Vannacci, il treno che Meloni deve perdere
La politica, ogni tanto, offre occasioni irripetibili. Quelle che si presentano una sola volta per generazione e che separano i leader destinati a lasciare un segno da quelli che si limitano ad amministrare il presente. Per Giorgia Meloni, Roberto Vannacci potrebbe rappresentare esattamente questo: non un avversario da combattere, tantomeno un possibile alleato da blandire, ma un treno da perdere deliberatamente.
Può sembrare un paradosso, ma non lo è.
La nascita di Futuro Nazionale e il consenso che il generale sembra essere in grado di raccogliere nell’area più radicale della destra, rappresentano probabilmente la seconda grande occasione storica che si presenta alla destra italiana negli ultimi trent’anni.
La prima ebbe un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.
Fu lui, nel 1994, a compiere l’operazione politica più audace della Seconda Repubblica: sdoganare il Movimento Sociale Italiano, consentendo a Gianfranco Fini di intraprendere il percorso che avrebbe portato alla svolta di Fiuggi e al tentativo, forse incompiuto ma indiscutibilmente storico, di trasformare una destra post-missina in una destra conservatrice europea.
Oggi quella possibilità si ripresenta sotto una forma completamente diversa.
Se allora Berlusconi rese possibile la normalizzazione della destra, oggi potrebbe essere proprio Vannacci a completarla.
A una condizione, però: che Giorgia Meloni abbia il coraggio di lasciarlo andare.
Perché Vannacci non è semplicemente un concorrente di Fratelli d’Italia e del centrodestra italiano: è un magnete politico. Attrae tutto ciò che, negli ultimi anni, ha rappresentato il lato più istintivo, urlato e identitario della destra italiana. Attira il razzismo travestito da buonsenso, l’omofobia spacciata per libertà d’opinione, il nazionalismo che scambia la complessità del mondo per un complotto permanente, la nostalgia elevata a programma politico. Attira quella cultura politica che vive di slogan – “gender”, “woke”, “remigrazione”, “sostituzione etnica” – più che di idee, e che trasforma ogni problema in una guerra culturale.
È una destra che esiste, sarebbe ingenuo negarlo, ma non è detto che debba continuare ad abitare dentro un centrodestra di governo. Anzi, per Meloni rappresenta ormai più un costo che una risorsa.
Ogni volta che un consigliere comunale fantastica di deportazioni, ogni volta che un amministratore indulge in nostalgie del Ventennio, ogni volta che un parlamentare regala all’opposizione l’ennesimo caso mediatico, il faticoso lavoro di accreditamento internazionale della presidente del Consiglio subisce una battuta d’arresto. Non perché quelle uscite siano politicamente decisive, ma perché alimentano il sospetto che sotto il vestito istituzionale continui a sopravvivere un’anima che Meloni ha cercato, con alterne fortune, di relegare ai margini.
E allora perché trattenerli? Perché impedire che trovino casa proprio nel movimento del generale?
Lasci che Vannacci costruisca il suo partito identitario. Lasci che raccolga i nostalgici del fascio littorio tatuato sull’avambraccio, gli apostoli della “remigrazione”, i professionisti dell’indignazione permanente. Lasci che diventi il punto di riferimento di quella destra che preferisce lo slogan al governo e la provocazione alla responsabilità.
Un centrodestra di governo non ha più bisogno di tutto questo.
Se Meloni vuole davvero trasformare il proprio partito nella casa di una destra conservatrice, europea, atlantista e di governo, deve smettere di convivere con una minoranza rumorosa che, più che rafforzarla, la rallenta.
La vera sfida non è conquistare altro consenso. È scegliere quale consenso vale la pena conservare.
Per questo, quando la presidente del Consiglio immagina un giorno un Capo dello Stato espressione della destra italiana, dovrebbe chiarire anche quale idea di destra ha in mente. Una destra che possa riconoscersi nel percorso di Gianfranco Fini, oppure una destra che continui a identificarsi con la simbologia e l’immaginario incarnati da Ignazio La Russa, la cui lunga fedeltà politica ha già trovato un riconoscimento istituzionale di massimo livello con la Presidenza del Senato.
Sono due destre profondamente diverse. E prima o poi sarà inevitabile scegliere. L’amara ironia è che, mentre nel centrodestra passa forse il treno politico più importante degli ultimi vent’anni, nel Campo Largo continua a non vedersi nemmeno una stazione. Le forze progressiste sembrano più impegnate a delimitare il perimetro dei reciproci veti che ad allargarlo verso il mondo liberale, europeista e riformista. Così, ancora una volta, il vero laboratorio della politica italiana resta la destra. È lì che si decide se il conservatorismo italiano diventerà definitivamente una forza europea di governo o continuerà a convivere con la tentazione di inseguire, periodicamente, i fantasmi del proprio passato.








