Il paradosso dell’estrema destra, che trasforma le incoerenze in credenziali
C’è qualcosa di quasi affascinante, se non fosse politicamente inquietante, nella capacità dell’estrema destra contemporanea di trasformare la contraddizione in una virtù. Di predicare modelli di società che, se applicati fino in fondo, finirebbero spesso per mettere in discussione la vita, le scelte o i privilegi di chi quei modelli li propone.
Il caso forse più clamoroso è quello di Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland.
Weidel guida un partito che ha fatto della battaglia contro l’immigrazione, contro la cosiddetta “ideologia gender” e in difesa della famiglia tradizionale alcuni dei propri elementi identitari. La stessa AfD definisce ancora la famiglia come composta da “padre, madre e figli”.
Alice Weidel, però, è lesbica. Vive con una donna, Sarah Bossard, nata in Sri Lanka e cresciuta in Svizzera, e insieme crescono due figli. Vive per parte del suo tempo proprio in Svizzera.
Non c’è, naturalmente, alcuna contraddizione nell’essere lesbica, avere una compagna di origine straniera o crescere dei figli. La contraddizione nasce quando si guida un movimento politico che propone per gli altri un modello sociale nel quale la propria famiglia non troverebbe posto.
È come se l’eccezione fosse sempre se stessi.
La stessa singolarità emerge sul terreno del nazionalismo.
Weidel reclama una Germania sovrana, denuncia le dipendenze straniere e combatte l’integrazione europea, ma contemporaneamente propone di ricostruire un rapporto privilegiato con la Russia di Vladimir Putin. Nel giugno 2026 ha sostenuto apertamente la necessità di tornare ad acquistare petrolio e gas russo e di porre fine al boicottaggio energetico di Mosca. I rapporti dell’AfD con la Russia sono diventati tanto controversi che in Germania esponenti della maggioranza hanno accusato il partito di comportarsi come una sorta di “quinta colonna” del Cremlino.
Sovranisti, dunque. Purché la sovranità da difendere non entri in conflitto con gli interessi di Mosca.
L’antica contraddizione dell’estrema destra
In realtà non è una novità.
Il nazismo costruì un’intera mitologia sulla purezza, sulla perfezione fisica, sulla selezione biologica e sull’uomo germanico ideale. Eppure, osservando molti dei suoi massimi dirigenti, il contrasto tra la caricatura dell’“ariano perfetto” proposta dalla propaganda e gli uomini che comandavano il Reich era evidente.
Bisogna però stare attenti a non trasformare questo elemento in una caricatura storicamente imprecisa. Il punto non è stabilire se Hitler fosse sufficientemente biondo, se Himmler avesse il fisico giusto o se Goebbels corrispondesse esteticamente all’ideale propagandistico. Il paradosso molto più serio è un altro: uomini tutt’altro che riconducibili all’immagine dell’essere umano perfetto costruirono uno Stato che pretendeva di classificare gli altri esseri umani sulla base della loro presunta perfezione biologica.
Joseph Goebbels, per esempio, aveva una grave menomazione a una gamba. E fu ministro della Propaganda di un regime che fece della salute biologica della popolazione un’ossessione e arrivò alla sterilizzazione forzata e all’assassinio di persone considerate “vite indegne di essere vissute”.
Il nazismo dimostrò così una regola che gli sarebbe sopravvissuta: la purezza ideologica è quasi sempre una prescrizione destinata agli altri.
Vannacci, l’antisistema prodotto dal sistema
In Italia un esempio particolarmente interessante è Roberto Vannacci.
La sua narrazione politica si alimenta dell’idea della ribellione: contro il sistema, contro le élite, contro Bruxelles, contro il politicamente corretto, contro un establishment che avrebbe soffocato la libertà degli italiani.
Ma difficilmente si potrebbe immaginare una biografia più interna alle istituzioni.
Vannacci non arriva da un centro sociale, da una fabbrica occupata o da una vita trascorsa ai margini dello Stato. È un generale dell’Esercito italiano, arrivato ai massimi livelli della gerarchia militare dopo un’intera carriera nelle Forze armate. È andato in pensione a 56 anni (calcolata con sistema misto retributivo-contributivo, per un totale di 38 anni di sevizio effettivo più le maggiorazioni). E dopo aver lasciato una delle istituzioni che rappresentano per definizione lo Stato è entrato in un’altra delle istituzioni che la sua area politica ama rappresentare come simbolo della lontananza dal popolo: il Parlamento europeo.
Oggi percepisce quindi il trattamento pensionistico derivante dalla sua carriera militare e l’indennità spettante a un europarlamentare.
Non c’è nulla di illegittimo in tutto questo, ma è difficile trovare un’immagine più perfetta dell’antisistema stipendiato dal sistema.
Anche il suo sovranismo presenta una curiosa incoerenza, perché alla proclamata centralità dell’interesse nazionale italiano si accompagna una costante benevolenza politica verso la Russia di Vladimir Putin. È una contraddizione che attraversa buona parte della nuova destra radicale europea: si invoca l’indipendenza della propria nazione da Bruxelles e contemporaneamente si mostra comprensione verso una potenza straniera che ha invaso militarmente un Paese europeo.
La sovranità nazionale diventa così un valore assoluto quando si tratta di contestare l’Unione europea e sorprendentemente relativo quando a violarla è la Russia.
Marine Le Pen: contro Bruxelles, grazie a Bruxelles
Marine Le Pen offre un’altra declinazione dello stesso paradosso.
Per anni il Front National, poi Rassemblement National, ha costruito una parte essenziale della propria fortuna politica denunciando Bruxelles, l’Unione europea e le sue istituzioni come apparati lontani dai cittadini francesi.
Poi è arrivata la giustizia francese.
Nel marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado nel processo sull’utilizzo dei fondi del Parlamento europeo destinati agli assistenti parlamentari. Secondo il tribunale, milioni di euro di denaro europeo furono utilizzati per retribuire persone che in realtà lavoravano per il partito in Francia.
Le Pen ha contestato la sentenza e il procedimento giudiziario ha avuto ulteriori sviluppi, ma il cortocircuito politico resta straordinario: un movimento che per anni ha denunciato il denaro dei contribuenti trasferito a Bruxelles è stato condannato per avere utilizzato impropriamente proprio denaro proveniente da Bruxelles.
E c’è ancora la Russia.
Nel 2014 il Front National ottenne un prestito da 9 milioni di euro dalla First Czech Russian Bank di Mosca, dopo che — secondo la spiegazione fornita da Le Pen — gli istituti francesi avevano rifiutato di finanziare il partito.
Il nazionalismo francese finanziato da una banca russa: anche qui la realtà sembra avere un gusto particolare per l’ironia.
Nigel Farage, l’uomo che ha fatto carriera nell’istituzione che voleva distruggere
Poi c’è Nigel Farage.
Probabilmente nessun politico europeo ha costruito una carriera tanto lunga sulla necessità di uscire dall’Unione europea. E probabilmente pochi politici britannici hanno trascorso tanto tempo dentro un’istituzione dell’Unione europea.
Farage è stato eurodeputato dal 1999 al 2020.
Per oltre vent’anni ha percepito l’indennità prevista dal Parlamento europeo mentre utilizzava proprio quel Parlamento come palcoscenico dal quale spiegare quanto fosse inutile, dannosa e oppressiva l’istituzione che gli garantiva quello stesso palcoscenico.
Anche in questo caso, nulla di illegittimo: era stato eletto e aveva pieno diritto di sedere lì. Ma politicamente il paradosso rimane magnifico.
Farage è riuscito a trasformare l’Unione europea nella macchina che finanziava e amplificava la carriera dell’uomo che aveva come principale obiettivo politico quello di portare il proprio Paese fuori dall’Unione europea.
Jordan Bardella: la rivolta contro le élite, dal privé di Montecarlo
C’è infine una contraddizione forse ancora più contemporanea: quella di Jordan Bardella.
Il giovane presidente del Rassemblement National ha costruito accuratamente la propria biografia politica sulle origini popolari, sulla periferia parigina, sulla distanza dalle élite che governano la Francia.
Poi la politica porta con sé interessanti ascensori sociali.
Nel 2026 Le Monde ha raccontato la progressiva frequentazione da parte di Bardella proprio di quel mondo che la retorica populista identifica normalmente con il “sistema”: grandi imprenditori, famiglie tra le più ricche di Francia, celebrità, leader internazionali.
A giugno è stato fotografato al Gran Premio di Formula 1 di Monaco in un palco privato insieme alla compagna, appartenente alla famiglia Borbone delle Due Sicilie.
Dal popolo contro le élite al privé di Montecarlo.
Naturalmente non c’è niente di male nel frequentare persone ricche, assistere a un Gran Premio o innamorarsi di un’aristocratica. Il problema nasce quando l’identità politica viene costruita contrapponendo continuamente un “noi”, popolo autentico e dimenticato, a un “loro”, élite cosmopolita e privilegiata, per poi entrare con grande naturalezza nel salotto di quel “loro”.
Non sono contraddizioni. Sono il meccanismo
Si potrebbe continuare a lungo. Ma forse il punto più interessante non è collezionare ipocrisie individuali, bensì capire perché queste contraddizioni non sembrino danneggiare politicamente chi le incarna.
Perché l’elettore che considera la famiglia omosessuale una minaccia alla famiglia tradizionale, accetta che a guidare il suo partito sia una donna che vive in una famiglia omosessuale?
Perché chi considera Bruxelles una casta, può affidarsi a politici che hanno trascorso anni nel Parlamento europeo?
Perché chi proclama “prima la nostra nazione”, non trova incompatibile quella formula con una sistematica indulgenza nei confronti della Russia?
Perché chi dichiara guerra alle élite continua a fidarsi di milionari, generali, professionisti della politica e frequentatori dei salotti più esclusivi?
La risposta potrebbe essere molto meno complicata di quanto sembri.
Il populismo radicale contemporaneo non chiede ai propri elettori di verificare la coerenza tra ciò che il leader dice e ciò che il leader è. Chiede loro di verificare soltanto se il leader indica gli stessi nemici che indicano loro.
L’immigrato.
“Bruxelles”.
Il gay.
Il progressista.
Il giornalista.
L’intellettuale.
La magistratura.
L’élite. Il “globalista”.
Il diverso.
Una volta costruito un nemico comune, la contraddizione personale diventa secondaria. Anzi, può trasformarsi persino in una difesa.
Weidel può implicitamente dire: come potrei essere omofoba se sono lesbica?
Il generale può presentarsi come prova vivente del fatto che anche “uno del sistema” può ribellarsi al sistema.
Il parlamentare europeo può sostenere di conoscere Bruxelles dall’interno e proprio per questo di volerla combattere.
Il privilegiato può dichiarare che la propria esperienza gli permette di comprendere quanto siano corrotte le élite.
La contraddizione viene assorbita e trasformata in credenziale.
Ed è forse questa la caratteristica più efficace della nuova estrema destra: non elimina le proprie incoerenze. Le rende irrilevanti.
“L’eccezione sono sempre io”
Il meccanismo, alla fine, può essere riassunto in una formula semplicissima.
La famiglia deve essere quella tradizionale, tranne la mia.
Gli stranieri sono un problema, tranne quelli che fanno parte della mia vita.
Le élite sono corrotte, tranne quella alla quale appartengo.
Le istituzioni europee sono parassitarie, tranne quando mi pagano.
Lo Stato è una casta, tranne quando mi garantisce carriera e pensione.
Le potenze straniere non devono interferire con la nostra sovranità, tranne quando quella potenza è la Russia di Putin.
È il privilegio più antico del potere autoritario: pretendere per gli altri regole dalle quali chi le proclama si considera naturalmente esentato.
Eppure la vera domanda non riguarda Alice Weidel, Roberto Vannacci, Marine Le Pen, Nigel Farage o Jordan Bardella.
Riguarda i loro elettori.
Come è possibile che milioni di persone non vedano queste contraddizioni? O, forse ancora più inquietante, come è possibile che le vedano perfettamente e decidano che non importa?
È qui che il fenomeno diventa politico e non più semplicemente psicologico.
Perché forse quelle persone non votano un modello di vita.
Votano un’appartenenza.
Non chiedono al leader di essere coerente con le regole che proclama: gli chiedono di stabilire a chi quelle regole dovranno essere applicate.
E allora l’incoerenza smette improvvisamente di essere un difetto.
L’estrema destra non promette regole uguali per tutti: promette ai suoi elettori che quelle regole saranno applicate agli altri.
Il messaggio non è più: vivremo tutti secondo queste regole.
Il messaggio diventa: queste regole varranno per loro. Non necessariamente per noi.
Ed è precisamente in quel momento che una contraddizione privata smette di far sorridere e comincia a diventare un problema per la democrazia.
PS: sì, ci sono anche “i comunisti col Rolex”. Ma di quelli è già piena la letteratura.








