Il governo che riesce solo a galleggiare ma si sente Cristoforo Colombo

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Yuri Brioschi
07/09/2026
Poteri

Mentre il palazzo brinda alla propria sopravvivenza biologica e la fattura degli interessi sul debito sale del 20%, la politica rispolvera le sue perle contabili: mandare tutti in pensione subito e far pagare il conto a un’ipotetica tassa sulle banche. Un capolavoro di finanza creativa in un Paese con 384 miliardi di spesa previdenziale e la demografia di un cimitero.

L’arte del galleggiamento


C’è un’arte sottile, quasi commovente per quanto è sfacciata, nel trasformare il semplice galleggiamento biologico nelle istituzioni in un’epica impresa da padri della Patria.

In un Paese dotato di un minimo di giudizio, una classe dirigente misurerebbe i propri successi sui dati dell’economia reale: la crescita del Prodotto Interno Lordo, la qualità e l’impatto degli investimenti pubblici, la capacità di sfornare riforme capaci di sopravvivere al quarto d’ora di notorietà del ministro di turno.

In Italia, invece, la matematica politica segue dinamiche lisergiche. Qui la semplice somma dei giorni trascorsi sulle poltrone diventa di per sé un trofeo da esibire sul petto come una medaglia al valore militare.

Si organizzano conferenze stampa e festeggiamenti di palazzo per i cento giorni, per i sei mesi, per il soffio sulla prima candelina d’insediamento, o perfino per il miracoloso superamento dell’ennesima fiducia d’aula blindata a colpi di contingentamento dei tempi.

Un rituale tragico e stanco, che serve unicamente a coprire una verità imbarazzante: quando l’unica cosa che puoi celebrare di fronte ai cittadini è la tua mera sopravvivenza nelle stanze del potere, significa che hai deliberatamente rinunciato a governare.

Si tira a campare, insomma, congelando i problemi sistemici nella speranza che la palla di neve del disastro finanziario si trasformi in valanga quando sui banchi del governo siederà qualcun altro.

La zavorra degli interessi e lo spiazzamento dei bilanci


Il piccolo dettaglio è che i mercati finanziari e le leggi dell’aritmetica possiedono la sgradevole abitudine di fregarsene altamente dei comunicati stampa e dei tweet celebrativi.

E mentre il palazzo festeggia le sue ricorrenze da calendario, i conti dello Stato continuano a presentare una fattura sempre più salata e priva di sconti.
Negli ultimi dodici mesi, ad esempio, si è consumato nel silenzio quasi totale dei talk show e delle dirette social un fenomeno da brivido: la spesa per interessi sul nostro debito pubblico è schizzata in alto di circa il 20%.

Un’impennata mostruosa, frutto del rialzo dei tassi d’interesse e del progressivo rifinanziamento dei titoli in scadenza emessi ai tempi delle vacche grasse, quando il denaro veniva regalato a tasso zero.

Oggi, ogni singolo decimale di rendimento preteso dagli investitori per comprare i nostri BTP si traduce in una fumata di miliardi di euro che evaporano istantaneamente dalle casse dello Stato.

E non parliamo di astrazioni da tecnici in giacca e cravatta: sono risorse fresche sottratte direttamente ai fondi per la sanità pubblica, alla manutenzione dei treni pendolari, all’edilizia scolastica o al taglio del cuneo fiscale.

È il classico effetto di spiazzamento: una zavorra di piombo che devasta i margini di manovra del Paese ancora prima che i ministeri inizino a litigare sulle briciole della legge di bilancio.

La sirena demagogica e la trovata delle banche


Di fronte a un quadro simile, un cittadino ingenuo si aspetterebbe da chi ci governa un briciolo di pudore contabile o almeno una sobria prudenza.
E invece no.
Puntuale come le castagne in autunno, ecco riaffiorare il grande classico della demagogia da bar: la promessa di abbassare l’età pensionabile.

Ho appena scoperto che un politico propone di abbassare l’età pensionabile grazie ad una fantasmagorica tassa sulle banche. Ecco come si trovano i soldi… Facile! Il nome del politico non lo scrivo. Tecnicamente parlando, ecco il mio commento: siamo su Scherzi a Parte.

Usare la fantomatica “tassa sugli extra-profitti” delle banche come un bancomat infinito per coprire riforme previdenziali e miliardarie è la prova regina che si continua a trattare l’elettorato come una platea di creduloni.

Un prelievo straordinario sul sistema bancario — ammesso e non concesso che superi i vagli di costituzionalità e le decine di ricorsi annunciati — rappresenta un’entrata una tantum, ossia un gettito che incassi una volta sola e poi arrivederci.

La spesa pensionistica, al contrario, è un impegno strutturale e perpetuo: se mandi la gente in pensione prima oggi, quegli assegni li devi staccare ogni singolo mese per i prossimi trent’anni.
Pensare di coprire un’uscita permanente con una risorsa provvisoria non è finanza creativa: è semplicemente un suicidio contabile in prima serata.

Senza contare la storiella del pasto gratis: penalizzare a caso gli istituti di credito significa solo far chiudere i rubinetti del credito a famiglie e piccole imprese o far salire le commissioni sui conti correnti, scaricando l’ennesima gabella sulle spalle del contribuente finale.

I numeri del disastro: la voragine sommersa dell’INPS


Facciamo due conti al tovagliolo, giusto per capire di che cifre parliamo prima che la politica finisca di firmare assegni a vuoto con il portafoglio delle generazioni future. Oggi la spesa pensionistica complessiva in Italia ha sfondato l’allucinante quota di 384 miliardi di euro all’anno, un macigno che divora circa il 16% del nostro PIL e che ci incorona campioni del mondo nell’arte di spendere la ricchezza nazionale per pagare il passato anziché costruire il futuro.

A fronte di questa marea montante di uscite, i contributi previdenziali versati da lavoratori e aziende si fermano a quota 270 miliardi.
La matematica, che non ha tessere di partito, ci mette davanti a un buco scoperto di oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una voragine epica che non viene colmata dai miracoli, ma dal bilancio dello Stato, che ogni dodici mesi deve svuotare le casse della fiscalità generale per riempire i buconi dell’INPS ed evitare che il baraccone collassi. Senza questa gigantesca flebo di tasse pagate da tutti i cittadini, la sostenibilità di certi proclami da comizio sarebbe solo una barzelletta da cabaret.

La tenaglia demografica e il conto sul futuro


A rendere il tutto ancora più grottesco interviene una dinamica demografica che definire disastrosa è un generoso eufemismo. L’Italia è un Paese bloccato in un inverno demografico glaciale, con un crollo delle nascite da record e un invecchiamento di massa. Abbiamo oltre ventidue milioni di assegni erogati a fronte di poco più di sedici milioni di pensionati, mentre la base dei lavoratori attivi viene prosciugata dall’emigrazione dei giovani qualificati e da tassi d’occupazione imbarazzanti. Pretendere di spalancare le porte alle uscite anticipate in questo scenario significa fare l’unica cosa tecnicamente folle: diminuire a martellate il numero di chi paga i contributi e aumentare di colpo il numero di chi incassa le pensioni, correndo a fari spenti verso il glorioso traguardo del rapporto uno a uno tra lavoratori e pensionati.

E con quali risorse la politica vorrebbe pagare questa festa? Le aliquote contributive sui salari viaggiano già attorno al trentatré per cento, un prelievo da rapina che devasta la competitività delle nostre imprese e riduce le buste paga a coriandoli. Aumentare ancora le tasse sul lavoro è improponibile persino per il demagogo più sfrenato. Resta solo l’arma finale: fare altro deficit, cioè caricare altro debito sulle spalle dei nostri figli, proprio mentre la spesa per interessi corre a ritmi da capogiro.

Siamo alla commedia dell’assurdo elevata a sistema di governo, in cui si racconta ai cittadini la storiella dello Stato-bancomat che può regalare scivoli pensionistici a spese di un cattivo di turno trovato all’occorrenza.

La cruda realtà è che stiamo bruciando le ultime risorse e le prospettive dei giovani per comprare qualche manciata di voti nel presente.

Un governo che rifiuta la realtà per inseguire ricette contabili da operetta non sta guidando il Paese: sta solo cercando di tirare a campare un mese in più nelle stanze dei bottoni, spacciando l’inazione per stabilità e l’analfabetismo finanziario per sensibilità sociale. Ma i nodi vengono sempre al pettine.

E quando il conto arriverà in cassa, non ci saranno passerelle, dirette social o festeggiamenti di palazzo capaci di evitare il fallimento della propaganda.