Sánchez e Macron, due strade diverse per l’indipendenza europea, nell’era di Trump
C’è un punto che negli ultimi mesi si è imposto nel dibattito politico europeo con una forza che non si vedeva dalla fine della Guerra fredda: l’Europa deve diventare adulta. Autonoma. Sovrana. Capace di difendere i propri confini e i propri interessi senza dipendere in modo esclusivo dall’ombrello protettivo degli Stati Uniti. In una sola parola: indipendente.
Per decenni l’architettura di sicurezza occidentale ha retto su un presupposto quasi indiscutibile: Washington come garante ultimo della stabilità europea. Ma la linea politica di Donald Trump – segnata da un’idea transazionale delle alleanze e da una visione competitiva anche verso partner storici – ha incrinato questa certezza. Non si tratta soltanto di divergenze tattiche: è l’idea stessa di alleanza a essere cambiata. E in questo scenario, per la prima volta con chiarezza, l’Europa comprende che non può più permettersi di essere una potenza economica senza essere anche una potenza politica e militare.
In questo passaggio storico emergono due figure che, pur provenendo da tradizioni politiche differenti, stanno incarnando una possibile traiettoria europea: Pedro Sánchez e Emmanuel Macron.
Oltre l’Unione bloccata dall’unanimità
L’Unione Europea, così com’è strutturata, soffre di un limite evidente: il principio dell’unanimità in materia di politica estera e sicurezza. Un solo Stato può bloccare decisioni cruciali. E quando questo Stato assume posizioni ambigue o apertamente filorusse – come nel caso dell’Ungheria guidata da Viktor Orbán – il meccanismo si inceppa.
Il risultato è una paralisi che rischia di essere fatale in un’epoca di guerre ai confini orientali e tensioni crescenti nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
Sánchez e Macron sembrano muoversi nella consapevolezza che l’Europa, per sopravvivere, debba talvolta andare oltre i propri stessi vincoli procedurali. Non contro l’Unione, ma oltre le sue rigidità. Non per disgregarla, ma per resuscitare lo spirito politico originario.
Due leader diversi, due linee diverse, una stessa postura internazionale
Le differenze tra i due sono evidenti sul piano economico interno: il socialista spagnolo ha perseguito politiche redistributive e un forte intervento pubblico; il presidente francese ha incarnato una linea liberale e riformista. Ma quando si passa alla politica estera e alla difesa europea, le distanze si riducono drasticamente.
Entrambi condividono tre assunti fondamentali: l’Europa si difende a Kyiv; l’autonomia strategica non è un’opzione, ma una necessità; la postura internazionale europea deve essere coerente e credibile.
Sánchez: europeismo senza ambiguità
Le caricature di una certa destra descrivono Pedro Sánchez come una sorta di “Fidel Castro della Castiglia”. Ma la realtà politica racconta altro. La Spagna è oggi pienamente inserita nella coalizione dei “volenterosi” a sostegno dell’Ucraina, senza ambiguità tattiche o doppi registri diplomatici.
Sánchez si è spinto fino a dichiarare la disponibilità spagnola a valutare l’invio di militari in territorio ucraino nell’ambito di una missione europea. Un’affermazione che rompe un tabù storico per un Paese con una tradizione prudente in materia militare. Il messaggio è chiaro: la sicurezza europea non può essere delegata.
Sul fronte medio-orientale, il leader spagnolo ha mantenuto una posizione coerente con la propria cultura politica. Di fronte ai raid di Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran, ha espresso una condanna netta delle modalità e della strategia, rifiutando l’utilizzo delle basi spagnole per operazioni statunitensi. Una scelta che non nasce da antiamericanismo, ma da una lettura autonoma dell’interesse europeo e da una visione multilaterale del diritto internazionale.
Macron: pragmatismo e potenza
Se Sánchez parte da una tradizione di sinistra con una forte impronta pacifista, Emmanuel Macron si muove da una cultura liberale e “statalista” al tempo stesso, figlia della tradizione gollista. Ma il punto di arrivo converge.
Macron è stato tra i primi a parlare apertamente di “autonomia strategica europea” quando il concetto sembrava ancora un esercizio accademico. Oggi quella formula appare quasi profetica.
Pur dichiarandosi contrario ai raid statunitensi e israeliani in Iran, il presidente francese ha contestualmente rafforzato la presenza militare francese nei teatri sensibili e rilanciato l’idea di estendere l’ombrello nucleare francese agli altri Paesi europei. Un passaggio storico: la deterrenza non più solo nazionale, ma europea.
È un messaggio potente, soprattutto in un momento in cui l’affidabilità americana viene percepita come variabile. Se Washington si ritrae o assume una postura competitiva verso l’Europa, Parigi si propone come fulcro di una nuova architettura di sicurezza continentale.
L’Europa davanti a un bivio
Sánchez e Macron non rappresentano un’alleanza ideologica. Rappresentano un’alleanza di consapevolezza storica. Sanno che il tempo delle mezze misure è finito. Che l’Europa non può più permettersi di essere un gigante economico e un nano geopolitico.
La guerra in Ucraina ha segnato uno spartiacque. Le tensioni in Medio Oriente ne sono un ulteriore banco di prova. Se l’Europa non costruisce una propria capacità autonoma di difesa, rischia di trovarsi schiacciata tra potenze revisioniste e alleati sempre meno prevedibili.
Il vero nodo politico non è più se rafforzare la sovranità europea, ma chi abbia il coraggio di farlo. E in questo momento storico, due leader molto diversi per politiche economiche interne si trovano sorprendentemente allineati sul disegno strategico.
Uno socialista, l’altro liberale.
Uno accusato di radicalismo, l’altro di elitismo tecnocratico.
Ma entrambi consapevoli che le loro scelte non parlano solo a Madrid o a Parigi. Parlano a un continente intero.
In un’Europa che non può e non deve essere un monolite ideologico, le differenti posizioni di Sanchez e Macron hanno piena cittadinanza perché muovono all’interno di una visione europea identica nella quale sempre ci sarà spazio per le varie sensibilità.
Due visioni e due posizioni che traggono origine da basi ideali e valoriali differenti ma che possono confrontarsi senza perdere di vista l’obiettivo di un’Europa sempre più sovrana, sempre più indipendente, a differenza delle non posizioni assunte da alcuni o dei veti imposti da altri al solo scopo – dichiarato – di nuocere al progetto europeo.
Perché oggi il confine tra la rinascita europea e la sua lenta irrilevanza non passa soltanto da Bruxelles. Passa dalla capacità di alcuni leader di agire come se l’Europa fosse già una potenza politica, anche quando le sue istituzioni non lo sono ancora del tutto.
La grande assente: l’Italia tra narrazione e realtà
In questo scenario in rapido movimento, c’è però un convitato di pietra: l’Italia.
Nella narrazione domestica il governo italiano viene spesso descritto come protagonista su tutti i tavoli, ponte tra Washington e Bruxelles, interlocutore privilegiato dei conservatori europei e al tempo stesso partner affidabile della NATO. Ma quando si osservano le scelte strategiche che segnano davvero la traiettoria dell’Europa – autonomia militare, superamento dell’unanimità, costruzione di una difesa comune credibile – Roma appare più spettatrice che motore.
Il punto non è la collocazione atlantica, che nessuno mette in discussione. Il nodo è la coerenza rispetto all’idea di un’Europa capace di agire anche quando gli Stati Uniti imboccano strade divergenti o apertamente conflittuali rispetto agli interessi europei. In questo senso, la dichiarazione di non voler superare il principio dell’unanimità in politica estera rappresenta un segnale politico preciso.
Difendere l’unanimità significa accettare che un singolo Stato possa bloccare decisioni strategiche in materia di difesa e politica internazionale. Significa, di fatto, rinunciare a trasformare l’Unione in un soggetto geopolitico pienamente autonomo. È una posizione legittima, ma difficilmente conciliabile con l’idea di un’Europa forte, sovrana e capace di decidere rapidamente in contesti di crisi.
Nord Sud Ovest Est: tutte le direzioni, nessuna direzione
Ed è qui che si misura la distanza con la postura di Pedro Sánchez e Emmanuel Macron. Entrambi, pur con accenti diversi, sembrano accettare l’idea che l’Europa debba dotarsi di strumenti decisionali più snelli e di una capacità di difesa integrata, anche a costo di rivedere equilibri consolidati. Roma, invece, si colloca su una linea di cautela che finisce per tradursi in immobilismo.
La conseguenza è un paradosso: mentre Parigi e Madrid contribuiscono a delineare l’architettura di una possibile Europa post-americana – o almeno meno dipendente dagli USA – l’Italia resta avvolta in una ambiguità strategica. Non è chiaro quale sia il punto di arrivo del governo italiano: un’Europa delle nazioni gelosa dei propri veti? Un’alleanza atlantica rinnovata ma ancora asimmetrica? O un tentativo di mediazione permanente che, però, rischia di essere percepito come mancanza di visione?
In politica estera, l’assenza di una direzione chiara pesa quanto una scelta sbagliata. Perché nel momento in cui si ridefiniscono gli equilibri continentali, non decidere equivale a lasciare che decidano altri.
Se l’Europa dovrà davvero emanciparsi da una dipendenza strategica che non può più considerare scontata, il confronto non sarà soltanto tra governi di destra e di sinistra, o tra liberali e socialisti. Sarà tra chi accetta di assumersi la responsabilità di costruire una sovranità europea condivisa e chi preferisce restare ancorato a meccanismi che, nei fatti, ne limitano la nascita.
E oggi, davanti a questa scelta storica, l’Italia – al di là delle dichiarazioni – non appare tra i Paesi che stanno tracciando la rotta.








