Il dilemma tragico mediorientale che attraversa e ferisce l’Occidente
Ci sono conflitti nei quali non è difficile stabilire chi ha ragione e chi ha torto e ve ne sono altri nei quali il problema diventa invece molto più complesso, perché si comprende che qualsiasi decisione in merito conduce comunque verso una catastrofe morale, politica e umana.
Il dramma mediorientale sembra appartenere precisamente a questa seconda categoria: siamo infatti di fronte a una forma di guerra asimmetrica nella quale un’organizzazione politico-militare combatte con metodi terroristici contro una potenza tecnologicamente e militarmente superiore. In una situazione simile la forza di quell’organizzazione terroristica non deriva dalla capacità di occupare territori o distruggere eserciti nemici, ma dalla possibilità di trasformare la vulnerabilità stessa della sua popolazione civile in uno strumento strategico e in un’arma politica.
Più il conflitto si svolge dentro quartieri abitati, ospedali, scuole, strade e piazza più l’avversario viene trascinato dentro un dilemma quasi insolubile: o rinunciare alla distruzione del nemico, lasciandogli però una vittoria politica e simbolica enorme e probabilmente irreversibile, oppure combatterlo comunque, al prezzo inevitabile di una devastazione umanitaria che finirà per produrre indignazione globale, delegittimazione morale e fratture crescenti all’interno delle stesse società democratiche.
Il dilemma nel conflitto israelo-palestinese
È questo il dilemma: se infatti il ricorso sistematico a bambini e civili come scudi umani producesse una vittoria strategica di Hamas il messaggio storico sarebbe devastante. Si insegnerebbe implicitamente a tutti i movimenti armati del futuro che il metodo più efficace per neutralizzare qualsiasi forma di superiorità culturale, scientifica e tecnologica consiste precisamente nel rendere impossibile la distinzione fra combattenti e civili, facendo della morte dei propri bambini e dei propri cittadini non direttamente impegnati nel conflitto una sistematica leva politica e propagandistica.
Qualsiasi governo che si fosse trovato alla guida di un paese che ha subito il 7/10 avrebbe dovuto affrontare la stessa alternativa: o non reagire rinunciando a liberare i propri ostaggi pur sapendo che sono nelle mani di torturatori non migliori di quelli che erano all’opera in alcuni lager nazisti, subendo così il ricatto morale di una strategia fondata sul terrore; oppure fare ciò che ha fatto a Gaza il Governo israeliano fino alla liberazione degli ostaggi e alla distruzione completa del potere di Hamas, distruzione che si rende ancora oggi necessaria per scongiurare la possibilità di trovarsi di nuovo in una situazione analoga tra qualche anno.
Da questo punto di vista il conflitto non viene percepito come una libera scelta fra diverse opzioni politiche, ma come una necessità strategica imposta dalla natura stessa della minaccia. E tuttavia qui emerge immediatamente che se si combatte militarmente contro un nemico immerso dentro la propria popolazione civile il risultato inevitabile è una catastrofe umanitaria di proporzioni immani. Migliaia di civili uccisi, città distrutte, generazioni traumatizzate, radicalizzazione crescente dell’odio, polarizzazione ideologica mondiale.
Non si tratta quindi di un conflitto solo mediorientale, ma di un conflitto lacerante per la coscienza della civiltà occidentale
Le società democratiche liberali vivono infatti in un equilibrio delicatissimo fra sicurezza e legittimità morale. Esse non possono sopravvivere soltanto grazie alla forza: hanno bisogno che i propri cittadini continuino a credere nell’esistenza di limiti etici che distinguano una democrazia da un governo che si riveli capace di compire massacri condannando a morte o a sofferenze tremende migliaia di persone. Ma proprio questa sensibilità morale le rende anche estremamente vulnerabili alla pressione emotiva e simbolica delle immagini della guerra contemporanea.
Ogni bambino ucciso, ogni città devastata, ogni ostaggio, ogni attentato, ogni bombardamento produce allora una nuova lacerazione dentro le coscienze occidentali. Una parte dell’opinione pubblica vede soprattutto il diritto di uno Stato a difendersi contro una minaccia esistenziale portata avanti con metodi atroci; un’altra vede soprattutto la devastazione umanitaria, e tende a non rendersi conto che questa si è resa necessaria per liberare gli ostaggi in mano ai loro torturatori e per non premiare un’azione condotta con modalità naziste. Il rischio è che, per entrambi i punti di vista, si sia innescato un percorso di odio inarrestabile e che la lotta contro i criminali di Hamas finisca per distruggere la credibilità degli stessi principi morali che pretende di difendere.
Il problema è che entrambe queste percezioni possiedono una parte di verità. Ed è precisamente questo a rendere il dilemma insolubile, perché se si rinuncia a combattere efficacemente contro una strategia fondata anche sull’uso cinico e sanguinario della propria popolazione civile e dei propri bambini si rischia di rendere quella strategia vincente e imitabile ovunque. Se invece la si combatte fino in fondo, il prezzo umano rischia di diventare così enorme da produrre una crisi morale permanente nelle stesse società democratiche chiamate a sostenerla e a giudicarla.
Le conseguenze di questa frattura potrebbero essere tragicamente pericolose, perché le democrazie occidentali sono forse le sole società storiche nelle quali il conflitto morale non viene nascosto, ma continuamente amplificato attraverso media, università, reti sociali, piazze, parlamenti e sistemi culturali aperti. Esse diventano così straordinariamente potenti sul piano tecnologico e insieme straordinariamente vulnerabili sul piano psicologico e simbolico, e le divisioni che possono attraversarle possono rivelarsi laceranti e autodistruttive.
Le autocrazie e le dittature non soffrono nello stesso modo
Possono imporre una narrazione unica, reprimere il dissenso, utilizzare la propaganda senza correre il rischio di dissolversi in una guerra civile morale permanente. Le società aperte invece tendono progressivamente a dividersi in fazioni reciprocamente sempre più incomprensibili e ostili.
Guerra in medio oriente o tragedia greca?
Il conflitto ancora in corso in medio oriente finisce così con l’assumere una struttura sorprendentemente simile a quella che caratterizzava le tragedie greche. Queste non rappresentano infatti il semplice scontro tra il bene e il male, ma nascono dalla collisione fra esigenze entrambe fondate e tuttavia inconciliabili.
Antigone vuole dare sepoltura al fratello perché ritiene che esistano leggi morali superiori a quelle dello Stato; Creonte teme invece che la città precipiti nell’anarchia se il traditore riceverà gli stessi onori dei difensori di Tebe. Entrambi possiedono una parte di verità; entrambi vengono travolti dalla logica stessa del conflitto.
Nell’Orestea di Eschilo, Agamennone sacrifica la figlia Ifigenia per salvare l’esercito greco e consentire la spedizione contro Troia. Clitennestra uccide Agamennone per vendicare la figlia assassinata. Oreste uccide la madre per vendicare il padre. Ogni gesto appare insieme necessario e mostruoso. La tragedia nasce precisamente dal fatto che la colpa non deriva soltanto dalla malvagità degli uomini, ma dalla struttura contraddittoria della situazione.
Anche nei Sette contro Tebe il conflitto civile fra Eteocle e Polinice conduce progressivamente alla distruzione della città. Nessuno riesce più a fermare la logica della vendetta, dell’orgoglio e della paura. La guerra continua anche quando tutti comprendono ormai che non produrrà veri vincitori.
È difficile non riconoscere qualcosa di profondamente analogo nel dramma storico e umanitario che si sta svolgendo in medio-oriente, perché anche oggi il rischio non consiste soltanto nella prosecuzione materiale della guerra, ma nel fatto che essa produca una corrosione progressiva delle basi morali, culturali e psicologiche sulle quali si reggono le società democratiche occidentali, tanto che proprio questo sembra essere lo scopo finale della strategia di Hamas e dei suoi alleati.
La tragedia greca offriva la possibilità di una catarsi: il dolore veniva rappresentato, contemplato, elaborato simbolicamente fino a produrre una trasformazione interiore. La strategia adottata da Hamas invece moltiplica in Occidente gli effetti che aveva deliberato e annunciato: le immagini dei bambini sofferenti, l’indignazione dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica senza alcuna vera possibilità di un’elaborazione collettiva condivisa.
Il dolore che non ci insegna nulla
La tragedia non viene in questo caso osservata in un teatro per ricavarne un effetto catartico in grado di accrescere la consapevolezza degli spettatori; essa viene vissuta quotidianamente dentro il sistema nervoso mediatico dell’intera civiltà occidentale, che potrebbe esserne lacerata al punto da trasformarsi progressivamente nel terreno di una guerra fratricida, dove persone abituate a convivere rispettando le regole democratiche sono indotte a schierarsi con una delle parti in conflitto, fino a riprodurne e ripercorrerne su più vasta scala le dinamiche d’odio e di violenza.
In questo caso, se questa fosca previsione fosse degna di Cassandra, verrebbe però contraddetta la legge fondamentale della tragedia eschilea, quella per cui è dal dolore che scaturisce la conoscenza, perché un simile scenario attesterebbe che non si è in grado d’imparare niente, nemmeno da un dolore riprodotto molte volte, e che in fondo aveva ragione Eugenio Montale quando annotava che “la storia non è magistra di nulla che ci riguardi”.








