E se dietro i successi di USA e Cina ci fosse solo un mare di debiti?
Mentre il dibattito economico europeo rimane spesso incagliato tra vincoli di bilancio, percentuali di deficit rispetto al PIL e rigidi parametri di stabilità, oltreoceano e nell’Estremo Oriente si gioca da anni una partita finanziaria del tutto diversa.
Negli ultimi due decenni, la narrazione dominante tra analisti e osservatori internazionali ha dipinto una spaccatura netta. Da una parte è stata rappresentata la presunta stagnazione del “Vecchio” Continente, imbrigliato nelle sue stesse regole fiscali; dall’altra è stato celebrato il dinamismo travolgente degli Stati Uniti e della Cina, superpotenze capaci di sfornare innovazione tecnologica all’avanguardia, infrastrutture faraoniche, sussidi industriali a pioggia e tassi di crescita economica invidiabili.
Tuttavia, esiste un dettaglio fondamentale che viene troppo spesso omesso o minimizzato in questo confronto di facciata: questa straordinaria accelerazione non è il frutto di un miracolo strutturale, bensì un fenomeno direttamente proporzionale all’imponente quantità di debiti accumulati per finanziarlo.
Il miraggio protezionista e il boomerang dei dazi
Per comprendere le radici della fragilità americana occorre analizzare la gestione delle sue politiche commerciali e fiscali.
Come era già stato evidenziato all’indomani dei primi clamorosi annunci sulle barriere doganali, il meccanismo dei dazi sventolato dalla Casa Bianca non ha mai rappresentato un segnale di forza economica o di sovranità industriale, ma è sempre stato il sintomo strisciante di una sofferenza fiscale profonda.
L’illusione iniziale, caratterizzata dalle aziende importatrici che hanno temporaneamente assorbito i costi aggiuntivi pur di non perdere le proprie quote di mercato, si è sgretolata non appena quelle stesse imprese sono state costrette a scaricare gli aumenti sui consumatori finali, alimentando una fiammata inflazionistica che ha colpito duramente le famiglie.
Il continuo rilancio sulle barriere commerciali rispondeva alla disperata necessità di reperire entrate fresche per cercare di tenere insieme promesse elettorali prive di copertura.
Ma quel castello di carte è inevitabilmente crollato sotto i colpi della magistratura federale. Washington aveva scambiato l’International Emergency Economic Powers Act, un testo legislativo del 1977 concepito esclusivamente per gestire stati d’assedio o minacce atomiche, utilizzandolo come una clava fiscale per tassare le merci provenienti dal resto del mondo.
La Corte Suprema ha spazzato via questo impianto normativo con una sentenza netta da sei a tre, dichiarando del tutto incostituzionale l’uso improprio della legge.
I nodi sono venuti al varco contabile in maniera drammatica. I dati depositati dalla dogana americana presso la Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti mostrano che l’amministrazione è stata costretta a staccare e restituire oltre cento miliardi di dollari di rimborsi, comprensivi delle tasse illegittimamente riscosse e dei relativi interessi maturati. Questa cifra mastodontica copre gran parte del bottino da centosessantasei miliardi di dollari che Washington aveva rastrellato con il piano del sedicente “Liberation Day”. Trattare le entrate doganali come una risorsa strutturale per coprire i buchi di bilancio si è rivelato un boomerang devastante: le uscite per i rimborsi hanno trasformato i dazi in un salasso di cassa, costringendo il Tesoro americano a emettere ulteriore debito pubblico per restituire il maltolto alle imprese.
L’eccezionalismo (del debito) americano e la trappola dei tassi
La vicenda delle barriere doganali è soltanto la spia di un problema ben più vasto. Gli Stati Uniti hanno infatti infranto la soglia psicologica dei trentanovemila miliardi di dollari di debito pubblico federale, una cifra che equivale a un fardello di oltre 120.000 dollari su ciascun cittadino americano.
Per decenni Washington ha potuto ignorare le leggi della disciplina fiscale grazie al celebre dilemma di Triffin, in base al quale, per garantire la liquidità del commercio globale, gli USA devono emettere costantemente dollari, esportando il proprio debito sotto forma di Treasury Bond acquistati dalle banche centrali di tutto il mondo. Oggigiorno, tuttavia, questa dinamica mostra incrinature spaventose.
Il problema principale non è soltanto l’ammontare del debito, ma il costo esplosivo del suo rifinanziamento.
Fino a prima del Covid il governo americano riusciva a collocare i propri titoli di Stato a tassi vicini all’1%, mentre oggi è costretto a emettere le nuove aste su rendimenti che spesso sfondano il 5%.
Questa drastica differenza genera una spirale perversa per la quale ogni titolo in scadenza viene rimpiazzato da debito enormemente più oneroso, spingendo la sola spesa per gli interessi a superare la cifra monstre di 1.000 miliardi di dollari all’anno, un importo superiore all’intero bilancio della Difesa pentagonale.
In questo contesto, la Federal Reserve si trova incastrata.
Dopo aver espanso il proprio bilancio fino a novemila miliardi di dollari durante la pandemia per assorbire i titoli emessi dal governo, la Banca Centrale ha dovuto rallentare e poi interrompere il Quantitative Tightening, nell’impossibilità strutturale di ritirare liquidità mentre il Tesoro continua a inondare il mercato di nuove obbligazioni.
A questo scenario si sommano le cosiddette passività non finanziate relative alle promesse di spesa previdenziale e sanitaria per Social Security e Medicare, stimate dal Congressional Budget Office in una forchetta spaventosa tra i 60.000 e gli 80.000 miliardi di dollari.
Il rischio per gli Stati Uniti non è un fallimento improvviso, quanto una lenta agonia finanziaria caratterizzata da deficit permanenti, pressioni sulla Banca Centrale e un’inflazione elevata usata come strumento implicito per svalutare le passività.
La bomba a orologeria di Pechino
Se la situazione statunitense appare critica, il quadro contabile della Cina presenta insidie persino più opache e pericolose.
Dal periodo post-pandemico a oggi, il debito pubblico ufficiale di Pechino è schizzato dal 66% ad oltre il 110% del PIL, registrando un ritmo di accumulo stimabile nell’incredibile cifra di 25.000 dollari al secondo.
Tuttavia, il dato governativo rivela soltanto la punta dell’iceberg.
Per finanziare la sua apparente superiorità tecnologica e industriale, la dirigenza cinese ha fatto un uso massiccio di strumenti contabili collocati al di fuori del bilancio statale.
Tra questi spiccano i Local Government Financing Vehicles, ovvero le società d’investimento create dalle amministrazioni provinciali per raccogliere capitale sul mercato obbligazionario e nel sistema bancario ombra.
Non potendo emettere debito direttamente, i governi locali hanno garantito i prestiti di queste società utilizzando i terreni edificabili come collaterale per finanziare infrastrutture, autostrade e poli industriali.
Tuttavia, con il devastante crollo del mercato immobiliare e il default di giganti come Evergrande, le entrate delle province si sono prosciugate, lasciando esposti questi veicoli finanziari per un importo che il Fondo Monetario Internazionale stima tra i 9.000 e i 10.000 miliardi di dollari.
Se si somma questo debito sommerso alla cifra ufficiale, l’indebitamento pubblico reale della Cina raggiunge la quota vertiginosa del 160% del PIL.
Sovraccapacità produttiva e paralisi dei consumi
Al deficit delle province si aggiunge quello delle aziende, il cui debito sfiora il 150% del PIL, spinto principalmente dalle imprese di Stato che godono di un accesso illimitato al credito bancario agevolato.
Questa enorme massa di liquidità a basso costo è stata riversata nei settori strategici determinati dai piani quinquennali, come le batterie, la robotica, il fotovoltaico e i veicoli elettrici, generando una fortissima sovraccapacità produttiva che il mercato interno non è in grado di assorbire.
A differenza delle economie occidentali, che durante le fasi di crisi hanno sostenuto la domanda e il potere d’acquisto delle famiglie, Pechino ha scelto di sussidiare esclusivamente l’offerta e la produzione industriale.
Ciò ha creato uno squilibrio strutturale profondo: i consumi interni delle famiglie cinesi rappresentano appena il 37% per cento del PIL, rispetto a una media superiore al 60% registrata in Occidente.
Non riuscendo a vendere in patria l’infinita mole di beni prodotti, la Cina è costretta a riversare l’eccesso sui mercati esteri a prezzi stracciati, innescando durissime reazioni tariffarie globali.
Sommando il debito pubblico ufficiale, i veicoli provinciali, le passività delle aziende e il debito privato, l’indebitamento complessivo cinese ha ormai superato il 300% del PIL.
Non è poi così male il 3%
Di fronte a questo scenario globale, l’Unione Europea si trova dinanzi a un passaggio decisivo.
L’Europa ha scelto la strada della responsabilità e della disciplina fiscale, pagando il prezzo di una crescita quantitativamente più lenta ma preservando la stabilità e la tenuta finanziaria di lungo periodo.
Tuttavia, la sfida futura impone di non rimanere inermi di fronte a una competizione industriale asimmetrica, condotta da superpotenze che sussidiano il proprio tessuto produttivo accumulando deficit sregolati.
Per non rimanere schiacciata, l’Unione Europea non deve cedere alla tentazione del debito improduttivo, ma deve coordinare le proprie risorse e completare l’unione dei mercati dei capitali, l’unico strumento capace di convogliare il risparmio privato verso i grandi investimenti nell’innovazione.
La crescita a tutti i costi galleggiante sugli oceani di debiti americani e cinesi mostra già le prime crepe: spetta all’Europa dimostrare che esiste un modello alternativo basato sulla sostenibilità, sulla solidità e sulla realtà economica.








