizioni che superino il 42%. Il testo deve tornare alla Camera, ma cambiare le regole del voto alla vigilia delle elezioni espone sempre al sospetto che la stabilità venga cercata nell’ingegneria elettorale più che nel consenso.

C’è poi un problema più generale di qualità democratica. Nel 2026 l’Italia è scesa dal 49° al 56° posto nell’indice sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders. Pressioni politiche, fragilità economica dei media e uso delle azioni giudiziarie contro il giornalismo critico non sono dettagli. Quando l’informazione viene letta soltanto attraverso lo schema amici-nemici, il controllo democratico si indebolisce.

Lo stesso vale per il rapporto con la magistratura e con le istituzioni europee. Le decisioni dei giudici possono essere criticate e le regole di bilancio europee possono essere cambiate. Ma trasformare ogni controllo in un sabotaggio evita la questione principale: se una politica è efficace, sostenibile e compatibile con lo Stato di diritto.

Dopo quattro anni arriva il bilancio


Giorgia Meloni ha vinto le elezioni del 2022 anche perché una parte consistente degli italiani chiedeva discontinuità. È perfettamente legittimo. Proprio per questo, dopo quasi quattro anni, non basta più spiegare che cosa non funzionasse prima. Bisogna mostrare che cosa funzioni meglio oggi.

Gli italiani non pagano la bolletta con le battaglie identitarie. Non prenotano una TAC attaccando un magistrato. Non recuperano il potere d’acquisto discutendo per una settimana dell’ultima polemica costruita sui social. E non escono dalla procedura europea per deficit trasformando lo 0,1% mancante in una congiura contabile.

Il governo ha dalla sua la stabilità, una maggioranza parlamentare e quasi un’intera legislatura. Ha quindi anche la piena responsabilità delle priorità scelte. L’immigrazione va governata, la sicurezza garantita, la difesa finanziata con trasparenza, il debito ridotto senza scaricare il costo sui servizi essenziali. Governare significa scegliere, trovare le risorse e rispondere dei risultati.

Non si può essere contemporaneamente il potere e la protesta contro il potere. Dopo quattro anni, Conte non basta più. Il Superbonus non basta più. Non bastano Bruxelles, i giudici, le opposizioni, i giornalisti e soprattutto non bastano i migranti.

Prima o poi arriva il momento in cui un governo deve smettere di indicare il colpevole e presentare il proprio bilancio. Il dato sul deficit di oggi dice che quel momento non può essere rinviato. Se, dopo quattro anni e un record di durata, per tenere insieme il consenso serve ancora cercare ogni giorno un nuovo nemico, forse il problema non sono più i nemici. Forse il problema è il governo.

Nota sull’autore


Eriseld Zeneli è un funzionario europeo e autore di Controvento. Dall’Albania a Bruxelles: diario di un’Europa possibile.

Scrive di cittadinanza europea, diritti civili, mobilità e integrazione dell’Unione europea.

Le opinioni espresse sono personali e non riflettono il parere ufficiale delle istituzioni dell’UE.