28.707 nomi pongono una domanda su Gaza. L’asimmetria dei Giusti
Markowa è un villaggio in Polonia. La notte tra il 23 e il 24 marzo 1944, una pattuglia di gendarmeria tedesca arrivò in paese. Una soffiata, probabilmente di un poliziotto polacco al servizio dei tedeschi, aveva indicato una fattoria ai margini del villaggio.
Nella soffitta di Józef e Wiktoria Ulma vivevano da più di un anno otto ebrei: i sei membri della famiglia Szall insieme a due sorelle, Golda e Layka Goldman. Aiutavano nei lavori della fattoria, scendevano di notte, salivano in soffitta solo in caso di pericolo. I tedeschi entrarono, li trovarono, li uccisero. Poi uccisero Józef. Poi Wiktoria, incinta di sette mesi del settimo figlio. Poi, uno dopo l’altro, i sei bambini. Il più grande aveva appena cominciato la scuola elementare.
L’ordinanza che autorizzava quell’esecuzione era stata firmata il 15 ottobre 1941 dal Governatore Generale Hans Frank: pena di morte per ogni ebreo trovato fuori dal ghetto senza autorizzazione, e identica pena per chiunque, consapevolmente, gli avesse fornito un nascondiglio. Si applicava, in pratica, anche ai familiari di chi nascondeva.
A Markowa, dopo la strage degli Ulma, i vicini continuarono a nascondere ebrei. Almeno 21 sopravvissero alla guerra in quel villaggio.
Tra il 1939 e il 1945, in un’Europa dove nascondere equivaleva a una condanna a morte (spesso dell’intera famiglia del soccorritore) almeno 28.707 persone, da 51 paesi, scelsero di farlo comunque. Sono i Giusti tra le Nazioni riconosciuti dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale israeliano per la memoria della Shoah.
Tra l’ottobre 2023 e il gennaio 2026, in una Striscia di Gaza dove collaborare con Israele è punito con la morte da Hamas, Israele ha offerto cinque milioni di dollari, una via d’uscita e l’anonimato a chiunque fornisse informazioni sugli ostaggi.
Risultato pubblicamente documentato: zero. Nessuno lo ha fatto.
Di fronte a un deterrente letale, in entrambi i casi, perché tante eccezioni in un caso e nessuna nell’altro?
Sotto la pena di morte
Lo Yad Vashem gestisce dal 1963 il programma “Giusti tra le Nazioni”. Un riconoscimento basato su tre criteri stringenti: l’atto deve essere stato compiuto da un non ebreo; deve aver implicato un rischio personale concreto per il soccorritore; deve essere supportato da testimonianze documentate, di norma dei salvati o di loro familiari. Come detto, 28.707 individui in 51 paesi sono riconosciuti come Giusti.
Il quadro giuridico in cui agirono fu di eccezionale gravità. Il decreto Hans Frank nel 1941, applicabile al Generalgouvernement — il territorio polacco occupato — stabiliva la pena di morte per qualsiasi ebreo trovato fuori dal ghetto senza autorizzazione, e la stessa pena per chiunque, consapevolmente, gli avesse fornito un nascondiglio. La giurisprudenza tedesca e la prassi delle SS estesero in molti casi la sanzione ai familiari del soccorritore. Disposizioni analoghe furono in vigore nei territori occupati dell’Unione Sovietica e nei Balcani.
Nel novembre 2024, durante una visita al corridoio Netzarim, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu ha annunciato pubblicamente un’offerta di cinque milioni di dollari per ogni ostaggio consegnato, insieme a salvacondotti per il soccorritore e la sua famiglia per uscire dalla Striscia di Gaza. Per facilitare segnalazioni anonime, l’IDF ha lanciato il sito in arabo Machtoffin, con canali WhatsApp, Telegram e linee telefoniche dirette.

Ventottomilasettecentosette
Quei 28.707 Giusti tra le Nazioni includono 7.318 persone dalla Polonia, 6.137 dai Paesi Bassi, 4.303 dalla Francia, 2.713 dall’Ucraina e — dato notevole — 666 dalla Germania di Hitler. E questi non sono tutti i salvataggi effettivi (che furono sicuramente superiori) ma solo i casi sostenuti da testimonianze formalizzate presso lo Yad Vashem.
Tra i 666 tedeschi figurano persino molti militari in servizio nella Wehrmacht, anche di alto grado. Anton Schmid, sergente a Vilnius, fece fuggire circa 300 ebrei dal ghetto verso la Bielorussia. Venne scoperto, processato dalla corte marziale tedesca e fucilato il 13 aprile 1942.
Albert Battel, Oberleutnant e membro del partito nazista dal 1933, bloccò con un reparto armato l’accesso delle SS al ghetto di Przemyśl (Polonia) il 26 luglio 1942 e mise un centinaio di famiglie ebree sotto la protezione della Wehrmacht; l’inchiesta delle SS sul suo caso arrivò fino a Martin Bormann e Heinrich Himmler. Anche il suo superiore, Max Liedtke, comandante militare della piazza, verrà riconosciuto Giusto.
Karl Plagge, ufficiale della Wehrmacht e membro del partito, salvò circa 1200 ebrei del ghetto di Vilnius mantenendoli come lavoratori nella sua officina militare.
Anche per quanto riguarda gli ostaggi, i dati sono altrettanto pubblici. Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati hanno rapito dal territorio israeliano 251 persone. A Gaza erano già tenuti prigionieri due civili israeliani e due salme di soldati uccisi nel conflitto del 2014.
170 di loro sono tornati vivi: 162 sono stati rilasciati da Hamas in accordo, e otto sono stati liberati in operazioni dell’IDF. Le salme rimpatriate sono 85, l’ultima recuperata in un cimitero di Gaza nord, dopo la riesumazione di corpi palestinesi e l’identificazione tramite analisi dentaria.
Nessuna operazione di recupero risulta pubblicamente attribuita a un’informazione fornita da un civile di Gaza in cambio della ricompensa offerta.
L’oro in direzione opposta
Il punto che capovolge l’intero quadro ha dell’incredibile: in Europa, durante la Shoah, il flusso economico scorreva in direzione opposta. La storiografia recente (Christian Gerlach, Jan Grabowski, Gunnar Paulsson) ha documentato che una parte significativa dei salvataggi di ebrei avvenne a pagamento: gli ebrei compravano la propria sopravvivenza, in cambio di un nascondiglio, di un documento falso, del silenzio. Esistono casi documentati di soccorritori che, esauriti i fondi, denunciarono o uccisero le persone che avevano ospitato. In Slovacchia, il Working Group di Gisi Fleischmann e del rabbino Weissmandel tentò di corrompere Dieter Wisliceny, vice di Eichmann, per fermare le deportazioni. Schindler pagava le SS perché ai suoi prigionieri venisse data dell’acqua.
Uno schema già visto nel genocidio armeno del 1915-16. Le testimonianze raccolte dai consoli americani in Anatolia (rapporti Jackson, Leslie, e sintesi della Holocaust Encyclopedia) documentano armeni che, durante le marce verso Deir ez-Zor, pagavano i gendarmi ottomani per ottenere dell’acqua, per evitare lo stupro delle figlie, per non essere uccisi al ciglio della strada. In molti casi, pagarono e furono comunque uccisi.
A Gaza, la direzione del flusso si inverte completamente. Sono gli israeliani a offrire cinque milioni di dollari, una via d’uscita per la famiglia, l’anonimato, in cambio di una singola vita.
Risultato pubblico documentato: zero vite salvate.
Le condizioni del confronto
Ogni situazione ha ovviamente differenze e quasi niente può essere paragonato in toto: un confronto diventa legittimo restringendo con precisione le variabili osservate.
Coercizione.
In entrambi i contesti, aiutare il “nemico” comportava la pena di morte. L’editto Frank del 1941 era applicato con esecuzioni esemplari: l’Institute of National Remembrance polacco ha documentato 333 episodi distinti di repressione, con 654 persone colpite. A Gaza, la “collaborazione con entità ostili” ha base legale nel Codice penale rivoluzionario dell’OLP del 1979 ed è punita con la morte: tra settembre e ottobre 2025, durante la transizione del cessate il fuoco, Hamas ha giustiziato pubblicamente almeno 33 persone con questa accusa. Yahya Sinwar, ex leader di Hamas, era soprannominato “il macellaio di Khan Younis”: nome che si è guadagnato torturando e uccidendo dissidenti e presunti collaborazionisti. La differenza è di capillarità (la macchina nazista era più estesa e più sistematica), non di natura giuridica.
Incentivo.
Qui l’asimmetria è totale, ma in direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe. In Europa, chi salvava ebrei spesso riceveva denaro dagli ebrei: il salvataggio, oltre al rischio, aveva un costo per chi veniva salvato, non per chi salvava. A Gaza invece si offrono cinque milioni di dollari per ogni ostaggio, salvacondotto per la famiglia, anonimato, siti web e canali criptati creati appositamente. Una somma che rappresenta un cambiamento totale della vita per il beneficiario e per i suoi familiari. L’incentivo lavora a favore del soccorritore in misura senza precedenti storici. Eppure, le vite salvate pubblicamente documentate rimangono zero.
Capitale ideologico, sociale, religioso.
La variabile più difficile da misurare. Yad Vashem documenta che i Giusti europei provenivano da tessuti molto diversi: cattolici polacchi, calvinisti olandesi, ortodossi ucraini, atei, comunisti, contadini, professori, ufficiali dell’esercito tedesco. Non c’è un denominatore ideologico unico. C’è però una costante: in tutti questi tessuti esisteva un canale — religioso, politico, professionale, familiare — attraverso cui un individuo poteva ritenere legittimo il gesto di salvataggio, anche contro il proprio Stato e la propria comunità. Una rete, anche minoritaria, di legittimazione morale.
Il dato di Gaza, in questo schema, pone una domanda che non può essere chiusa ma nemmeno evitata: quale tessuto ideologico, sociale o religioso, in due anni di guerra, su due milioni di persone, non ha prodotto nemmeno un individuo per cui il gesto di salvare un ostaggio fosse pensabile, fosse legittimo? Nemmeno con un esplicito e sostanzioso premio in denaro?
Le critiche al vaglio
Sorgono obiezioni immediate su questo confronto, e vale la pena analizzarle.
“Hamas avrebbe ucciso chiunque avesse parlato.”
Vero. Lo ha fatto e continua a farlo. Ma il deterrente nazista era identico se non peggiore — esteso ai figli, ai vicini, all’intero villaggio. Eppure, più di 28.707 persone agirono comunque. Il deterrente, da solo, non spiega lo zero.
“Erano militari israeliani, non civili indifesi.”
224 dei 251 ostaggi erano civili. Tra di loro, 16 bambini sotto i dieci anni e nove ultraottantenni. La collaborazione non è arrivata.
“Qualcuno avrà parlato, ma Israele tiene segrete le fonti per proteggerle.”
Un’ipotesi plausibile, senza dubbio. La salma di Oron Shaul, soldato caduto nel 2014, è stata recuperata anche grazie a un “informant” — termine generico che può indicare un civile di Gaza, ma anche un asset dell’intelligence israeliana, un collaboratore già reclutato, un ex detenuto o altre fonti operative non assimilabili ai “Giusti”. Ma le ricostruzioni pubbliche delle operazioni di liberazione degli ostaggi attribuiscono i successi all’intelligence elettronica, alla sorveglianza aerea e agli interrogatori di operativi di Hamas catturati. Mai, neppure in forma anonima, a soffiate civili. Se esistono, non ne è emersa finora alcuna traccia nelle ricostruzioni accessibili.
“Il confronto è improponibile: contesti diversi, popoli diversi, guerre diverse.”
L’obiezione metodologicamente più seria. Sarebbe legittima se il paragone riguardasse gli eventi nel loro insieme: la Shoah fu un progetto di sterminio totale di un popolo, condotto con mezzi industriali da uno Stato moderno; Gaza è un teatro di guerra asimmetrica contemporanea. Le strutture politiche, il grado di controllo territoriale, la natura della violenza e il contesto storico non sono sovrapponibili.
Il confronto qui proposto, però, non riguarda la totalità dei due eventi. Isola una sola variabile: il comportamento di individui civili posti di fronte a tre condizioni simultanee — rischio mortale, possibilità concreta di soccorrere il nemico, incentivo a farlo.
Su questo piano circoscritto, il confronto non pretende equivalenza storica: cerca comparabilità funzionale.
La memoria dei Giusti esiste proprio perché il comportamento umano sotto coercizione può essere osservato, distinto e valutato.
Dopo il silenzio
Una testimonianza di Eitan Yahalomi (12 anni al momento del rapimento, il 7 ottobre) riportata dalla zia Devora Cohen riferisce che durante il trasferimento da Israele alla Striscia il bambino fu picchiato dai residenti di Gaza che lo videro passare. Costretto a guardare i video del 7 ottobre e tenuto in isolamento per i primi 16 giorni. Nessuno dei residenti che lo videro passare lo aiutò. Nessuno indicò dove fosse tenuto. E molti ostaggi hanno riportato testimonianze come questa riguardo ai residenti di Gaza.
Lo zero documentato a Gaza non dimostra colpa collettiva: due milioni di persone non sono un soggetto morale unico. Non dimostra disumanità intrinseca: nessun popolo, in nessuna fase storica, è disumano per essenza. Non dimostra niente, individualmente, su nessuno dei due milioni di abitanti della Striscia.
Resta però un’altra possibilità, che i dati suggeriscono senza chiuderla: che esistano contesti culturali, religiosi, politici in cui un determinato gesto diventi impensabile.
Non solo punito, non solo rischioso: impensabile. Cioè non rappresentato come opzione legittima da nessun canale disponibile all’individuo. Servirebbe capire quali condizioni producano, o soffochino, la possibilità stessa dell’eccezione morale.
L’Europa occupata ne produsse decine di migliaia.
A Gaza, finora, non ne vediamo alcuna traccia pubblica.
Ed è un silenzio che merita di essere interrogato.
Józef e Wiktoria Ulma sapevano cosa rischiavano. E scelsero comunque.
I loro vicini, dopo averli visti morire con sette figli e otto ebrei nascosti, scelsero comunque.
A Gaza, due milioni di persone. E se qualcuno ha scelto, la storia non lo sa ancora.








